lunedì 16 marzo 2026

FRA' GELLI D'ITALIA

A una settimana enigmistica dalla soluzione del quesito referendario anti-magistrato e pro-inquisito, siamo messi così: che non fai in tempo a dire una cosa per  ridere  sebbene a sforzo, che questi davvero la fanno non per non piangere in queste Carlocalende di Marzo che sembrano le idi dei Cesare (Previti) del Sì. Ad esempio. Visto il ribaltone e sentito il tormentone, tutti a battere al computer o a battutare al compare di padel o bitter che se voleva un per sempre sì al voto per Giorgia l’unica era votarsi a Salremo? E quella subito s’annette e si genuflette al ritornello di Sal Dai Vincimi il referendum. Del resto, una canzone manifesto dalla musica al testo: che dal matrimonio in bianco al patrimonio per il ricevimento pagato a nero all’aborrire/abolire il buon gusto e l’aborto, rispecchia senza spocchia i valori di un’italiano vero dal disco al desco misconosciuto dai più — ma sconosciuto al fisco di più — cui la sinistra chic dà addosso e la sua amica toga rossa sempre torto. Queste le premesse, e non vi diciamo le promesse. Migrazioni, microcriminalità, micosi e maxi-code ai caselli nelle festività… Una lista di disagi delitti e pene da cui ci si libererebbe che si e Sì allunga che manco in una pubblicità sull’allungamento del pene. Volete Sempio o il colpevole che preferite a Garlasco, volete far sparire o meglio ancora sparare il maranza magrebino stupratore e assassino, non volete più che un povero bambino italiariano sia separato dalla sua famiglia Flintstone/Addams nel bosco? Domenica votate giusto, e ci libereremo per sempre del plotone d’esecuzione da sempre troppo lasco e/o troppo losco. Una cosa impressionante, una posa impostata e martellante, con una prosa martoriata prim’ancora che martoriante. A dire e far dire tante cazzate, forse manco il Referenzi colla sua famiglia nei Boschi — oggi grande avversario di Meloni: chi si somiglia, si sa, si accapiglia… —  che bastava un sì e guarivi la politica la penisola e pure il diabete. Allora perfortuna è andata male di tipo 1 e tipo 2, mentre se adesso per sfiga va bene ci tocca un paese tipo Italia Uno ma (in) diretta dalla P2.

