domenica 10 aprile 2016

TEPPA ROSSA

Si può essere morti, ma non bisogna essere mummificati. Per questo Umberto Eco nelle sue ultime volontà ha vietato convegni su di lui e sulla sua opera per dieci anni: e per questo noi del Papaluto abbiamo aspettato quasi due mesi per scrivere quanto gli dobbiamo. In Italia morire da famoso è peggio che essere dimenticato — è essere santificato, dolcificato, banalizzato. Roba che finanche un Eco diventa un’eco: stanca, vacua, innocua. Grandissimo ma ignoratissimo in vita,  e comunque ignorabilissimo dopo il solito profluvio d’elogi in morte. Un tipo che scriveva saggi con Kant e l’Ornitorinco nel titolo, che scriveva romanzi con Sean Connery in copertina, il riferimento-tipo per quando volevi fare una battuta su qualcosa di lungo, incomprensibile, difficoltoso e probabilmente palloso. Dopo la Corazzata Potemkin c’era Eco. Il Professore c’aveva molti fan, ma anche parecchi Fantozzi al seguito. Bravissimo fondamentale e tutto, ma lascialo lì sullo scaffale del salotto a fare fugura ma pure polvere... Il Nome della Rosa in casa ce l’hanno tutti, lo leggono in molti, lo finiscono in pochi, lo capiscono in meno. Come la Bibbia. E per noi del Papaluto Eco era, come la Bibbia: solo che a lui credevamo. In particolare il nostro vangelo era la Bustina di Minerva: una bustina? Ma un bustone ai Lincei, altroché. La sua opera accademica e giornalistica più misconosciuta, eppure forse la più meritoria e valida. Un forma d’insegnamento a tradimento: la beccavi sull’autobus o dal barbiere e zac, eri servito di barba e capelli con sotto un pensiero, la fermata e la soffermata della tua riflessione era quella giusta. Docente, ma anche fulminante. La vera prova della sua bravura, far stare tutta la propria erudizione, ironia, arguzia e capacità d’analisi in quella paginetta. Lì Umbertone diventava come Schwarzenegger — il Terminator faceva culturismo? E il Professor faceva Culturalismo. Fare i pesi alla testa senza fare quelli pesi alla festa; fare per la cultura italica come per la cultura fisica: esercizio settimanale (poi purtroppo quindicinale…) per mantenersi un minimo in forma — mentis. Filosofia medievale e Playstation, Heidegger e Twitter. La cultura impegnata che si disimpegnava benissimo dal microchip al megastore, da Micromega a Flash Gordon. Di tutto un po’, da tutto un popò d’osservazione spiazzante che manco il saggio più rilevante: fior d’osservazioni dalla popò del nostro mondo sbadato, scervellato, scarnificato dall’utilitarismo ignorantista all’osso. Sono i tempi in cui non serve sapere: serve saper vendere; ma il sapere di Eco vendeva e vende, persino di questi tempi. Per capire quanto fosse preziosa, quella pagina in fondo all’Espresso guardatela adesso che se la dividono i dottorissimi e sdottoreggianti Valli&Scalfari, ovverosia i primari del reparto Geriatria e Memorialistica. Eco no. Eco è più vivo di loro anche da morto. Disturba, anche da morto. Non a caso si sono scritte tesi sulla rubrica: non a caso i suoi avversari sono ancora a nervi tesi, su quella rubrica. In particolare i simpatici avvoltoi che tubano in calore solo per i Marò accoppa-indiani e i Kapò lecca-Salvini.  

Ma per una volta la stampa stercoraria della destra è servita a qualcosa, anziché essere asservita a Qualcuno di turno e di merda come al solito; questi spalatori di balle e rotolatori-incensatori di stronzi, per una volta sono stati utili al Paese. E persino un po’ a Eco, che onestamente non ne aveva bisogno. Libero e il Giornale gli hanno fatto un processo: evitando gli fosse fatto il processo di beatificazione/mummificazione; ripescando una vecchia Bustina, che all’immagine paciosa e pacificata di Eco dà una svegliata che manco l’Ovomaltina… In quest’Italia che non butta nessuna occasione d’infamità, oramai butta così: l’onoranza funebre migliore te la fanno i nemici. Che, convinti di gettare fango, gettano onori come fiori sulla tua bara. Se meriti il rancore di questi elogiatori impediti e involontari anche da morto, allora la tua vita contro la stupidità, la pessima istruzione e la cattiva fede non è stata vana. Sarà stercoraria, sarà involontaria, però vediamo il frutto di questa esilarante arte varia e funeraria. 
Eco: il Professore che giudicava stupido chi votava Berlusconi.

La “denuncia” all’incirca suona così. Noi — che di Bustine ce ne siamo perse poche, e che ce ne siamo scordate anche meno — dobbiamo clamorosamente constatare lo scoop: che, per una volta, uno scoop dei giornaletti porno di destra non è un falso, un tarocco, un falso col fine di taroccare un’elezione o un’indagine. Anche se — tecnicamente — manco lo sarebbe, uno scoop. Ma per una volta che i ragazzi dello zoo di Meloni&Salvini sono andati a leggere, vogliamo criticarli perché non ne hanno poi saputo scrivere?!
Noi, Eco, per quella Bustina ancora oggi non ci sentiamo di difenderlo: perché, ancora oggi, siamo qui ad applaudirlo.

