lunedì 25 aprile 2022
L'ANPI DI GENIO
mercoledì 2 marzo 2022
IBAN IL TERRIBILE
Quasi scemata la variante Omicron, eccoci alle prese con la tragica scemata dell’invariante Ominchion. E quindi alla prese male con noi: che siamo stupidi, stupratori di noi stessi, straordinariamente avidi avvoltoieschi e cùpidi: che, come sempre e come non mai, purtroppo siamo noi stessi. Insomma. Che lo aveste sperato o temuto, tranquilli amici Papaluti: la catastrofe sanitaria e umanitaria mondiale non ci ha cambiati. Neppure in peggio, che comunque sarebbe la prova d’un cambiamento, e quindi la possibilità o la speranza che un giorno la stessa cosa possa avvenire in meglio. Macché. Siamo sempre qui, cioè siamo sempre lì, siamo sempre da capo e da Kant (come se non bastasse il resto: Immanuel della Kritik, anziché Eva di Diabolik…). L’Umanità è un legno storto, che di dritto ha solo il suo indefettibile correre verso il torto per farci scappare il morto. Torto che è una torta Millefogli da mille di cui ognuno vuole una fetta, una commissione, un boccone una fee o una mazzetta. Torta che è da tutte le parti del tavolo, eh, ché tutti buoni e tutti cattivi non ce ne sono — almeno fin quando c’è ancora il tavolo, fin quando non c’è un aggressore e un aggredito, una nazione e una negoziazione che saltano per aria per una scazzofrenia da fine impero che manco un nuovo Cesare Augustolo, ma più rapace e rincoglionito. Sin dai tempi dei trip alcolici di Eltsin e furbocapitalistici di Clinton noi — Usa ed Europa, Nato e Ue, Dolce e Gabbana — abbiamo sottostimato umiliato e sovreccitato l’Eliogabalo e la Storia Tesa della Russia post-sovietica emmai post-imperiale: gli abbiamo tolto il comunismo per darli in pasto al consumismo, per dargli i Levis al posto di Lenin, gli abbiamo levato e levistizzato il Capitale di Marx per consegnargli e consegnarli al cleptocapitalismo di marca e di marchetta stile Putin. Abbiamo provato a togliergli l’orgoglio, che per loro è come il pane: solo che zar o soviet il pane non l’hanno mai avuto, mentre tornando dai soviet al sotto-zar hanno trovato chi gli fa credere che l’orgoglio non l’hanno mai perduto. Se la vostra idea di mondo e di capitalismo è l’umanesimo subprime dei Bernie Madoff, noi ci teniamo (o ci torniamo) lo zarismo il feudalesimo e lo zarrismo subcoscienti e pre-soviet à la Romanov. Solo nella versione Vladimir Russuria, cioè un po' trans fra il medioevo e il pleistocene avanzato, ma meno avanzato colto e raffinato: per dispetto e disperazione ci diamo a uno che per evitare l’espansionismo Nato, si dà al neo-imperialismo nano e forsennato. Uno che, non volendo fari e forestieri vicino casa, invade casa altrui attirando tutta l’attenzione e compattando tutta la riprovazione internazionale come prima cosa. Un ragionamento un filino originale, un comportamento sul filo fra inconcepibile e criminale. Oltretutto senza giustificazioni — né pratiche, né teoriche — che non siano pezze d’appoggio razzifasciste reperite da pezze da piedi travestite da intellighenzie sovrane e/o sovraniste. Dotte cazzate, dette per amore per forza o per amore della forza delle forze armate. Perché va bene la storia, la geografia, la geopolitica e le sue mosse come pure la psicologia delle masse… Tutto c’entra, fin quando non ci entra la psicoputinologia a casse: tutto giusto e sensato, fin quando nella storia ti c’entra e non ti centra un cingolato. Quando inizia a morire la gente, deve finire ogni favola compiacente o parabola discendente — nella follia, nella tragedia, nel sangue innocente. E — grazie alla pulp-star del Polonio che un brutto giorno decide di fare il bis e l’hybris della Polonia, all’Ignobel per la Pace finita In Europa e per la Medicina perché in 24 ore ha fatto sparire il Coronavirus con l’Ucraina-vulnus, all’indemocraticamente eretto e drogato di veteronazionalismo che accusa il democraticamente eletto Zelensky di essere un nazista drogato — a questo siamo. O risiamo. Alla tragedia che si ripete in farsa, alla memoria che a ripetizioni si rivela sempre scarsa. E quindi.
Neanche finito d’archiviare come nulla e nessuno fosse qualche milione di morti per la Pandemia, che siamo pronti ad apparecchiare le fosse per le migliaia di morti da fare in nome della paranoia del Potere dell’Economia e dell’Egemonia. E anche dell’Egomania, o più in soldoni Egonomia. Ossì, perché colle Zar Wars di questo stiamo parlando. Dell’Impero che colpisce ancora — ma tipo ictus. Di un ego miserabile da povero arricchito, smisurato ingiustificato e incanaglito dall’Io Patria e Famiglia. Tradizionale, russa, orgogliosa: e, ci mancherebbe, tradizionalmente e orgoglionamente russomafiosa. Parliamo di un signore che a furia di sentirsi chiamare zar, di sentirsi dire che è furbo e forte come una specie di Mazinga Zorro, ha dimenticato di sentire la versione del noto cremlinologo J-Ax: e di essere solo uno zarro, un russo ricco più ricco dei russi ricchi perché ci ha saputo fare da spia ladro e sbirro che si vende la mamma per un rocco-tarocco Armani o un paio di AirMax. Perché qui, per capirci e per capire questa roba da matti per tre e da fatti di sé, più che un qualificato cremlinologo in ecstasy basta un criminologo qualsiasi. Perché di questo si tratta. Di un delinquente di strada, d’un teppista che anche a fare lo zarista sempre zarrista resta: un tamarro con quei modi e quella testa, anche se da delinquente ne ha fatta di strada. Un Charlie Putin, un Cenci Scan, uno straccio d’imitazione di condottiero che a fare la parodia di sé è meglio d’un comico vero. Un grande evasore un grandissimo eversore nonché piccolo Grande Dittatore che gioca al glande imperatore, un guappo di cartone gas e carbone, un criminale di guerra e di pace che si fa scrivere e descrivere come un personaggione o un Napoleone da Guerra e Pace. Ma Iban il Terribile, qui, noi come Occidente ce lo siamo meritati; perché, come con Bin Laden e Saddam e come sempre, ce lo siamo costruiti — e adesso, che è troppo tardi, facciamo gli sconvolti gl’increduli e gl’ipocriti inorriditi. Quelli che adesso ex post vedono in Putin un pericolo per il mondo, dov’erano quando l’amico Vladimir sia in patria che in formato export incarcerava o assassinava giornalisti, oppositori dissidenti e attivisti? Dov’erano quelli che parlavano col grande Intenditore/Imprenditore/Intrattenitore delle poesie di Puskin e dei tempi del Politburo fra sorrisoni e bicchierini di Moskovskaja, mentre metteva a tacere e sotto terra la Politkovskaja? La solita storia, i soliti tragici errori: che non sono solo errori tragici, ma calcoli sbagliati e cinici che ci portano orrori, che c’insegnano come non impariamo niente dalla Storia. Noi sciogliamo peana, noi scegliamo l’interesse e la grana, mentre gli amici di letto diventati nemici di colpo ci squagliano le Torri e si sciolgono l’Ucraina. Il Genio del Medioriente Pacificato, l’Uomo Forte ma Giusto, l’Autocrate ma Illuminato, il Dittatore però Mite che è un Mito. Questo — da Trump lo stipendiato da Putin, a Gennaro Sangiuliano il direttore del Tg2 pagato da noi ma impiegato da Salvini stipendiato da Putin — e anche di peggio s’è detto scritto e sentito. E adesso? Tanto per non cambiare, Putin passa da blandito a bandito. Un classico della commedia, specie all’italiana. Da Mussolini a Riina, dalla mafia fascista a quella stragista, noi siamo i migliori a scegliere buoni in nulla ma Capaci di tutto — anche quando la bomba te la piazzano nel Donbass anziché a Punta Raisi, per la marcia su Kiev anziché su Roma. Burattini di cui credi di tirare i fili, che credi di tenere a bada e a biada mentre t’ingrassa il dindarolo, ma che a un certo punto tagliano i fili ti tagliano il gas e vengono pure a tirarti il tritolo. Come ebbe a dire l’immortale e immemorabile ministro di Berlusconi — non per niente il migliore amico dell’amico degli amici Vladimir — colla mafia bisogna convivere: anche se poi si tratta sempre di co-morire un po' alla volta, ogni giorno finché è notte della ragione e dei cristalli. E infatti adesso siamo qui, collusi e felici. Noi italiani più di tutti. Attaccati alla canna del gas e del Kalashnikov, ammanettati al lettone di Putin, come logica conseguenza e cointeressenza del gioco sardo-maso di uno che si