Solo che non dobbiamo essere ingiusti e ingrati, con questi che vogliono che gl’italiani scelgano che possono scegliersi gli amici degli amici giusti fra i magistrati. Senza di loro, che stanno facendo di tutto per vincere, chi gli si oppone non avrebbe avuto tutto per convincere e magari farli perdere. Mesi fa il quadro era talmente diverso da sembrare tondo, ed è solo grazie al Sì se per il No all’Italia piduista e nera dall’autunno alla primavera è cambiato il mondo. Un impegno quasi commovente, molto cerebrale, talmente amico geniale e congeniale agli avversari da far pensare a una commozione cerebrale. A partire dalla top selection grossa così di fan pensatori e pensosi fanscazzisti-fiancheggiatori nel comitato per il Sì. Previti, Dell’Utri, Formigoni… Sceltissimi nonché scioltissimi opinionisti, pregiudicati, opportunisti prezzolati e preclari pornogiornalisti: per varie motivazioni o tumulazioni mancano solo Craxi, Riina, Pacciani, Joker Macchianera e Voldemort: anzi no lui c’è, col suo monster-ego e presidente Sallusti. Per non parlare dei finti-neutrali e veri fan ultrà e ultrafalsari alla Vespa o alla Porro: un po' come se scegli di travestirti da sergente Garcia anziché da Zorro. O come se per rilanciare la dieta vegetariana prendi come testimonial Hitler, o per consigliare l’alimentazione sana scegli Hannibal Lecter. Tutti i meglio cattivi ovvero buoni a nulla più odiosi, tediosi, odiabili e tendeziosi — facce di bronzo di fu berlustronzo e da cartone, un All Scar Team da Reo Leone. Perfortuna che ad alleggerire c’è Di Pietro, col suo sì scompiglia-telespettatore: che va in tv per l’angolo del buonumore, e delle brutta fine che fa chi con Tangentopoli ha toccato i fili e i fighi del potere e adesso di vergogna e autogogna se ne muore. E peccato per la prematura dipartita a 94 anni di Bruno Contrada, eroe dell’anti-antimafia e dello Stato dei servizi deviati che se lo incontri o ti ci scontri ti conviene cambiare strada. Con lui perdiamo un sì assicurato e un testimonial perfetto di cosa voglia dire avere un magistrato obbligato e non più indipendente ma come obbediente e insabbiante come un prefetto... Perfortuna non mancano altri vivi, vividi e magari giusto un pochino lividi esempi da brividi. Una galleria di tizi e caini improbabili, impresentabili, improponibili. Di più: inspiegabili. Come se Meloni non solo volesse vincere per fare un dispetto alla magistratura e alla sinistra, ma anche a dispetto della malafigura che a presentarsi apertamente mano nella manovalanza colla mala di certi figuri può fare persino la sua destra. Come se Giorgia avesse deciso di giocarsela come un atto di forza, d’invasato fervore davanti all’Italia, anziché come un molto dovuto e pluripregiudicato favore a Forza Italia. Un tentato boom che per la sua gang si sta rivelando un boomerang — una versione meno porno ma mica più soft del bunga bunga che ha fottuto Silvio e la sua Rubygang. Una specie di Hybris, ‘st’assolo di Piano di Rinascita Democratica che all’Italia ancora democratica coi capelli bianchi o colla ricrescita suona come un revival di Gelli Sindona e Cefis. Un’una contro tutti contropelo urlante urticante e controproducente. Un eccesso da bulla al bar e alla Barbarie Berluscona — al punto che in proposito a svelenire e a sventare lo sproposito è dovuta intervenire la Berluscona non Barbara che conta, cioè Marina. Nientemeno che con una già mitologica (o)missiva a Repubblica. Basta polarizzazioni, scontri e impopolari strumentalizzazioni — questa riforma non è solo in memoria di mio padre, no, ma anche di Vittorio Mangano e tutti gli altri stallieri stalloni e angeli del fango di noi Berlusconi… Intervento stupendo, superlativo, forse appena appena tardivo. Il danno oramai sembra sia fatto, evidente, sfatto al netto del trucco parrucco e tarocco con cui fino a lunedì sarà contraffatto. Catodico o meno, dal tubetto oramai è uscito tutto ‘sto dementifricio: e i sorrisi e cazzoni durbans che pensavano di vincere in bullezza e in scioltezza per la sciatta indifferenza dell’italiano in maggioranza, dal 23 marzo temono di trovarsi a gestire un perdentificio. Perché il clima è mutato, è estenuato e ostile: anche ma non solo perché si è molto esagerato nello stile. Da entrambe le parti. Basta ricordare quanto sono stati impietosi e ingenerosi i commenti di chi osserva che a votare sì saranno sicuramente inquisiti, mafiosi e delinquenti; e no cari Di Matteo e Gratteri, a dire così fate torto ai volenterosi e dichiarati sì di Casa Pound e degli altri valorosi ma meno dichiaranti malaffaristi grigi e fasciopiduisti neri… I magistrati banditi finalmente asserviti e a prova di sgarri, i poliziotti blanditi e scudati come sgherri e sicari? L’impressione è che agl’italiani inizi a fare impressione, anche solo il vago sospetto che sotto il tentato cappotto di Meloni ci sia uno squadrismo in doppiopetto. E che tutto sommato ma non tutto somaro, chissà perché, il mitico e abusato cittadino preferisce chi rischia da servitore dello Stato — anche questo, defecitario e pietoso — rispetto a chi raschia il barile campando da asservitore dello Stato autoritario neopiduista e pidocchioso. Un brutto affare, per Giorgia, non capire che a fare così con ‘sto referendum in ogni caso non ha fatto un buon affare. La verità è che colla sua claque di azzeccagarbugli e accalappiacanai da quattro di sera a unomattina, la Ducia sono mesi che non ne azzecca più una né ci accalappia come prima. Sfondoni sulla magistratura che è feccia, sfottò merdoni e persino matteisalvini sul poliziotto eroe super che spara ma poi si scopre pusher che spaccia. Tra Referendum e Rogoredo, attorno a Giorgia la sensazione è che stia finendo la stagione da sensazionale sensale e vestale della Nazione: l’effetto dell’invitto alloggio a Chigi e ad libitum ché io comando e metto al rogo chi credo…