Immaginate. Primi del Duemila, secondo governo Berlusconi a tremila. Per Silvione un consenso alle stelle, e pure un consesso da stalle: tutti vip-pecoroni e vitelloni di vita a belargli o a bearsi del suo successo. Imprenditori, giornalisti, giornalisti pagati da imprenditori e imprenditori appagati dai loro giornalisti. Insomma. Il plenum del pensatoio-mangiatoia nazionale a dire che — sì — alla fine ha ragione lui su tutto. Anzi, Lui ha sempre ragione. Come il duce a furor di popolo, come nuovo duce: ma a furor di popolo, quindi tutto democraticamente e ipocritamente bene... La littoria, derisoria combriccola di chi si fa fottere la mamma pur di vincere, pur di poter sfottere chi perde; di chi sul carro del vincitore proprio deve starci o guai, di chi sul cazzo al vincitore non vuole starci mai eppoi mai. Gente che deve stare con chi comanda in Aeternum, e se solo dici opposizione o dignità poi gli serve una comanda di Valium. Quello che fa Silvione è tutto giusto, e noi ce lo slurpiamo con gran gusto. Se la maggioranza degl’italiani lo vota, lui la minoranza (come la magistratura, la costituzione etc) la pota: e quella deve pure starsi zitta. Anzi, adeguarsi, modernizzarsi, capirlo e copiarlo: magari per batterlo alle prossime elezioni. E’ la democrazia dell’alternanza, signori; è la nuova democrazia della svergognanza, baby. Adeguarsi e svestirsi, prego. La sola vergogna nelle leggi del governo è non approvarle più in fretta, la massima vergogna è nelle opposizioni che delegittimano la volontà popolare che ha premiato Berlusconi. Tutto scritto, eh, tutti i giorni. Dai soliti intellettuali italiani modello Tabriz: persiani di lusso dei potenti, gatti da guardia che i topi tipo Silvio nel formaggio li lasciano ballare quanto vogliono. Basta che poi gliene tocchi un pezzo, che ci sia un tocco di pezzo di giornale, di sovvenzione o di figa anche per loro. E’ formazione, è deformazione, è proprio tradizione: storicamente l’intellettuale italiano non dà ragioni alla dissidenza, dà ragione alla maggioranza. Qualunque sia, qualunque cosa faccia, di qualunque simpatia. Si fa prima, si fa carriera, e si fa anche una bella vita: quasi più bella della carriera. E invece Eco — apocalittico bonario, integrato mica tanto tranquillo ancorché riverito e milionario — in piena sbornia sborona e plebiscitaria di piazza Berlusconista, ti piazza lì questa. Gli elettori di Berlusconi sono di due tipi, gl’ingenui e i complici. C’è la signora che guarda Rete4 e che lo vota perché gli crede, e il signore che non guarda rete 4 e non gli crede: e proprio per questo lo vota. La signora/il signore che ama farsi ingannare, il signore/la signora che ama ingannare e votare se c’è da guadagnare. Votare secondo i propri migliori interessi, anche se sono i peggiori della collettività; votare direttamente contro i propri interessi, ma perché convinti da un imbonitore che vi tratta da fessi.

Voi non credeteci, ma per noi è ancora adesso la più valida analisi mai fatta dei flussi elettorali e mestruali del ciclicamente irritabile e imprevedibile cittadino italiano... Inappuntabile, appena appena modificabile per essere universale. Lì a destra, nel Club Meno Male Che Silvio C’è Stato, s’incazzano perché non hanno capito, tanto per cambiare. Eco non era razzista coi berlusconiani: Eco era fin troppo avvezzo alla razza degl’italiani. Il problema non era e non è Berlusconi. Il problema siamo noi. Tant’è vero che lo schema funziona benissimo oggi come ieri; e oggi funziona più di ieri, ma meno di domani. Come l’amore, solo che di amore — soprattutto amor proprio — non ce n’è…

Mussolinismo senza Mussolini, Craxismo senza Craxi, Berlusconismo senza più Berlusconi, Renzismo ancora con Renzi (ma avanti così, per poco…). E siamo al punto. Questi signori si sono creduti — e nei casi più gravi ancora si credono — causa e dante causa della storia d’Italia. Capoccia a capocchia che invece sono solo l’effetto (al tempo stesso collaterale e principale) di come siamo fatti. Male. E di come ci facciamo, del male. Credendoci i più furbi che ci siano, credendo ai furbi più scemi che ci siano. Un errore che ripetuto non resta uguale, che può diventare orrore senza eguali. Andiamo per spezzare le reni e torniamo che ci devono rappezzare gli ani; ci beviamo il socialismo champagne di Bettino tipo Fernet, e la nostra dignità ce la raccogliamo ad Hammamet; crediamo al Miracolo Italiano eppoi cediamo al Ricettacolo d’inculate berlusconiano. Grandi Classici dell’Inculatura coi cazzi, della Letteratura per ragazzi: mica tanto svegli da accorgersi in tempo. Sempre quando è troppo tardi — noi — a capire quanto siamo troppo tardi per la democrazia consapevole e compiuta. Il politico che da spregiudicato diventa pregiudicato, noi che per voler stare sempre in pace finiamo in tutte le guerre. Come la vecchia barzelletta, un’altra passione del Professore: non è Eco che è razzista, siamo noi che siamo italiani…