vuole annettere la Lettonia perché quindici anni fa gli abbiamo fatto mettere il letto a tre piazze nucleari a un passo da Baja Sardinia. E non crediate che basti un’avanzata, per farci fare marcia indietro che non sia forzata o di facciata come il culo. Prendete Salvini, il teorico kingmaker del Quirinale finito patetico e peripatetico drinkmaker d’un cocktail d’incompetenza e arroganza andato a male, fresco marcio dalla trionfale e preterintenzionale elezione del Precedente della Repubblica. Siccome gli è andata male pure a fare il furbetto No Green Pass, per restare al governo e a capo della Lega è costretto a schierarsi contro il Fuhreretto del Donbass: ma non del tutto, mai di getto, sempre col distinguo e il do ut des di petto. Sono sulla linea Draghi, ma mi tengo in linea di credito anche Putin coi suoi drughi. Armi letali all’Ucraina? Non in mio nome! Bonifici dalla Russia? Neppure, meglio cifrati e a prestanome! Insomma. Vladi tu gli rubli l’anima, ma Matteo deve salvare almeno il culo, visto che la faccia che non ha mai avuto l’ha data come mancia alla firma del contratto da cantante a gettone e a spione per il tuo partito. E bastasse la Lega, che dal Federalismo Padano è passato a quello Putiniano. Non finisce mica il cielo pentastellato sopra di noi. L’ex comico presidente ce l’hanno gli ucraini, ma da ridere per non piangere viene a noi che c’abbiamo gli ultrà (ex) grillinoputiniani: noi che modestamente c’abbiamo l’ex comico garante del principale partito in parlamento che ha iniziato la legislatura da anti-Nato e filo russo nato in tutte le salse e le risse, manco si chiamasse Movimento 5 stelle rosse. Fortuna che a salvare la situazione c’abbiamo Magic Mario, no? L’Uomo che ha Salvato l’Euro, che in sede di mediazione doveva addirittura essere Mr Europe, e invece alla fine non ha salvato l’Europa dall’ennesima figura di merda puzzolente e molle d’interesse economico e disinteresse politico ed etico per un conflitto lasciato a cuocere per anni a cessate il fuoco lento. Ma per una volta Italia-Resto del Mondo finisce in pareggio — di mal comune che non è un gaudio, ma molto peggio. Continua a ripetere che Putin è un dittatore che ne uscirà a pezzi, ma dalla crisi Ucraina Biden non è che ne esca bene da pazzi.
L’Aquila russa bicipite e imperiale ci lascia le penne, ma quella americana non solo non vola: non c’ha il tricipite il passo e manco la strada per camminare, tanto è in panne. Nessun’aquila, qui. Nessuno colla forza militare per vincere o far finire questa guerra, tantomeno con quella morale di lasciar perdere e farla finita con questa guerra. Troppi inganni, troppe ipocrisie sporcizie e scempi, troppi indugi e inciampi. Quest’uomini di stato penoso e peloso non sono aquile, al massimo anatre zoppe — ma solo quando fin quando, a forza di stare zitti e muta davanti all’ennesimo sporco compromesso fra compromessi all’ennesima, il loro piumaggio per tutte le stagioni li rivela come anatre zozze. Per non parlare dell’anatra all’arancia o alla mandarina della Cina, recentemente più scottata e bollita che brillante e laccata. Che fino all’ultimo non ci ha messo becco, ma che non appena Putin è entrato in guerra e in Ucraina gli ha messo a disposizione il becco da più d’un quattrino e da tutta la produzione d’orzo e grano: che gli ha comprato per qualche miliardo di yuan, ma soprattutto comprandosi per quando sarà un bonus invasione per Taiwan. Mao parlava di tigri di carta, i suoi nipotini parlano con Vladimir la tigre di carta di credito. Tutto sommato non a torto, ben sapendo che quando ce l’hanno tutti nessuno ha torto. E sapendo anche meglio che se c’è un corruttore che può vincere, è perché c’è sempre un corrotto che si può e si fa convincere. Come tutti, i cinesi si fanno gli affari propri — e quando si può e si riesce e si fanno, anche quelli impropri… Quindi se qualcuno nella Cina vede un negoziatore, gli conviene guardare meglio: se viene dalla Cina, è solo un negozio aperto ventiquattr’ore.
L’impressione è che attorno a questo tavolo truccato da negoziato ci siano già troppe bare troppi buoni bari e troppi cattivi pensieri, troppa gente che gioca la carta del diritto internazionale sperando di giocare gli altri da dritto internazionale.
La verità è che Putin nel mondo conta — in contanti e in valuta, in yesmen a Londra e in yacht a Dubai e sul lago di Como — sul plata o plomo. O ti prendi i miei soldi o ti prendi il mio piombo: previsione fatta a ragione e provvigione veduta, perché sa benissimo che da noi c’è chi si beccherebbe una pallottola pur di beccarsi qualche briciola.
La speranza invece è che Iban il Terribile si sia fatto male i conti — che noi si abbia la forza, anche se della vergogna e della disperazione più che della convinzione, di fargli male nei conti correnti. Di mettere pressione e depressione a tutti i suoi oligarchi, ai suoi prestanome, ai ricchi orchi alla tavola dei suoi affari sporchi da favola. Di punirlo fino a indurlo a negoziare, d’indurirlo fino a spezzarsi e crollare, di non limitarsi a condannare a parole ma di farlo imputare e processare: non solo di fronte all’opinione pubblica, ma davanti a un tribunale. La priorità è superare la fase acuta della crisi in Ucraina, con tutto quello che ne discende: ma l’apriorità anche quella cronica e senza fine del nostro mitico e oramai adamitico sistema di valori Occidentale, che messo alla prova più che a nudo si è messo in mutande. Sistemone vincente e avvincente che predichiamo ma non pratichiamo, di cui ci riempiamo la bocca solo per riempirci le tasche, cleptocapitalista moralista e doppoipesista al punto che tutti — compresi noi — di questa democrazia predicata a parole, pregiudicata e spregiudicata nei fatti come nei misfatti, ne abbiamo piene le tasche. A chi vogliamo venderli, i nostri valori, se noi siamo i primi a svenderli? Dove ci vogliamo andare a parare, se anziché in provvedimenti e ravvedimenti concreti i nostri valori viaggiano solo su conti cifrati? Da esportatori di democrazia falliti ed espropriatori di democrazia interna perfettamente riusciti, noi non possiamo dare lezioni o elezioni a nessuno. Semmai prenderne. Come da chi? Dal popolo Ucraino che in nome della libertà è disposto a prendere il mitra e un tank in piazza, anziché prendersi un vodka martini a un convegno di think tank in terrazza; dai volontari e coraggiosi che lo affiancano nella Brigata Internazionale, che non a caso non c’era dai tempi della guerra civile in Spagna: e che si riforma adesso, in tempi di guerra vile e incivile nell’Ucraina lasciata sola nell’indifferenza da Mosca o Nato purché se magna; dai soldati di Anonymous, che combattono gli assoldati da Putin per combattere la prima guerra mondiale dei social che urlano alla terza mondiale: spesso da canali No Vax improvvisamente diventati Pro Vlad, in cui adesso gli unici peggiori di chi si vaccina sono quelli che non danno addosso all’Ucraina. Perché siamo in guerra, e la guerra oggi è questa: e soprattutto anche questo. Combattere sul campo contro la dittatura, combattere sui campi minati e smenati dei form tutti fuck news di chi li scrive sotto dettatura perché tira a campare sotto democratura. Noi non sappiamo come finirà, se Putin prenderà la Crime e il Donbass, o perderà potere o addirittura il potere oltre alla faccia e alla facoltà d’invadere e di volere. Di sicuro sappiamo come non vorremmo finisse. Che questo bagno di sangue servisse solo a sciacquarci la nostra cattiva coscienza, lavando via troppo in fretta la nostra buona volontà di cambiamento e speranza: ma, appartenendo al degenere umano che appena è tornato alla vita normale è tornato a darsi la morte come fosse normale, conviene non dare per buona una speranza di cambiamento a volontà. In parlamento Draghi ha detto che questo conflitto ci riporta indietro di 80 anni, noi non vorremmo ci riportasse indietro agli anni 80: a un Ritorno al Futuro di guerre termonucleari e terzomondiali, atomiche acefale e acritiche, combattute a freddo e accettate al calduccio della stanza dei bottoni e dei bottini dei soliti Stranamore primordiali. Speriamo di no, temiamo di sì, ma soprattutto mai come adesso teniamo a chiudere così — buonanotte, buona fortuna, buona lotta e buona Resistenza, Ucraina.