Magari fosse, ma di magari sono piene le fosse. Forse è davvero così, forse non finirà che ci sfinirà di nuovo  di per sempre sì. Solo che noi del No non dobbiamo fidarci, né è al possibile No degli altri che dobbiamo affidarci: anche se per dire no minchia, sembra impossibile, ma dobbiamo sfidarci. Sfidare la nostra innata pigrizia e anche la nostra non immotivata itterizia. Fa male al fegato ma non importa; anche a dispetto di sé, è fare bene al paese perché non resti fregato quello che importa. Al di là delle miserie e ignobiltà di chi davanti a questi brutti ceppi e ceffi d’infezione non sapendola davvero far onorare non sa nemmeno più fare Resistenza, a dispetto della troppa gente di Sì-nistra che domani ti chiederà il voto e oggi a questo si rivela compiacente complice e confacente al governo, nonostante una (in)certa opposizione bisogna opporsi alla Destra e alla sua spudorata Giurispergiuranza. L’importante è fare, agire, e magari farcela senza stare troppo lì a sottilizzare e somatizzare. Certo. Ci dà l’emicrania, il tormento, l’orticaria sapere che non è perché è sbagliato ma solo perché ha smarronato che Meloni — forse, ma forse — sta gettando alle ortiche la possibilità d’imporre la sua deforma giudizio-autoritaria. E non parliamo dell’orchite che finanche in questi non seri ma gravissimi tempi di Dies Iran suscitano i testicoli ipopensanti ultraridicoli  e ipeirritanti dell’opposizione eternamente affetta da otite da lite e afflitta da onanite. Roba da iscriverti allo spartito dell’astensione solo per non vederli decantare vittoria in processione. E invece no. Diffidare delle nostre idiosincrasie, a costo di non diffidare ancora una volta dal rappresentarci le note e nostre idiotocrazie. Fidarci pienamente delle nostre ragioni, che sono giuste, e confidarci amaramente solo a cose fatte — si spera bene — che le ragioni degli altri sono giustamente più pratiche, scorbutiche e robuste. Più che probabile che se perderà, infatti, la Destra perderà non perché ha minacciato la costituzione italiana: ma perché ha smanacciato troppo l’insofferenza per il potente che una volta presidente non deve mai diventare troppo prepotente insita nell’anarcostituzione italiana. Più che per convinzione, nella sua storia, l’italiano ti vota eppoi ti volta le spalle per punizione. Ma conta il voto, che una volta contato sul perché e sul percome — a differenza di noi cacacazzi e dubbi del Papaluto — perfortuna resta muto. Quindi, basta. E non basta mai impegnarsi, non impigrirsi, non illudersi né spaventarsi — ché la Destra suprematista e purtroppo superprimatista in Italia e nel mondo ha appena cominciato, e non intende fermarsi; tant’è vero che Meloni, come la capa dei gabinetti di Nordio Bartolozzi, ha già fatto sapere che vada come vada non intende dimettersi: e purtroppo, manco ricoverarsi… Anzi, laddove non riuscisse a mettere sotto controllo della politica la magistratura con questa legge eversiva ed esiziale, ne ha già pronta una con cui mette sotto controllo direttamente la politica colla scusa della legge elettorale. Perciò una cosa vera Giorgia ce l’ha detta. Le ragioni del voto non sono politiche: sono prettamente democratiche. Come le conseguenze che ci saranno sulla qualità della nostre istituzioni, sulla quantità di democrazia anziché di democratura che vogliamo nella Repubblica di tutti gl’italiani piuttosto che di questa o della prossima Meloni. Per quanto oscuro, il disegno è molto chiaro. In Italia e nel mondo si stanno gettando le fondamenta in cui gettare il corpo della democrazia defunta rugginoiosa demodé e buona giusto per il ferramenta. Perché il voto popolare è la colonna della democrazia, ma è stato e può sempre essere il modo con cui una democrazia può finire dentro un pilastro. Per questo usiamolo, esercitiamolo, esercitiamoci a non essere usi a svilirlo o usati per svellerlo. Perché nell’Italia senza verità e memoria, della linea della palma che sale, la linea per salvare la democrazia è sempre quella da Sciascia e Raddoppia per difenderla palmo a palma dall’amnesiocrazia che più è mentitoria e più vale. Perché nel mondo la democrazia non sia una demonocrazia di vecchi diavoli a petrolio e gas a monte o a valley della Silicon-crazia coi suoi nuovi ras — per noi è no, e il per sempre sì lasciamolo ai Frà Gelli d’Italia boys perché a noi come a Pino ce piace o’ blues… Buon voto, buona notte, buona fortuna a tutti No(i).                           


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