I fatti e i misfatti di questi giorni — del resto — sono lì a darci ragione, ma soprattutto a chiedercene. Scandali, inchieste, ingiustizie, disastri ambientali e politici? Ancora, di nuovo, sempre, sempre di più? Ovvio, perché rimuoviamo sempre l’effetto e non la causa. E stranamente, nell’operazione di scacciare il marcio vecchio col marcio nuovo, cambiando l’ordine dei fetori il puzzo non cambia. Al posto di Rete 4 mettete Canale 5; al posto del partito di Silvione mettete quello della Nazione; al posto di Fede buonanima la D’Urso che vuole fare la bona di corpo e d’anima: e la bombetta tirata fuori dal cilindro di Eco è un Panama (Papers, vero Barbarona amicona di Silvione ma simpaticona pure a Matteissimo?) sempre buono, come cappello introduttivo delle nostre disgrazie. E siamo all’ometto forte di oggi, all’omino bianco che si è messo nella centrifuga delle sue furbate e rischia di uscirne come l’uomo nero — di petrolio.
L’ex ragazzo tanto ganzo è una candela che brucia da due lati, un ex raganzo col fuoco amico e lobbista al culo: che glielo fa rosso e verdino, glielo strina a una velocità per cui gliene servirebbero due, di culi, per scamparla con almeno uno intatto… Eletto da nessuno, ma prediletto da molti, la nostra (Federica) Guidi suprema è un (Gianluca) Gemelli Diversi di Silvio. Uno che come il Gianlucone Nazionale cinguetta di moralità e corruzione contro la vecchia politica sui social, ma poi becchetta e razzola in mano alla politica più vecchia e corrotta alle cene sociali. No, perché credere di risanare l’Italia coll’amico Denis condannato in primo grado che dopo averla costruita magari la caserma dei carabinieri a Firenze la collauda pure, non solo è poco logico: è proprio patologico… Ma Matteo fa finta di niente, fa finta di fare di tutto. E tutto nuovo, diverso, epocale. Quando poi è il solito lavoro mandibolare, patibolare, un mettersi in tasca senza farsi sgamare. E a noi sta bene così. Renzi è il nostro Gemelli: un figlio di puttana, con cui c’abbiamo fatto un figlio anche se ci tratta da puttana… Diciamolo, Matteo come Gianluca è il fidanzato ideale per la nostra cattiva coscienza, la nostra doppia morale, il nostro triplo molare: la corruzione non ci piace solo se per noi non c’è da addentare. E in questo Matteo non è Silvio — è meglio, cioè peggio. Perché lui promette e non mantiene: ma tiene sempre 80 euro in tasca sotto elezione; perché ai magistrati che indagano e intercettano ha già promesso (e su questo manterrà) una lezione; perché la stellina sull’Arno non è mica la stella della Senna, e il suo Giglio Magico non è il Tulipano Nero. Questi sono fior d’affari e milioni privati, mica fiori da cartoni animati dei suoi amati anni 80 (euro)… Il Renzismo non è la copia del Berlusconismo: e non solo perché Matteo alla carta carbone preferisce la cartamoneta a petrolio. E’ diverso perché perfezionato, quindi peggiore. Grazie al prestigioso Istituto parificato e plurindagato D.Verdini Renzi ha preparato l’esame da piduista e da privatista, ha fatto vent’anni di Berlusconismo in due. Dandosi parecchie arie ha fatto il salto, ma adesso — dato l’esame — rischia parecchio di saltare in aria. Un Icaro colle ali cera? Più un picaro con una bruttissima cera: perché non vola più, perché inizia a precipitare dopo aver promesso troppo a troppi. E anche troppo più potenti, più sgamati, più intelligenti di lui. Pezzi grossi che al primo mal di pancia potente (o anche solo potentino…) possono scaricarlo come un grosso pezzo di merda. Dall’elite alla toilette in un lampo, in un tuono intestinale da indigestione di potere. ll bullo di periferia potrebbe non essere più il bello dei banchieri e della petroleria: giù nei loro sondaggi e foraggi, lui con tutta la sua Teppa Rossa di ex dalemiani ed ex rottamandi (chi è causa del suo D’Alemal, pianga se stesso…). Da Padoan ad Alfano, siamo una squadra fottutissimi. Riciclati, inciucisti, pugnalatori di Berlusconi o ex propugnatori delle cazzate di D’Alema. La Rottamazione si rivelerà per quello che è: la Restaurazione di vecchi sistemi falliti, di politici vecchi più falliti dei loro sistemi. Hai voglia a mettere la Boschi a fare la fredda cronaca davanti ai magistrati, a cantargli Trivella Senz’Anima per respingere le accuse: prima o poi ogni nuovo cantautore del solito ritornello italiano diventa un Riccardo Scocciante. Comunque vada, sarà un insuccesso. Finirà come Craxi, finirà come Silvio, finirà con una via di mezzo o proprio in mezzo a una via? Solo come un cane in Tunisia, solo con un cane che lo porta a pisciare mentre persino Bondi il Neo-Renziano (!) se ne va via? Dovessimo scegliere noi, meglio con Dudù che con un Bondi folgorato e innamorato alla dududù dadadà: ma Minghi signor Presidente, che tristezza in ogni caso vario ed eventuale. Fortuna o sfortuna che noi abbiamo il nostro, di casino nazionale e personale. Dobbiamo deciderci, risolverci, e possibilmente svegliarci come cittadini: questo è il paese, e questo è palese: così non si va da nessuna parte, a parte a puttane. Dalla crisi economica e materiale si esce solo con una crasi fra coscienza individuale e questione collettiva e morale. Più etica, più legalità, più coesione e partecipazione. Diversamente — e si è visto anche in Basilicata — anche quando piove petrolio ti piove addosso una disgrazia. Un paese corrotto, alla fine, è un secchio rotto. In cui è inutile versare risorse finanziarie e umane: alla fine raccogli solo lacrime apulo-lucane. E quindi? Torniamo a bomba, a Eco, alla bombetta di Eco che non viene certo da un vecchio cilindro. E’ roba attuale, fondamentale.

Si può essere morti, ma non bisogna essere mummificati; e purtroppo non bisogna essere necessariamente morti, per essere mummificati. Cioè quello che siamo noi: imbalsamati vivi sotto le bende, indifferenti a tutto, sensibili solo ai nostri vantaggi e a possibili prebende. Ingenui ma cinici, cinici colla lacrima facile davanti al soldo più facile ancora. Per il resto, tutto il peggio può succedere. E infatti succede, ci succede, ma che ce ne fotte… Lo Stato fa da agente letterario al figlio mafioso di chi gli ha fatto strage d’agenti e d’innocenti? La Rai fa la Raffa del ricongiungimento familiare fra il figlio di Riina (Salvo) e il figlioccio d’Andreotti (Vespa)? E che fa? E che ci fa?  Niente ci fa, se non si fa niente fino alla prossima strage...