venerdì 8 ottobre 2021
FARE BENE È DELITTO
Insomma, voi che inspiegabilmente ancora ci leggete e ci reggete il genere che avevamo in mente e già in pagina di sicuro l’avete capito — pacato, distaccato, cento per certo Papaluto.
Una cosina generale ma non generica sull’Italia, i suoi casini, il suo Vox Populi NoVax Day che urla forte e chiaro dai cretini; cattiva, ma buona per questi tempi grami: almeno per noi, che non abbiamo il tempo i tempi e i modi moderati comici e leggerini d’un Gramellini. Noi c’incazziamo pesante quando c’incazziamo, e più pesante ancora quando scriviamo: ecco perché non scriveremo mai sul Corriere, che del resto per non saper scrivere già non leggiamo... Figurarsi quando arrivano due notizie così, per cui abbiamo cestinato un pezzo che non poteva essere più cestinabile di così.
Mimmo Lucano condannato a 13 anni e due mesi per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina; Mancino, Mori Dell’Utri e compagnia (non) cantante davanti ai magistrati assolti con pieno merito per aver favorito favoreggiato e caldeggiato la definitva mafizzazzione dello Stato a mezzo trattativa manco tanto clandestina. Uno trattato da presunto colpevole, e un trattato su come torcere ed estorcere a fatti e misfatti acclarati più d’un bisunto innocente eccellente e addirittura commendevole. Abbinata fortina, che in confronto sembra una delicata sfogliatina di kamut anche la merda di mammut, persino abbinata alla peperonata di nonna Concetta e corretta colla nitroglicerina. Magari quella delle stragi di mafia che ancora fumano, mentre in Italia siccome non si fanno più le stragi non si fa più neppure antimafia: mentre invece alla Procura e al Tribunale di Locri davvero non si sa che cazzo si fumano.
Questo lo stato dell’arte di uno Stato senza parte — e che infatti ne ha sempre due (doppie e doppiogiochiste) in commedia e in processi che lo sarebbero se non riguardassero la nostra farsesca insanguinata e insensata tragedia.
Chi ha trattato colla mafia — ma per il Bene dello Stato, eh, che infatti non è mai stato così bene: anche se bene sotto sequestro dei boss delle torte di potere da spartire e sfamare… — e lo ha anche ammesso, assolto e quasi applaudito; chi non ha ammesso che il Bene dell’accoglienza venisse dopo assurde leggi dello Stato di alterazione mentale e legislativa dell’allora Ministro dell’Internamento, condannato. La prima è un’autoassoluzione politica di un sistema, la seconda è la condanna di una politica di accoglienza che non poteva averne una buona dal sistema. In un procedimento si è distrutto l’imputato al di là dei reati e delle prove, nell’altro si sono distrutti gl’inquirenti e le prove per arrivare a una sentenza di secondo grado e di altissimo autogradimento. Pieno proscioglimento con pienissimo scialamento. Lo Stato non può processare e condannare se stesso, ma può scatenare tribuni e tribunali del popolo per inchiodare al banco degl’imputati e dei ripetenti chi non vuole imparare che nella vita personale e politica uno deve pensare solo a se stesso. Il perseguimento del Bene comune dev’essere perseguito: per legge e fuorilegge dello Stato, col crimine organizzato con una certa magistratura per farti passare da criminale organizzatissimo e predace, con pene fuori dalla grazia di dio e del comune — ma non del comune di Riace.
Ma meglio così, meglio che il peggio si mischi al meglio in modo che non potrebbe risultare e risaltare peggio di così. Un uomo onesto condannato e sputtanato, un carnevale di Reo con a fare festa i disonest’uomini del Doppio Stato e fargli la festa l’ominicchio del Vangelo del Beghino e dello Spietato. Oportet ut scandala eveniant: è opportuno che gli scandali avvengano, diceva nell’apposito testo aziendale di Matteo un Nazareno Clandestino che sarebbe stato aiutato da Mimmo — e motosilurato dal Matteo che c’ha assistenti e paraguru che negli scandali annegano.
Meglio Lucano vittima dell’ingiustizia, che i suoi nemici amiconi di vittimisti eccellenti della giustizia. Peggio della legalità di facciata, solo l’illegalità più leguleia accarezzagarbugli e sfacciata; peggio della cazzata della giustizia a orologeria, solo questa crociata dell’ingiustizia col timer puntato sull’ora della vendetta contro un’esperienza scomoda che doveva essere spazzata via.
Intendiamoci, noi siamo incazzati ma non delusi. Altrochè Greta e riscaldamento globale — c’è tutt’altro clima, tutt’altro ambiente, da non turbare e da rispettare. Grazie alla sopraffina sensibilità istituzionale dei giudici di Locri noi lo capiamo, che la situazione comico-politica era più che mai emotiva ed esplosiva: dopo lo scandalo Morisi — che sulla Bestia da soma da coca e da monta che guida la Lega è più o meno una sentenza — a Salvini una sentenza scandalo sullo strano animale calabro-Lucano hai voglia se serviva. Specie sotto elezioni. Non foss’altro che per giustificare a posteriori — e apprò del suo posteriore — il mezzo golpe elettorale ‘ndranghetoleghista con cui a Riace e a suo tempo lo ha rimpiazzato con un ex capo dei vigili amico dei capi, degli amici degli amici del Capitano, infatti ineleggibile e pregiudicato. Perchè sì, fra Salvini e Meloni c'è di mezzo il mare della Lobby Nera: ma è folclore, nostalgia, simpatia: cioè apologia di fascismo e reato, ma facciamo che il reato è l'apologia dell'antifascismo dell'antimafia e di Lucano e che per adesso è lui che deve andare in galera...
Intendiamoci un altro po': incazzati a mille sì, ma illusi anche solo uno zero virgola, no. Tantomeno all’indomani dell’andata al voto che per la Calabria è l’ennesima andata a vuoto, noi non crediamo che Mimmo Lucano sia uno stinco di santino elettorale. Candidato o no, votato oppure no, non è candidabile o votato a essere il Candido per eccellenza o il Candore per elezione. E’ un uomo che come tutti gli uomini può sbagliare, e che probabilmente lo ha fatto; è stato un sindaco che come tutti i sindaci per poter governare (grazie a leggi capestro e burocrazie-canaglia da impiastro) deve sbagliare, e che non avendo scelta né paura quasi sicuramente lo ha fatto. Perché così funziona, nella Cosa Pubblica e Nostra che disfunziona. Tutta burocrazia concepita per i potenti, tutta una baronia di mini-potentati incompetenti ingordi corrotti e prepotenti, in tutto per tutto e tutto per una barocrazia concupita da bari barattieri tangentari e loro conniventi. Una macchina malamministrativa in panne, che se solo provi a rimetterla in moto parte solo per non lasciarti né in pace né indenne. Perché la verità, alla base di questa grande ipocrisia, è questa: a livello locale è un atto un attimo e un amen trovarsi ad amministrare non in nome ma malgrado la legge dello Stato, e così sia. In Italia i sindaci spesso e volentieri sono costretti a forzare la mano, a puntare i piedi, a farsi puntare da sgherri e tirapiedi; a prendersi rischi e responsabilità ben oltre la propria carica — a rischiare molto più della propria diaria, a fare il proprio dovere infrangendolo e magari rischiando la carica di tritolo e/o l’ora d’aria. E più piccolo è il comune, più grande la possibilità di beccarsi un avviso di garanzia: per la mensa dell’asilo tu sindaco puoi finire sotto inchiesta, laddove Lui ministro per dare asilo alla solita (im)mensa dei poveri malaffaristi giustamente ha la garanzia di un avviso d’intitolazione d’una piazza d’armi di marmi o di spaccio a grande richiesta... Penalmente, un primo cittadino vale e rischia più d’un primo ministro. Dal migliore al peggiore, dal più colpevole al più innocente, visti i vincoli e i mezzi dei loro enti, gli amministratori sono tutti dei mezzi eroi: anche quando si lanciano in carriere da mezzi delinquenti. Perché almeno si lanciano senza paracadute, parafulmine parastatale o post-trombatura elettorale, insomma rischiando e raschiando in proprio ma senza paraculate. Se fanno bene, bene: se fanno male, si fanno male. E questo vale per tutti i sindaci, in tutt’Italia, per tutte le sfumature fra stinco di santo e trancio di mammasantissima. Tranne nella provincia di Reggio, si capisce, dove non c’è limite crimine e discrimine al peggio. Dove le mezze misure (anche cautelari) non valgono, dove mezzi delinquenti non ce ne sono: in piena zona grigia da colletto bianco a disposizione o ad apposita elezione del primo malacarne sul posto o sottomano, tutti criminali interi e illibati tranne il delinquente con sentenza dello Stato Mimmo Lucano. L’unico, il solo, il sordido uomo del dolo. Che ha speculato, comesso peculato e forse pure abigeato, bigamia sodomia negrofilia e ogni genere di reato — oltretutto senza neppure essersi arricchito, parola di disonore di chi l’ha indagato processato e condannato. Gli piacciono le negre anziché le mazzette?! Amministrare bene anziché arricchire assai e presto?! Uno scemo completo, uno che passa da colletto bianco sporco anche se non ha mai messo un completo, uno che non persegue l’interesse personale e non asseconda quello criminale: uno che solo per questo dalle parti di Locri altroché la gogna la vergogna e galera, meriterebbe la pena capitale.
Lucano unico candidato impresentabile per legge, in una regione in cui un impresentabile è sempre candidato per legge del più forte, del più furbo, del più affidabile proprio perché fuori o appena appena dentro la legge. Bello, no? Tanto che alla regionali ha vinto chi si sapeva — e, in certi ambienti che contano i miliioni perché non contano i valori se non quelli nei valigioni, si voleva — avrebbe vinto al cento per cento, e chi ha torto è colpevole perché ha preso solo il due per cento. Via il perdente, via il dolore: che efficienza, che sicurezza, che garanzia, la giuria dell’elezione popolare! Tolte di mezzo le braccia rubate all’agra cultura della campagna elettorale, restano le teste: di cazzo come la nostra, che continuano a pensare, a costo di pensare male. E al costo elevatissimo del Bene che però non vale nulla, se in cambio ti danno un voto di scarto di scambio e di sfregio in più nel malloppo elettorale. Sì dai, tolta di mezzuccio la politica che non vale niente, parliamo della società che la esprime: che vale ancora meno, a dispetto di quello che crede la gente comune o di cui s’illude l’insopportabile e luogocomunissima ggente.
Al di là delle discussioni prettamente politiche e prontamente polemiche, la questione evidentemente non è Mimmo Lucano. Lo è sempre più il sempre più disperante che disperato territorio mafioso arreso e compiaciuto che lo ha condannato, espulso, esiliato bollato e cartabollato: come un corpo estraneo, colpevole, colpevole perché estraneo a certe logiche imperanti, a certe realtà barbariche affaristiche e deliranti, a certe logistiche drogate e narcotrafficanti. Come minimo un illuso, un inutile idiota, come uno confuso come pochi ma in compenso alla fine colluso come tutti gli altri. Un patrimonio umano politico e sociale lapidato e dilapidato, da prendere a sassate e non certo a esempio. L’ennesimo Fato sprecato, l’ennesimo fanalino di coda a cui non si può lasciar fare il faro, l’ennesimo destino nel cestino perché né cinico né baro. I bonzi di Riace hanno dato fuoco all’eretico: i monaci da guardia e diavoli custodi del Nirvana della mafia che fa anche l’antimafia mentre tutti fanno silenzio, hanno dato il benservito e il benbruciato al Lucano Bruno che crede in un mondo meno chiuso e in un modo di campare di merda e di mediocrità meno ermetico. Come successo con Monsignor Bregantini anni fa, che si era permesso di schierare la sua diocesi a favore degli ultimi anziché del dio di Santa Padrina Chiesa che colle cosche guai ad avere nervi tesi o affari bloccati e sospesi. Il territorio ultraomertoso ed extraitaliano dei Gianluca Congiusta e dei Franco Fortugno, dei testimoni di mafia e dei presidenti di Consiglio Regionale che si raccolgono morti e facili dall’asfalto alla prima falciata: senza conseguenze che non siano di facciata, e buone giusto per falsissimi funerali d’istituzioni prima assenti e ora inutilmente presenti in parata. Poi, certo, c’è sempre il senno e il cacasenno del poi: che caca il cazzo giusto qualche secondo a un sonno della coscienza che non deve finire mai. Quindi forse anche adesso sorgeranno o risorgeranno i soliti Ammazzateci e Condannateci tutti, i movimenti fatti da fermo per far fare carrieretta a qualcuno che cura il cancro coi begli slogan e i belletti: e che puntualmente finisce in chemio in coma e in processione sciacquascocienza dai Bruno Vespa e dai Giletti.