Se non volete essere questi, se non volete esserlo più, o esserlo un po’ meno, c’è una soluzione che non sia essere Umberto Eco. Per cui non serve saper scrivere, ma saper fare una croce. Il 17 aprile non credete a chi fa il bullo o il bello dell’astensione, a chi vi compra colla promessa della minima nella pensione, andate a votare: e votate sì. Per essere vivi e non mummie, per essere cittadini e non scimmie, per cominciare a far assaggiare la banana a chi crede che siamo scesi dal pero. Svegliatevi, perché ci sara da vegliare e vagliare; studiate, perché ci sarà da studiare e capire; votate, perché ci sarà da votare e partecipare. Adesso eppoi in autunno, per evitare che la primavera renziana diventi il solito inverno di scontento italico e Italicum. Soprattutto voi, ragazzi. Quelli del Sud, che di battersi e sbattersi tutta ‘sta voglia… E invece dovete, dobbiamo. Tradite emozioni e interesse, non tradite voi stessi e il vostro futuro. Siate quello che siete già: disponibili alla lotta e non al compromesso; attivisti e ambientalisti, mai inciucisti; protettori della vostra terra, non rimangiatori della vostra stessa parola. Gente che vuole avere dei figli in salute e in Italia, non un babbo inquisito in banca Etruria. Se davvero lo siete, fate vedere che i giovani di questo paese sono meglio dei giovinastri di questo governo. Diteglielo con un voto, che vi hanno abbandonato e tradito e che se ne pentiranno. Diteglielo con un sì grosso e bello, diteglielo con un ritornello: tu ci rimpiangerai, Trivella Senz’Anima...










lunedì 15 febbraio 2016

LOCRIDE DI COCCODRILLO


(Poco) Distinti e (anche meno) egregi amici Papalutisti, c’è voluto più di un mese per le doverose verifiche giornalistiche ma oggi – 15 febbraio – possiamo comunicarvi il nostro scoop: il 10 gennaio è passato da più di un mese. No, no. Niente grazie sentiti: ricordarvi le cose per noi è un dovere. Ma nemmeno grazie al cazzo risentiti: qui da noi scordarsi le cose è praticamente un piacere. Però – fra  i nostri doveri – c’è solo quello del dov’eri. E per l’esattezza: dov’eri, tu, quando andavano in onda Oggi Le Tragicomiche? Ma probabilmente qui, al Cinema Italia. Dove puoi scegliere fra pop corn o patatine alla Nino D’Angelo, ma dove fra vizio e ozio della memoria non c’è scelta alla McDonald’s. Menu fisso, menu fesso, happy meal degli happpy minchia smemorati e contenti. O forse solo contenti dell’essere variamente smemorati, per non essere veramente disgustati da certi tipetti avariati...

E allora rinfreschiamola, ‘sta memoria guizzante e fosforosa come un pesce – marcio, di tre giorni, che puzza ed è pazzo dalla testa del suo ministro dell’Internamento. Considerateci i vostri Neuronal Trainer, il bastoncino Findus della vostra vecchiaia mentale, quelli che vi rimettono in moto il cervello: per non farvi finire come un Gasparri sempre ai moti che alle coppie gay con figli chiede quanto hanno pagato il loro bambino, forse perchè ha paura che i suoi gli chiedano il risarcimento... Chiaro che se nasci tipo scemo e più osceno così, si può fare poco. Che però è sempre meglio che non fare niente. Non servirà a un cazzo, ma noi non ci diamo per vinti: andiamo per vintage, e ripeschiamo la storia che la dice lunga almeno quanto la lingua dei lucidachiappe da rimozione, da emozione e da sempre in azione. Partendo dalla fine, che come al solito è solo l’inizio della rimozione forzata di una farsa da neuroni in divieto di sosta. Roba ovvia, insana da malaria, ma meno appariscente della rrobba verghiana e bancaria. Che si capisce bene non dalla pessime azioni e obbligazioni sui quotidiani, ma dalle piccole inazioni obbligate quotidiane. Provare (a capire) per credere.

10 gennaio u.s.: come ultimo scorso, e anche come unione sportiva di ragazze, o sportivo-magheggiativa di marpioni e carognazze. Lo Sporting Locri – squadra di calcio a 5 femminile minacciata dall’alacre mafia locale – gioca in casa contro la Lazio. In tribuna e sugli spalti, il pubblico pagante è minore del pubblico autoritariame ciarlante. Senti nell’aria c’è già... Come un pensiero che sa di Solidarietà. Tanti Al Bano e Romina esibiti e a esibirsi per il presidente Armeni, ragazzo di Calabria da gente di fiumara (d’intimidazioni) che manco Minone Reitano. Già gli hanno bucato le gomme: guai a bucare anche l’appuntamento con lui e colla partita. Solidarietà, la mafia non vincerà! Dalla Federcalcio all’Arcicaccia alla Federcasalinghe vogliose: autorità non solo in fila, addirittura in rima. Una solidarietà più popolare, che popolata. Poca gente, ma vip: e vieppiù bendisposta verso la nobile Causa. Meglio di così, anche per un’affluenza così così... Cordoni Digos più che striscioni Ultras, tiracordoni della borsa castale scortati da tirapiedi in atteggiamento sacrale. Anzi, lombo-sacrale. Giornalisti e giornatanti opportunisti, tutti lì riuniti: tutti scatenati. Lecchiamo il culo e il francobollo per mandare un messaggio d’affrancamento chiaro – No Alla Mafia. O anche Sì Alla Mamma, Forse Alla Maremma. Tanto è uguale, per questa specie di antimafia antinomiale. Ignara, ignorante, contraddittoria, per cui l’importante è fare cagnara: dire contro questa ‘ndrangheta fetente in maniera stentata ma stentorea. Un cazzata qualunque va bene, per questo charter della ciarla cazzabubbolara che prende e parte – ma non arriva mai a nulla. Presidenti di tutto, rappresentativi di niente, sovrintendenti sottopanza e sottomedia nell’intendere la lingua italiana o la realtà calabrese. Tutti lì, tutti unti dal Signore e tutti uniti: per ore a ripetere le stesse cose a signore e signori, a disponibili rincoglioniti. Tipo quelli della Rai, che dà la partita in diretta: e che a un certo punto restano stupiti. Quando – in un sussulto di decenza – qualcuno della procura di Locri dirama un comunicato che i signori cronisti vanno a leggere, a costo di andare in iperventilazione e di non poter più tornare in redazione per la figura di merda.