La verità è un’altra, basta raccontarsi favole — nere finché si vuole, ma pur sempre favole e quindi mica vere. Soltanto questione di storia criminale, di stretta e angusta geografia locale? Qui la storia è una favola senza etica e morale, e la geografia è sulla mappa politica: grande almeno quanto la grandissima mappina che è la politica nazionale. La verità è che la Locride è molto più d’una semplice eccezione, d’una plaga che è solo una piaga e una Tebaide senza pietà verità e redenzione. E’ un progetto già mezzo realizzato di Paese mezzo marcito e mezzo mafiosizzato, è I’Italia futura: che emana puzzo d’omertà e d’impostura, d’impestata corruzione e collusione da Messicanizzazione da narco e anarco-Repubblica, d’impunita e anzi locupletata fognatura. Un territorio in cui lo Stato è al servizio delle mafie, in cui lo Stato è Mafia perché si è arreso venduto e colluso senza condizioni né bisogno di trattativa. E i suoi organi tumorali sono tacitamente al servizio del Meta-Stato, tatticamente a lavoro per il Mafia-Stato, della Metastasi senza neppure che i Mori e i Mancino del caso diventino dei casi clinico-giornalistici nella persissima lotta fra Stato e Antistato oramai padrone cronico vincente e metastatizzato. Non serve urlare ai politici e agli ufficiali corrotti, quando zitti zitti in loco i politici spesso sono boss ufficiosi appena appena corretti. Qui il pesce non puzza dalla testa, ma è dal capintesta locale che devi prendere ordini e persino il pesce, e guai a te se senti puzza. Sistema criminale? Qui se non ci pensa il criminale — dandoti un lavoro o con un lavoretto di tritolo — non c’è nessuno che ti sistema. Compri un chilo di pane, affetti il companatico o affitti un appartamento, fai un mutuo o una tac? Taaac… Passi dalla ‘ndrangheta, che si è fatta istituzione, mercato, chiesa scuola e ospedale. E naturalmente procura e tribunale. Che a Locri sono una specie di self-service delle cosche, di fucile a pompa di benzina che eroga inchieste-burla e condanne-bara h24 e calibro 9. Ai cittadini onesti e (per ora…) superstiti della Locride lo Stato renderebbe un servizio migliore se al posto di quel Palazzo ci mettesse delle aiuole fiorite dove portare a pisciare il cane, anziché tenere un piedi e ai piedi delle cosche un palazzo di tagliole forbite dove da guardia senza accordo col ladro non c’è più neppure un cane. L’apparente e abbacinante abbaglio giudiziario su Lucano è da leggersi in quest’ottica: politico-criminale, onni-prepotente e omertosa, bulla brulla braille e patoncologica. Il cieco ha accecato chi vede, lo zoppo ha storpiato chi cammina, e nel frattempo dio non vede e provvede perché anche a lui e al suo clan arriva il pezzo di pizzo fresco ogni mattina. E quindi Mimmo Lucano è un’ingiustizia giusta, una partita truccata e chiusa, una diagnosi sbagliata ma un’operazione riuscita e opportuna: lo ‘Ndranghetismo di Stato e di Governo ha espulso questo malato che si credeva parte lesa e addirittura sana. E invece era lui l’ictus che faceva chiudere la vena ‘ndranghetista, in questa altrimenti idillica Calabria d’Utopia e d’ischemia che campa felice morendo nel suo grumo razzifascista. Nella malasanità della Giustizia alla Locrese e all’Italiota è il tumore — trattato con ogni cura, ma nessuna terapia — a decidere chi è la malattia. Dopo questa condanna insana e manicomiale — ma intimidatoria da manuale — a bruciapelo come una raffica di mitra e bruciaculo come una granata d’emorroide a grappolo sparato a bazooka, nessun altro oserà rischiare di andare sotto questo tipo di Processo Kafkiano e Kalashnikoviano: che ti passa in giudicato e addosso, che ti asfalta svelto e liscio senza manco prendere una svista una multa o una buca.
Beccaria? Pussa via! Tutto è bene quel che non finisce bene, per chi è fuori dal giro e dal girone dei Dritti e delle Pene!
Non per niente da noi si dice: fare bene è delitto, e da oggi — figata delle figate, del processo e del Progresso — lo dicono unanimemente anche giurisprudenza e diritto. Così una terra che prima non si vergognava di vantare criminali che lasciava impuniti, ora può vantarsi senza vergogna degli uomini probi e coraggiosi che bolla come innocenti criminali incalliti. Erano le ultime della notte della Ragione e della Regione, amici del Papaluto: e anche con questi chiari mannari di luna, come sempre buona eterna mezzanotte a mezzogiorno a tutti e buona fortuna.
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| Mimmo Lucano in un simpaticissimo e coraggiosissimo Fottomontaggio di Tv Morisi e Cazzoni |
venerdì 25 dicembre 2020
CRASHBACK
martedì 25 agosto 2020
COMA PRIMA, PIÙ DI PRIMA
Dice che in medio stat virtus, ma chissà com’è da un po' in mezzo ci sta solo e sempre il virus: forse perché in troppi hanno fatto il dito medio a ogni tipo di virtù che non sia sapersi fare i cazzi propri perché tanto il Covid io lo liscio te lo lascio e te lo becchi solo tu.
Dice che non sono vietate prudenza, intelligenza, scienza coscienza e decenza: sono solo sconsigliate e sospese perché per carità (e caro balneabilità) non poteva essere vietata l’estate, almeno secondo il ministro della Salute (senza) Speranza.
Dice che Musumeci in Sicilia ha espulso con un editto di suo pugno (e pugnetta) tutti i migranti: anche se non può per legge è lo stesso una soddisfazione, ché mica solo gl’italiani del nord hanno diritto a sgovernatori incompetenti razzi-fascisti e mega-ignoranti.
Dice che in Sardegna a livello di villaggi-contagi-conteggi vacanze siamo al top del top, colla lista Vip che sta diventando la lista Rip: non per niente Briatore si sta attrezzando e il Billionaire — passando dal Bellini al Becchini, ma mantenendo sempre tariffari da stronzi e strozzini — si chiamerà Le Beau Cimetière.
Dice lo Zangrillo sparlante — il medico incurante di Berlusconi, che infatti è messo coi controcoglioni — che non solo i malati e i morti di Covid sono pochi: ma il peggio è che al Sant’Arraffaele — foraggiato festeggiato e formaggiato dal sistema sorcio-sanitario lombardo oramai sgamato e sputtanato — ‘sti pezzenti di terapia intensiva costano tanto, spendono zero e rendono anche meno.
Dice che i gestori delle discoteche, dopo aver trasformato i loro locali in virusodromi dove il Corona corre e fa l’apericena coi prodromi della carneficina, hanno pure provato a ricorrere al Tar — bocciati: noi proporremmo di ricorrere al Tir, spianare tutto e dove c’era l’erba e l’mdma fare una città: studi, che però magari non sforni solo youporner (terza)media-manager e cyber-ciuccità.
Dice Zaia che, siccome ha lavorato nelle discoteche per pagarsi gli studi, non bisogna demonizzare le discoteche: dimostrando che i suoi scarsi studi pagano il troppo lavoro nelle discoteche.
Dicono Salvini e Santanché che è assurdo prendersela coi ragazzi — infatti bisogna prendersela coi quarantenni malportati e i milfoni malvissuti che invitano a non portare la mascherina e a (s)ballare apertamente e abusivamente dalla sera alla mattina.
A suo tempo (cupo), Mattarella ha detto che stando uniti e rispettando le regole potevamo farcela: per questo da quando l’Italia non è stata più gli Stati Clausurizzati e Uniti le regole non le ha rispettate nessuno, e le possibilità di farci evitare il bis di lockdown sono sempre più lock e sempre più in down. Del resto, che t’aspetti da chi anziché dare l’esempio e fare direttive ti fa lo scempio e si fa i dispetti? Politici che fanno i virologi, virologi che fanno gli opinionisti isterici e (poi) i candidati politici, presidi e dirigenti scolastici che mentre il ministro Prezzemazzolina è dappertutto a dire niente sui presidi sanitari e igienici prendono ordini e cazziatoni da presidenti di regione incoscienti iposcolarizzati e iperpropagandistici... Bello, no?
Il quadro della situazione è così chiaro comprensibile e consolante, che sembra cubista: non da discoteca, più tipo Guernica.
Uno Stato e un governo costretti ad aprire tavole calde — ma molto cool — per il virus perché ci sono troppe pressioni da sopportare, troppe burocratizzazioni da smontare, troppe casse disintegrazioni da annientare, troppe disfunzioni erariali ereditarie ed erettili da raddrizzare: insomma troppe bocche da fuoco e da falò da tappare e/o da sfamare. In Italia deve funzionare tutto come niente fosse, perché per il resto non funziona niente, a parte il senno del poi che riempie i letti i tg e le fosse; fra le tutte le trasmissioni d’informazione funziona solo la trasmissione del Corona: perché — sistema centrale, locale, civico o cerebrale — da noi funziona sempre che mai niente funziona. E quindi il bene pubblico — per una manifesta incapacità di pubblico demanio e dominio — viene sacrificato per il bene del privato: che non è la vita o la salute, ma sono la gnagna il guadagno la vacanza e la lagnanza a vita. Questo governo che c’imprigiona, questo governo che c’affama, questo governo che c’impedisce di fare le vacanze-studio (epidemiologico) e la seratona!
Quand’invece — duro da credere, ma duro solo per un duro di comprendonio da ammettere - questo governo contro il Covid non ha fatto peggio di altri nel mondo, in alcuni casi ha fatto molto meglio e persino da apripista: solo che a un certo punto ha tirato a campare e ha allentato la presa (di coscienza, di posizione, di corrente di pensiero d’un certo rigore), sapendo che è sempre meglio che tirare le cuoia come da dettato andreottiano poltronaro e immobilista. E quindi rieccoci nella palude in cui Conte e i suoi fanno melina o velina di propaganda, comunque gran fumo e piccolo cabotaggio; mentre l’opposizione — quella ufficiale, quella ufficiosa, quella renzista grandecentrista e (im)prenditoriale — cerca il colpo grosso la grossa colpa o il piccolo sabotaggio. Roba trita, trista, triturapalle che la metà basta.
E dire che per qualche tempo e per qualche bell’esempio sembrava potesse cambiare tutto, in meglio e sul serio: ma ‘st’illusione virale è durata giusto qualche mese, il tempo di tornare in noi a noi e al nostro paese sempre grave e mai serio. L’Italia che profuma di oleandri e di perché (cit. Mino Reitano) è il paese per quello che è: quello che poi nei suoi olezzanti meandri non profuma mai un granché; che c’ha storie e persone che altrove uno si sogna, favole belle che ti viene voglia di credere pure a Babbo Natale a Belpietro e alla cicogna: ma poi è solo zucchero a velo e al vento sulla venustà delle nostra vergogna, acqua di rose e di bellissime cose sulla acqua di fogna. Se vuoi capire il nostro ilarotragico paese hai sbagliato calabrese — non ti serve Italia cantata e decantata di Mino Reitano, ma l’Italia demente deforme e depredata vivisezionata a morte e immortalata a vita dal quasi anagramma e quasi compaesano Rino Gaetano. Superpensioni, cieli mare e auto blu, estati tutte supersorrisi canzoni e cazzoni tv: parole perfette, basta aggiornare un po' la musica, ed è sempre nun te reggae(ton) più…
Ebbé, dopo ‘st’inizio tutto male niente male, voi Papalutisti com’è che (e)state? Siete sopravvissuti, siete contusi felici e contenti che la hit dell’inverno è anche eccome la shit dell’estate? E che, dopo la sindrome da lockdown, via il lock sono rimasti solo i giorgi melongoloidi colla sindrome di Down (nel senso di giù la mascherina, la guardia, la maschera, quel minimo di filtro fra realtà/responsabilità e filiera propagandista e pro-negazionista fascio-bufalina)? Che a Pasqua magari siamo scampati alla scampagnata clandestina con carbonella carbonara, sì, ma solo per ritrovarci inculati dall’inalienabile diritto del dritto che in vacanza (con tanto di bonus-buon-per-il-virus…) deve farsi il risotto e il soffocotto alla marinara?
Voi non sappiamo, ma noi tutto bene — nel senso che tutto bene un cazzo, tutto pene nel senso sia del Beccaria che del cazzo. 'Na galera, un prurito, 'na gonorrea. Non per niente, eccovi ‘sto sfogo cutaneo di domande a pelle e a palle dopo essere stati zitti a costo di farci venire l’orchite e le bolle…
E come mai, poi? Lo ammettiamo, per una volta siamo rimasti senza (male) parole: per un attimo bello (brutto?) lungo abbiamo sperato (temuto?) che il nostro pessimismo cosmico restasse disoccupato in quanto ottimo esempio d’inutile e pessimo polemismo comico.
Ma i nostri dubbi ottimisti sono diventati dubbio ottimismo nello spazio d’un mattino, d’un break pubblicitario nel dibattito fra un matto uno in malafede e un cretino.
Poi passata (per forza, per finta, per legge: di mercato) l’emergenza, per fortuna tutto è tornato all’anormalità — nell’istante stesso in cui anziché appendersi alla minaccia della multa o della denuncia, ci siamo appellati al senso d’irresponsabilità: che modestamente da noi è molta, e trova sempre Salvini e simil-cretini che le leccano il culo e le grattano la pancia. A noi non ci salvi la vita manco colla sedia elettrica, a noi ci piace se ci salvi(ni) la serata con qualche polemica o puttanata sempre nuova ed eclettica; l’unica legge per noi è sempre fesso chi (osserva la) legge. Ché mica la devi osservare, se puoi dalla legge ti devi guardare. L’Italia è questa, idiota piegata e piagata dalla sua ossessione di non passare da fessa, ma per (s)fortuna la nostra scrittura come la nostra struttura resta: incazzata, ossessa, bastian e baston contraria, indefessa o forse indicibilmente fessa: comunque ostinata ostentata e contraria, sempre la stessa.
E quindi avanti, per molti (d)anni a venire. Fin quando l’Italia resta così, noi restiamo cosà. Ma non appena diventasse cosà, tranquilli: non la vorremmo così, perché vogliamo rompere (a)i coglioni e non schiodare di qua.
Quindi tutto bene, tutto apposto: abusiviness as usual, si fa quel che si può e non quel che si deve, si fa quel che non si deve perché si può: agosto, maglia stretta mia non ti conosco; solo canotta e canotto, e chi avanza dubbi è uno iettatore uno sfigato o un tipo losco. Guidati da negazionisti e riaperturisti che si fanno scudo talleri e scudi coi turisti, siamo andati al macello — di gente in strada, di prossimi e possibili terapizzati intensivi in corsia dove un respiratore se lo trovi ti costa come fosse marca Prada. Colla simpatica novità youth-friendly che, smaltiti quelli di novant’anni, a entrare in privé e in lista rip saranno quelli degli anni novanta. Figo, no? Ma l’estate è quasi finita e goduta, oramai: omissione compiuta e quel che sarà, che sarà mai? C’è tutto l’autunno, per tornare all’inverno del nostro scontento e del nostro sconcerto, quando non si trovava né un reparto né un cimitero aperto. Tanto. Nel frattempo e nel frastuono del bel tempo ci siamo scordati tutto, in Italia non è successo niente, in un mese di ferie ci siamo dimenticati quasi tre mesi di paure isterie e paranoie: ma anche di cose belle, importanti, serie.
Però però però. Siamo mica gli unici ad aver avuto la curiosità di vedere se si muore prima d’epidemia o d’economia, se è valsa la pena svuotare i reparti Covid per riempire di Covidiots i beach party.Mica soltanto in Italia il virus è stato dichiarato debellato per legge — di Borsa, di business, d’entertainment, di mercato — e pazienza se si tratta d’un mercato delle vacche, delle bufale, della pelle di persone che — povere, anziane, senza Tesla né Tik Tok — servono da simpatiche cavie e valgono quanto vecchie cacche.
Mica siamo solo noi, che andiamo forte cogli evviva troppo presto e ci svegliamo con il mal di testa da male della protesta. Non siamo gli unici del Ricasco Rossi fan club, a voler una vita e una ricaduta piena di guai. E Trump? E Bolsonaro? E quel coglione di Boris Johnson che ha chiamato il figlio Willbur ma in onore della sanità pubblica che l’ha salvato (anche se lui non voleva salvarla…) avrebbe dovuto chiamarlo Welfare? E tutta l’Asia — Minore e no — che nei contagi è tornata tutta Maggiore anziché no?