Fra le molte possibili, nell’indagine in corso questo Ufficio segue la pista del gesto di uno squilibrato ed esclude l’eventualità della minaccia mafiosa. Boom. La bomba scoppia, ma non quella che (si) aspettavano tutti. Niente botto negli ascolti: ‘na bella botta quando l’ascolti, una notizia così. Fine della festa, caduto il fine della protesta. Niente mafia, quindi niente antimafia. Ragazzi, qua l’unico esponente di una cosca avida e infida è il noto boss Tavecchio, del clan dei Lotitesi... Un buco nell’acqua e uno nel braccio, ‘sta fleboclisi di legalità trasfusa dal calcio più illegale e in crisi. Non c’è trippa per gatti, non c’è trip mentale per quelli che volevano farsi i film. Magari di propaganda del genere Una bella giornata di Sport e Legalità. Nada, invece. Nada di Ma che freddo fa a zero gradi di credibilità: perché in questo periodo Sanremo è Sanremo, ma Tavecchio è Tavecchio tutto l’anno. Purtroppo per lui e per noi. Niente sport antimafia locale, niente spot pro-mafia federale. La protesta come pretesto per farsi cool col culo degli altri doveva sbancare, e invece deve sbaraccare. I sensazionalisti lasciano scortati e scornati il palazzetto di Locri – lasciando palazzine e palazzacci del potere agli ‘ndranghetisti. Che, dal Comune all’ordinario, comandano: che c’hanno in mano un’intera attività politico-economico-predatoria, ma mica la penna per quella letterina minatoria. Crimini e criminali veri, che non tocca nessuno; che toccano a giornalisti veri, cacati da nessuno. E minacciati – ma davvero – da tutti i Qualcuno che contano: che gli basta ordinare, e i mitra cantano. Taratatattatà, cartuccia canta: perché – specie a pallettoni – un gran memo è sempre un gran memo, per questi presentatori di Conti ma non di festival.

Fatto sta, e misfatto pure, che la festa è finita e gli amici se ne vanno. E magari a te la festa vera la fanno dopo. Risultato della partita: 3-2 per gli ospiti, in realtà 3-0 per i padroni di casa e di cosa – nostra. La mafia là sta e là resta, le mafiette del potere mediatico squagliano da lì e mai che quaglino in qualche modo. Tutto bene quello che finisce mica tanto. Il caso si sgonfia, la squadra si vende, le false verità di comodo sul caso della squadra non se le compra più nessuno. Armeni – forse parecchio indebitato, forse parecchio implicato, forse solo parecchio ingegnato a trovare un acquirente – da eroe dei nostri tempi diventa venditore dai tempi stretti: a un certo Zadotti. Nuovo presidente, e presente che in un mese è già vecchio, più che passato, ininfluente e inquietante più di Tavecchio. Abbiamo scherzato, ma almeno abbiamo venduto. Cazzata libera in libero mercato. Inventarsi un falso racketing per escogitare un nuovo marketing. Tecnica aggressiva, appena appena umiliante e omissiva, ma certamente efficace quanto persuasiva. In guerra e in (poco) amore per se stessi, tutto è permesso. Anche usare la mafia come pretesto per passare da una protesta finta a una proposta d’acquisto. Che non è Salvo, perchè in questa storia ci sono sì molti carabinieri, ma troppi eroi finti. E troppi errori tinti. Erroracci di valutazione. Di supervalutazione dell’usato trucco mediatico, di sottovalutazione del rischio immediato. Campagne pubblicitarie che sono campagne di Russia, a danno e dannazione non solo della campagna calabrese che russa. Di sonno della ragione, di una regione che è sulla via del riscatto solo in sogno; al massimo in qualche pezzo farlocco da aria nuova in cucina, dove al posto della cipolla si mette lo scalogno. Cricche di Cracco cucinatori dei soliti accrocchi d’immagine e zozzaggine, che impazzano e impiattano: pattume, piattume, piacevolezze sul fatto che non tutto al sud è mafia o sudiciume. E che impattano, anche. Riscuotono successo, non volendo scuotere troppo ‘sto meridione ridotto un cesso. Se non tutto è sporco, allora lo sporco che c’è è niente. Sillogismo cosmetico-aristotelico. Del zozzume perchè parlarne per intemerate, quando abbiamo tanti tappeti di tweet sotto cui spalarne tonnellate? Perché – se proprio proprio – non parlarne colla sordina, il mutismo, la risatina? Fare drammi è come credere agli ufo, è cedere al pensiero gufo. Anche se Locri non è quasi più Italia, l’Italia è come Locri: ‘sto male poteva andare peggio, non prendetevi troppo male e andate al seggio. Votate per l’ottimismo rivoluzionario, non votatevi al pessimismo moralista e legalitario. Peccato che più la mafia diventa una barzelletta perchè tanto alla fine non è morto nessuno, più diventa una cosa seria in cui muoriamo tutti. E non dal ridere, ma nel vivere civile. Più che un lieto, un lutto fine. Un degno finale per un indegno totale. Un calcio da prendere così, in un paese così: da prendere a calci. Sport da stato pietoso, in uno stato fondamentalmente omertoso per sport. Ma non finisce mica il cielo, in questa favola sanremese in cui i somari e i ritornelli sommari volano.