Tutto vero, tutto nero, tutto il mondo è paese, ma non basta tutto il mondo per arrivare al Belpaese. Tutto il pianeta è ammalato, tutto il globo dibatte, ma solo nel paese del nostro stivale si proclama l’apericena a nonno morto come diritto conculcato degno di sommosse, d'un moto del mojito compreso di lotte: possibilmente a bordo del tuo yacht, lasciando a imbottigliarsi e infettarsi gli sfigati strainfettati che per andare in vacanza prendono il ferribotte. Certo adesso si dice, si media e si dice che si rimedia, si tratta si proclama eppoi si ritratta. Si fa o si finge di, si finge o si fa come se, fatto sta che. Se tutto va male — cioè bene all’influenza degl’influencer: malattia invalidante per cui, a differenza del Covid, non c’è speranza di vaccino… — come su Scazzi a Parte avremo avuto discoteche aperte e richiuse con scuole chiuse emmai riaperte. Il tutto per la gioia dei gggiovani che fanno scuola agli adulti sul fatto che se non ci sono le discoteche loro col cazzo che fanno scuola. E che volete, i movimenti giovanili d’oggi sono questo: pane Sardine e Greta, panel social e nutella, ma poi al massimo fanno lo sciopero della fama anziché della fame che mica sono o sanno chi era Pannella. Genitori e figli, tutti sulla stessa barca — il Titanic, alias il Pandemic — perché coi loro figli i genitori sono stati un po' coglioni e un po' conigli, un po' avari o assai somari di consigli. Ora l’impressione è che si sia chiusa la stalla quando oramai sono scappati i buoi — e che sul demence-floor ci sono rimasti solo cocci e ciucci di bottiglia di champagne o pampero, asinini asintomatici e spritz-boy; proprio vero, tutto l’immondo è Belpaese: non per niente Sgarbi Porro e Briatore ce li abbiamo solo noi.
E bastasse. Fosse solo una questione di tarati deficienti e tangenti, saremmo salvati.
Corruzione a sfare e a parte (vero, presidente-parente Fontana?) a far riflettere è la coazione a ripetere e a sfinire. Ad esempio. Trent’anni fa Gherardo Colombo scoperchiava Tangentopoli a partire dal Pio Albergo Trivulzio per conto della Procura di Milano: trent’anni dopo deve sforacchiare il velo d’omertà sulla Cognatopoli alla Regione e sulla Necropoli alla Baggina su procura del comune di Milano. Il problema non è il virus che torna, è il vulnus che resta: nel nostro tessuto politico, sociale, cerebrale: il tumor panico proprio nella nostra testa.
Coma prima più di prima, insomma.
Essì che — lo ripetiamo, lo ribadiamo, non ci riprendiamo e non ci rassegniamo — per un momento è sembrato che davvero potesse cambiare qualcosa, forse addirittura tutto, ma stavolta mica per non cambiare niente come nelle hit dei Tommasi paradisi o nei desinit dei Tomasi di Lampedusa. Per un istante è sembrato che in un istante un anestesista fosse più importante d’un trequartista, che un buon medico fosse meglio del meglio spin doctor, che la sanità pubblica non fosse solo una questione di supervoracità privata appaltabile a qualche triste tri-tangentista: insomma che si potesse davvero cambiare l’agenda politica, anziché scambiarla per quella eco-unfriendly che ti regala la banca a Natale in vera finta pelle e tanta tanta plastica.
Non per niente nel periodo in cui siamo rimasti silenziosi, ansiosi, speranzosi (speranziosi?) davvero abbiamo creduto che davanti a un problema serio, tragico, si potesse diventare più seri senza diventare tragici. E’ successo il contrario. La situazione è grave, ma noi flaianamente non facciamo i seri ma solo fottipianginamente i tragici. O isterici o indefferenti, senza mezze misure: vogliamo la soluzione ma non vogliamo mascherine chiusure e contromisure; incoscienti, piagnoni, arroganti: vorremmo fare come la Svezia, i calcolatori cinico-freddi e nordici: solo che lì nessuno versa lacrime di coccodrillo o di pecora o di prefica perché l’immunità di gregge è fallita, mentre il virus è ancora lì e i morti sono tanti.
La verità è che il Covid è la scartina al tornasole di come ‘sto paese è scarso, di quanto se la gioca male, di come e quanto fuori dall’emergenza più di tanto non vale: torna sempre a quello che è, al fatto che a tutti i costi (altrui) vuole fare quello che vuole. Mentre la politica politicante, pluriniente, polinsignificante — dopo un attimo di pericoloso sbandamento — sta tornando a fare quel che suole, che un po' ci duole, ma alla fine se ci fa comodo poco ce ne cale. La mitica mistica degl’italiani brava gente non attacca: semmai è l’italiano bravo agente — patogeno, patetico, patologico — che qualcosa te l’attacca. Ad esempio il pippone sullo Stato o assente o pressante, sul governo che fa troppo o non fa niente: l’unica certezza è che er cittadino poverino è solo, ignaro, sempre innocente; anche se io non metto apposta la mascherina, se i miei figli escono la sera e tornano la mattina eppoi fanno secca nonnina, anche questo è colpa di Conte. E trovo sempre qualcuno pronto a darmi ragione, a farmi l’applausone, a darmi una demagogia irresponsabile e una demagogobugia spargi-paura in cambio d’una democrazia un minimo responsabile e matura.
Abbiamo un'opposizione sovranista e superinstagrammista, con un governo non di sinistra ma social-ista: insomma una politica che tutt'intera non vale mezza tacca e non capisce un'acca. Che segue e non guida, che non segue né un filo logico né altro che non sia un filone demenzial-demagogico, che non capisce in senso filologico; che guida solo nel balletto triste dell’offrire pretesti e facili assoluzioni a chi protesta reclamando immediatamente difficili/istantanee/impossibili soluzioni. Che avanti alla cieca o alla filorussa, sondando e assecondando i pessimi umori e le cattive abitudini del paese — perché che il Paese sia meglio della propria politica è un’illusione, pure piuttosto palese. Dove va il mare va la marina, il branco segue la rabbia canina, dove va ‘sto paese alle vongole lì la politica allo scoglio(namento) quattro stagioni s’incammina: e quindi vai di andamento (maci)lento, marcio dentro, marcindietro e arcilento. Un passo avanti, tre indietro, mille sul posto nel ballo del potere tra pseudosinistra cenciodestra e merdocentro storico e cronico. A tutti livelli, in tutti i cessi e i recessi del potere, dalle tazze ai bidet ai lavelli di tutti i gabinetti di guerra in guerra fra loro e in questione: boss e travet, i capoccia e i sottopancia, governo maggioranza e opposizione. Per dire, per capirci, per capire: non se ne azzeccano due di seguito manco a morire. Si fa o si propone una cosa buona, e subito si fa o si propone una cazzata: altrimenti nell’ambiente nessuno si fida ti si fila o ti perdona…
Qualche esempio, senza fare nomi e cognomi: non per rispetto né per timore, ma solo perché nella piccineria generale servirebbero come a distinguere fra nani e gnomi
Con più fortuna che merito, si è miraculosamente riusciti ad abbattere la carica virale? Per compensare bisogna subito farla risalire, senza tralasciare di far impennare la polemica bullo/nullo-politica e lo scaricabarile.
Si tira su tutti orgogliosi il nuovo Ponte di Genova? Immediatamente tutti orgoglioni — siccome se non puoi passare sopra ai problemi di governo, puoi volarci sotto — si butta giù l’idea di buttare qualche miliardo da Ricoveri Fund giù nel Tunnel dello Stretto: un'idea per niente da ricovero e nuova nuova, pratica terra terra e tangibile come una supernova.
Tutti d'accordo, persino i colleghi, che i nostri disonorevoli e assonatori sono deficitari o proprio deficienti rari? Certo! Ma anziché fare voto di aumentarne la qualità, si fa un referendum e si va al voto per ridurre la quantità dei parlamentari... Un pò come se per ridurre i ciucci in classe tu riducessi gli alunni, anziché insegnare meglio anche ai più cunni.
Ma sinceramente le soluzioni originali si sprecano. Tutti gli schieramenti hanno pensate e ripensamenti che spaccano, soggetti candidati e progetti che sbracano. Il governo ha un problema? C'è un problema di governo: discutiamo h24 come cambiarlo, ché il problema vero nessuno sa una o 24 acca di come affrontarlo.
Il Conte 2 è ritenuto troppo lontano dal popolo, troppo debole e tenuto su solo dal potere, nato e cementato da una manovra parlamentare? Non buttiamoci giù, buttiamo giù lui, facciamo un bel Draghi (numero) 1 a prescindere e a trascendere, con un bel manovrone di palazzo facciamolo presidente e papa senza manco passare da cardinale: si sa che la gente impazzisce, per un ex banchiere centrale; da Comunione e Liberazione all'Arcicaccia a Calenda con Azione, tutti dentro e tutti fuori di testa per questa ideona altamente democratica che spalanca le porte a Salvini Meloni boys e Nazisti dell'Illinois alla prossima tornata elettorale...