L’ignoranza e l’omertà come saggezza popolare, anzi popolarissima; ignorare i fatti o i misfatti come valuta corrente. Accorrente, a difendere quello sbagliato: a corrente continua, e mica alternata. La conferma più clamorosa – più schifosa – qualche giorno dopo la recita di Locri. Contro Mancini, a Sarri – ex simpatico toscano da osteria numero mille i Landini fan scintille che in fatto di salame confonde facile finocchio e finocchiona, che infinocchia il mondo passandosela da progressista con un sacco di carissimi amici gay, alcuni pure morti – scappa un frocio finocchio: ma tutta la muta  scappa a difenderlo, a dire muta alla parte di pubblica opinione che s’indigna, si scandalizza, intigna a incazzarsi. Sbagliato. Fra uomini (uomini-uomini, eh, quelli che amano, trombano e pestano le donne come nostro signore comanda...) ci si regola diversamente. Sarri gli ha dato del frocio, ma Mancini ha parlato perché forse lo è. Di sicuro è spia, fighetto, non figlio di Maria ma della Perfida Albione, dell’Inghilterra che da Macho omofobo lo ha trasformato in un Mancio fregnofobo e frignone. Sarri ha chiesto scusa, Mancini non ha scuse. Doveva stare zitto, queste cose devono limitarsi al campo – dell’omertà. Denunciare la mafia finta a Locri, e per il resto propalare la mafiosità vera a botta di linciaggi alacri. Nello sport, come nel paese, conviene sorridere e tacere. Ottimismo e rassegnazione. Questo ci dice, questa nostra pera di fosforo che dispera: che, da noi, guai a chi dice. Amnesia e allegria, amnesia è allegria: peccato il Papaluto, che per l’amnesia c’ha l’allergia...

La verità è che l’Italia non sta tutta collo Sporting Locri: è l’Italia, sporting e no, che sta diventando tutta una Locri. Afflitta da problemi drammatici, sconfitta da meccanismi di rimozione comici. Fino alla tragedia, che porta a isterismi di reazione meccanici. E inutili, falsi, coglionissimi. Oh disgrazia, oh solidarietà, oh viva commozione di un paese che si stringe tutto intorno alle vittime! Ma nulla stringe, chi troppo vuole: fingere, reagire sempre dopo e agire mai per tempo. Tutta Italia una Locride di coccodrillo, che piange sul sangue versato come latte – materno, sprizzato da una politica sottoterra, mai sprezzato da una cultura che proprio non riesce a non prendersi sottogamba. Non contiamo più un cazzo, inutile che raccontiamo tutti i cazzi che non vanno. Cultura del disimpegno che diventa impegno nell’incultura: che però minchia come fattura. Coltivare il dubbio diventa seminare ubbie. Repressione paramilitare della paranoia intellettuale. Basta farsi seghe mentali che diventa diuturno processo di martellamento genitali. Basta non pensarci diventa non pensare – e basta. La facoltà intellettiva diventa obbligo ricreativo, cumulativo, remunerativo. Più uno s’arrende, e più gli rende. Più uno si vende di lavoro, più si vende uno dei suoi lavori. Niente è più contesto alla Sciascia, tutto è pretesto che lascia: il tempo pessimo che trova. Ma che raccatta portatori di voti, lettori e follower devoti. Niente più di questo. La convenienza in ogni evenienza, una convenienza di tutta evidenza. Una coscienza sociale o morale che – se in latitanza paraculica – garantisce rilevanza politica e spettanza economica.  

Nei giorni della pagliacciata di Locri, per dire, il presidente del Consiglio non guarda alla Calabria perché è a vedere Zalone: che la Calabria la vede in chiave comica, senza avvedersi di dire la verità su una chiavica atomica. Di cui nessuno si occupa, e con buona ragione: una regione cattiva, irrecuperabile, utilizzabile solo per qualche foto di circostanza. Oramai guadagnata a una mafiosità di fotonica potenza, persa in una cronica distanza dal paese (pure sottosviluppato) come pure dai paesi più sviluppati. Ragazze dello Sporting, se volete convincere il Renzie amico di zio Sam dovete vincere almeno un grande Slam. A lui interessa la Pennetta che vince in America, mica la Beretta che trionfa in Calafrica. Che depressione, in tutto questo; e che opposizione a tutto questo: più deprimente ancora. Pelosa come la barba del Grillo in fuga, penosa come l’autodifesa dei grillini in foga. A Quarto non c’entriamo! Di posti come Locri – vittoria alle elezioni locali e clocacali a parte – non ci occupiamo! Specie adesso che Beppe (lui sì) è tornato a fare dei Palasport gremiti di giornalisti dei Palaspot per rincoglioniti e complottisti. Prediche facili in tutta Italia, razzolate difficili da Parma a Livorno a Gela: e noi prefiche fin troppo facili sull’Italia. Manco tanto originali, nel nostro pianto antico. Col partito della Nazione forse non c’è ancora, ma la nazione è già a malpartito di sicuro. A mal partiti, per l’esattezza. Un governo marcescente, un’opposizione o matta o marcia o inconsistente. Con partiti che sono pessimi soggetti e attori, ma necessari alla confortevolezza degli elettori. Questo il copione che tradizionalmente non c’è, nella commedia dell’arte d’arrangiarsi che da noi c’è da sempre e mai abbastanza. Le mafie di ogni tipo ci servono, per le nostre esigenze tipo: tagliare una coda o una testa, che differenza fa? Servono i guappi, i furbi, i dritti come dovere per raddrizzare le storture e gl’inghippi. L’Italia funziona così, perché noi funzioniamo così. La collettività è roba da ossessi, e qua tra noi individualisti mica ci sonon fessi. Fare di corsa, fare di cosca. Sono i tempi che corrono, e finanche i contrattempi occorrono. Basta che non ci tocchino, che tutti tarocchino tutto, in questa democrazia partecipativa passata. Uno dieci cento mille Sporting Locri, per la Depressing Terra dei Cachi. Il paese che vive, che esige il calcio come la politica e la politica come il calcio, ha i Calciattori che si merita. Che recitano a (cattivo) soggetto; che in questo teatro-macello si ritagliano o tagliano una parte, possibilmente la migliore. Perché anche noi facciamo così, in questa bell’opera di distruzione: Cosi disfan tutti, e piano piano disfiamo tutto.

Un’aria malsana che puzza e fa a pezzi, mozartiana che mozza il fiato alle trombe di chi – dal presunto governo o dalla presuntuosa opposizione – decanta il contrario. L’Italia moderna e pazzesca che sta cambiando del tutto marcia? Semmai classica e gattopardesca: che sta cambiando tutto, pur di restare marcia. Si fa ma non si dice – nessuna novità, nell’Italia machiavellica e millenaria. Anzi no. L’Italia del debito e del Pil da downgrading, qualche upgrade a discredito ce l’ha ancora. Oggi si fa ma non si dice, anche e addirittura quando si fa qualcosa di buono. Massimo orgoglio sulle riforme finte o a fosche tinte, tipo l’abolizione falsa delle province e quella vera della democrazia parlamentare; quasi cordoglio quando si procede di pura decenza – anche se non proprio d’urgenza – come sulle Unioni Civili. Fosse stata qualche cazzata propagandista delle sue, Renzie avrebbe alzato il pollice a tutto pollice di televisore da Vespa&C. Qui invece, niente. Su una norma che porta avanti l’Italia, lui si fa indietro. Si fa i viaggi all’estero, i sondaggi su quanto s’incazzano gli alleati democristiani etero e vetero... Su una legge comunque buona e necessaria per un paese civile, la civiltà di serie C della classe dirigente italiana è civiltà senza C: viltà pura, paura di allinearsi alla società. Fortuna che la solita e teocratica Cei – che se non è zuppa è Pan Bangnasco, hai voglia di quanti Bergoglio ci metti... – ha costretto il governo a reagire. Renzi ha fatto la voce grossa, ma forse facendosela ancora più grossa nelle mutandine fanfaniane. O, peggio ancora, alfaniane. Ohhh sì, perché metafora finale e perfetta di questo Papaluto è questa metà di niente, questa cacchetta. Il ministro da internamento, che imbarca inquisiti e trasformisti da camicia di forza, che pure ha una bella forza in camicia e cravatta mentre l’Italia Giletta e populista licenzia solo gli assenteisti in  mutande del festival del qualunquismo di Sanremo. Agli opportunisti in gita a Locri, niente. E l’assenteista cerebrale del signor ministro, uguale. Che compassato, procede come un guaio passato: da noi tutti. Meridionale solo per i natali, ché per il resto lui a Roma ci passa pure pasqua e ferragosto, a Locri non ci va nemmeno per scherzo; a Napoli schiattata dalle faide ci manda i militari col solito Esercito di Stile tarocco e sudamericano. Tutto qua, tutto un quaqquaraqquà. Non avendo modo e capacità di fare il suo lavoro di ministro, ha un sacco di tempo per fare quello di ministro della fede bigotto e sinistro. E – in perfetta sintonia cogli uomini che vendono il culo alla mafia – vuole mettere in galera le donne che affittano l’utero. Perché questa è l’Italia del Family Day: tutta una grande famiglia allargata. Agli uomini di panza colla bocca stretta, mica ai mezz’uomini col culo largo. Meglio i padrini politico-mafiosi e fuorilegge, che i padri froci per legge. Questione morale a zero, questione moralista e bigotta a mille. Eccola, la prospettiva. Step by step, eccola la stepchild adoption del governo Renzangelino: adotta un picciotto, nel caso ci sta bene anche se ti piace il salsicciotto. Buonanotte, e buonafortuna.                  