Sempre così, il tono di voce muscolare d'un paese che si dibatte da orbi. Si blatera, si complotta, ci si mena e ci se la mena da mane a sera: ma guai a chi obietta o si estranea dalla lotta...
Nonostante i frugali olandesi che cosa si sono fumati non lo sappiamo (o forse sì: il solito prezzemolo afgano mischiato a un ragionierismo da populismo monetarista e sovrano…) abbiamo ottenuto tanto compresa la possibilità del salvastati? Discutiamone, parliamo, votiamo, decidiamo: capiamo se possiamo uscirne devastati o salvaguardati. Ma quando mai. Senza neppure lambire il fondo in quanto tale, ecco che tocchiamo il fondo — metaforico, patrimoniale, editoriale; eccovi un inguaiatissimo e conguagliatissimo conglomerato politico-giornalistico-economico BerluskElkaniano che — da Sallusti a Molinati ai Renziani, da Stampubblica a Bettini alla Cuccarini — per il salvastati vuole un governissimo griffato e ingrifato SuperSanto Mario Draghi per spendersi il nome e comprarsi una legge salva amici denari e potentati.
Perché da noi non si approva una legge che serva alle persone, ma che asserva e sfami le clientele che nell'urna e davanti alla porta ti fanno il pienone. Ma se non sei cretino trovi anche il modo di fare la cresta prima che gli elettori ti facciano la festa: perchè da noi con qualunque legge si trova il danno l'inganno e il guadagno, e per il resto è fesso chi (e)legge. Che sia buona o cattiva, si trova il modo di spremerla coi bonus o colle cattive — anche nel senso delle scuse più penose, risibili, schifose.
Colpa del commercialista che mi ha ipnotizzato a mia insaputa, l'ho preso per mia mamma morta tre anni fa, l'ho dato in beneficienza al mio yacht o mignott club...
Fai una legge perché tutti quelli che ne hanno bisogno abbiano 600 euro? Si scopre che è colpa della legge se i 600 euro li richiede e se l’imberta — e guai se gli si fanno domande di sorta — proprio chi la legge l’ha votata ma non ha né vergogna né bisogno. Se puoi farlo, devi: a ogni seduta, vota mangia e bevi. Se non c'è responsabilità penale, non sussiste problema d'opportunità o responsabilità personale.
E hai voglia ad andare avanti: ma d’andare avanti con ‘ste schifezze, chi c’ha voglia?Un florilegio da potata urgente, che spazia dalla puttanata semplice al sacrilegio flagrante. Piccole miserie, grandi angherie, piccole e grandi cleptomanie. Questo ci tocca, con questi che nessuno li tocca.
Quand’invece i temi sarebbero tanti e tanto diversi da questi, dai patemi d’uomini d'impotenza senile o ignoranza giovanile che non guardano più in là degli ultimi sondaggi, dei possibili scrocchi strapuntini percentuali e saccheggi, delle ultime interviste in cui si protestano onesti o delle ultimissime nequizie che parlano d’amici dei nemici agli arresti.
Come spiega Spillover — un libro molto noto venduto e citato, quindi poco letto e capito — il nostro sistema di sviluppo nuoce all'uomo come al resto della flora e alla fauna, alla (non troppo) lunga distrugge noi le foreste e il pianeta, ma in compenso piace un casino alle Sars all'Ebola e al Corona. Non bastasse, il libro anticipa che questa pandemia non sarà né un caso né un casino isolato: se deforesti e disturbi il virus a casa sua, poi te lo ritrovi a casa tua. Covid 19 avrà i suoi fratelli, dal ’20 in poi forse pure più frequenti contagiosi e coltelli. E per fronteggiarli agli Stati non basterà promettere i soliti ospedali medici e infermieri, o non mantenere più i più solidi speculatori arraffatori e caca-cacciabombardieri. Andrà ripensato tutto il sistema salute/prevenzione/vaccinazione a livello mondiale; anche e soprattutto perché così com’è l’Oms più che all’alta medicina fa pensare alle M&Ms: tutto bocconcini e strapuntini politicamente colorati, molto emeriti e spesso pochissimo meritati, più lottizzato della Rai e con più raccomandati e negati d’una azienda municipale.
La salute dell’uomo mai slegata a quella del pianeta non è una puttanata o una gretinata: le deforestazione intensiva porta più virus, che ci portano alla congestione della terapia intensiva: una migliore gestione (e non indiscriminata ingestione, con incriminata digestione...) delle risorse erariali naturali e cerebrali è un dovere, oltreché un diritto per una coscienza politica che — se proprio non vuole essere di sinistra e progressista — almeno può provare a fare la moderna e rinnovatrice/risanatrice progressiva, no? Certo! Beato o beota chi ci crede — tipo noi Papalutisti, che non accettiamo che il popolo sia bue, ma non c'attacchiamo al carro buoi dei troppi Scialapopulisti.
Hai voglia a sollevare dubbi e questioni, quando qui il gioco è alzare qualche voto e sollevare polveroni. Che volete che siano i problemi globali o le questioni etico-morali, davanti alle essenziali ed esiziali elezioni comunali e regionali?!
Il nostro mondo cambia, ma il nostro modo non cambia. Possiamo ucciderci da soli, ma furbi come polli come siamo, chi ci deve ammazzare?! La bomba nucleare, un’appaiata di guerre mondiale, il reggaeton diventato virale: la nostra più grande invenzione di sopravvivenza — la stupidità — è sopravvissuta e superproliferata in tutto questo, figuratevi se la tocca o l'intacca qualcosa di più proriamente virale (ma probabilmente meno pernicioso) del reggaeton...
Insomma, siamo e saremo questo. Resilienti, recidivi, vivi anche se deficienti. Se ci può consolare abbiamo fatto di peggio; anche se ci può sconsolare, difficilmente faremo di meglio.
Anche dalla tragedia peggiore, l’uomo è uscito o riuscito migliore. Questo fino a oggi, fino alle signore permalose o ai Sabini Cassese che se gli chiedi di tirare su la mascherina o di mettere giù qualche giurisprudenzialità cretina ti rispondono che li oltraggi. Per assurdo che sia, colla pandemia tutti noi abbiamo avuto un’occasione da non perdere — ma tranquilli, avanti così sarà l’occasione a perdere tutti quanti noi, amen ave John Lennon e lascia che sia.
Nel frattempo l’estate sta finendo, il tempo per fare in tempo pure, ma noi vamos a la playa e del resto ce ne stiamo fottendo. Ma fin quando è così e ci va bene, va bene così. Se c’ho la gnocca, manco l'App-ocalisse sullo smartphone mi tocca; se c’ho la Dreher fresca in frigo, di Kyoto Krauss Dostoevskij e Schopenhauer me ne frego. Mojito e patata: eccolo lo spirito del tempo, l’attuale visione del pelo e del mondo che ci siamo data.
Non saranno gli ultimi giorni dell’umanità di Karl Krauss, ma anche in questi la grande madre della disumana stupidità è talmente spinta e incinta che funzionerebbero pure il salto della quaglia o l’Ogino-Knaus…
Ma tant'è, se siamo ancora (preterintenzionalmente) qua, vuol dire che tanto troppo non è.
E quindi, come direbbe Karl Krauss se fosse vivo vegetale e calabrese anziché morto e viennese, futtiti e futtitivinda: fottiamo e fottiamocene, che qua è festa e si brinda. Anche se magari è un funeral party in stile Louisiana in cui fai festona col bar e la tua bara aperti... Bene lo stesso, tanto noi qui col mischione di misfatti abbiamo fatto. Come diciamo sempre, buona notte e buona fortuna, al limite buona fottuta. E Krauss per Krauss, vi concediamo con un gute nacht und viel glück: vi auguriamo good night and good luck: ora però vivamente vi consigliamo via, schnell, raus, eventualmente good fuck.