giovedì 24 dicembre 2015

BANCO NATALE

E’ arrivato pure quest’anno, mai come quest’anno con purè di osanna. Contorno di spirito santo di patate, per questo piatto rituale e questo rituale quantomai piatto. Oltretutto con un che di papale e pesantuccio. Come il fiato dello zio infartuato eppure costipato dopo tutti i cenoni alla barcollo ma non mollo, come non potrebbe non essere coll’afflato ecumenico e paraculico di tutte le religioni sul colon e sul collo. Religioni, al plurale: perché da noi nasce il frutto del suo seno gesù, però nel resto del mondo monoteista nascono altri pretesti come frutti di stagione che fuori di senno lo sono anche di più. Tutte religioni della bontà, con tutte le loro buone ragioni di marketing, antecedenti anche se adesso meno efficienti di quelle della Coca Cola che col suo Natale trionfa qua come là… Religioni, oppio dei popoli e scoppio degli oboli a negozianti e mendicanti. Religioni: che sono le solite sette, che alla solita mezzanotte della stagione e della ragione fanno scattare il rimedio anti-magone: il timer di qualche festa per controllare il cucù nella nostra testa. Pioggia, freddo, giornate corte e musi lunghi no, così non va. Periodo troppo cupo. Urge festa da scavarsi nel cuore dell’inverno, per non sentirsi nel buco del culo dell’inferno. Come in effetti siamo, ma pare brutto se lo ammettiamo. Verità fa rima con felicità solo a parole, mica fra le galline festaiole... E che è ‘st’atmofera mesta alla Arthur Schopenahuer? Vai colla mega festa da Fedez il rapper! Luci, suoni, colori e calore e regali a coloro che ami. La tua religione che incoraggia e benedice la libagione, tutte le religioni che riconoscono la sola vera religione con una ragion d’essere, anzi d’avere: il consumo, lo shopping, la Santissima Scontrinità. Prego dio, ma prego accomodarsi alla cassa meglio di così. Dal cattolicelismo all’islam all’ebraismo: festoni che sono suggestioni anche per l’ateismo, superstizioni per il solstizio d’inverno col clima ostico: che infatti stanno bene anche all’agnostico. La neve scende giù coll’umore, tiriamoci su colla saga mentale dell’amore. Fintamente fraterno, ché gli altri per noi sono sempre l’inferno. Ma volete mettere Sartre, colla bellezza di ‘sto cimitero panoramico di sepolcri imbiancati da neve finta che nemmeno a Montmartre? Questo si pensa e ci sta bene, ma non sta bene dircelo. Quindi ipocrisia come se piovesse, anzi, nevicasse. Quindi avanti colle feste, avanzi di cena e di pena fino all’Epifania.
Ennesimo Natale di crisi, ma primo Natale di CrisIs. Un Natale come lo scemo: di guerra; un Natale più o meno di guerra, ma scemo e farlocco come tutti quelli che il padre del neonato se esistesse, come se anche esistesse non avesse di meglio da fare… ha mandato in Terra. Scemitudine e guerra come libidine, due concetti che ricorreranno spesso in questo Papaluto da Papà Natale. La scemitudine chiama la guerra, ma chi ama la guerra non ama la scemitudine: e la guerra per conto suo la fa fare agli scemi, mentre persegue i suoi schemi finanziari.
Tipo il geniale Hassanal Bolkian. Come, chi cazz’è? Lo scemo del giorno, che infatti fa la guerra; lo scemo del giorno di Natale, che infatti fa la guerra al giorno medesimo. A parte questi fondamentali titoli onorifici, il signore è anche sultano del Brunei. Cioè della solita petrocrazia islamica a minchia retta dalle nostre democrazie strabiche a benzina, in cui festeggiare il Natale sarà proibito per legge e vaneggiamento del suo cervello scorreggiante a nafta bigotta. Fino a 5 anni di carcere per chi nel Brunei festeggia il Natale: se fai l’albero, ti facciamo un culo come la capanna del presepe. Intendiamoci. L’idea non è male, in fondo anche equa: che sono cinque anni di carcere per il Natale in Brunei, rispetto alla galera cinepanettona di trenta e passa che ci tocca col Natale in Italia ma sempre da qualche parte con De Sica?! Fino a quando lo fanno comandare, Bolkian a casa sua fa come gli pare. Il problema è che lui fa come gli pare all’estero, mentre a casa sua devono obbedire. Perché il sultanato è nel Brunei, ma il sultano non ci conterei. Hassanal colla Total incassa, ma col Total Burqa delle sue femmine si scassa: infatti lui le feste se la fa a Londra. Cioè in una città talmente natalizia che Babbo Natale al confronto sembra il Grinch che presiede una riunione del Cicap. Champagne per Bolkian, sharia per i suoi sudditi. Fare contento l’imam islamista ossesso sì, essere scontento e fesso lui, no. Gli piace fingere facile, ecco. Più comoda di così, la guerra santa non può essere. Soldi a manetta dall’occidente che importa, solide manette se l’occidente si importa: e lì m’incazzo, lì m’importa… Perfetto spirito natalizio, diciamo. Ipocrisia canaglia, uguale e contraria a chi da noi raglia all’incirca allo stesso modo.
Tipo Matteo Salvini, che in questi giorni ha trasformato la classica tritatura di palle delle recite di Natale in una bellica e trita pantomima di balle sulla terza guerra mondiale. Più bello e più bellico, il presepe coll’elmetto e il filo spinato alla fin fine siamo sempre in medioriente, e lì ci si va armati: ma mica solo di buone intenzioni. Salvini il leghista presepista che manco un napoletano, Salvini apripista di nuova tendenza anche in casa Cupiello. Il presepe bellicista, animalista, feticista delle perversioni zoofile. Del presepio facciamo un carnaio, un canaio, un porcile e uno scempio. Tutto grazie a lui, l’asino che si dà alla politica internazionale, il bue che dà del cornuto all’asino internazionale Renzi, il dromedario quasi più gobbo del colpo che gli è riuscito nel far sembrare la Lega il partito di chi si fotte la Corna e i diamanti nel partito che si batte per la pulizia morale e per i credenti. L’uomo-bestialità che facendo il Re Mago della Fuffa propagandista e della Truffa razzista nel presepe della scuola del figlio ha dato un messaggio chiaro: se posso essere tutte ‘ste bestie insieme, noi della Lega non dobbiamo porci (e cani) limiti. Da partito dell’incidente giudiziario a partito dell’Occidente reazionario e avanti colle belle statuine del presepio, colle brutte pose suine che fanno pieni voti da Brescia a Manerbio.    
E noi del Papaluto che siamo, da meno? Meno porci e cani e minorati del cazzaro maggiorato Salvini? Se il presepe dev’essere un simbolo, uno status di stato confusionale da embolo noi mica ci tiriamo indietro. Al massimo ci tiriamo dietro un po’ di ricordi. E quindi più che vivente e di propaganda, noi il presepe lo facciamo meno demente: e con qualche appunto in agenda. Magari in una di quelle che regalano le banche in questo periodo, mentre ti relegano allo spizio della Caritas. Mica per niente il nostro presepe ha per titolo (scontato e spazzatura, anche, ma mai quanto quello obbligazionario di certe banche ladre di natura…)  Banco Natale. In onore di Banca Etruria, ma anche per lo scandalo bancario-leghista Credieuronord alla (cattiva) memoria…
E chi ci mettiamo, dentro la scena della natività? Tutti quelli che vorrebbero starne fuori, perché questa è una scena se non del crimine certo della complicità. Della passività, della connivenza, quantomeno dell’indifferenza: verso chi derubato dalla sua banca s’ammazza mentre tuo padre locupletato dalla medesima nella crisi ci sguazza. Tutti quelli che non vorrebbero essere messi in mezzo, che del presepe più che altro gl’interessa la mangiatoia, che con ogni mezzo vorrebbero passare per verginelle quando sono figli di troia. E allora, prego e preghiamo si accomodi Maria (Elena) vergine mica tanto dal servo encomio, protettrice degli uccelli paduli di Boschi e di Riviera nonché della Maremma Bancaria. Che nel reparto santa maternità (e cotanta paternità…) del presepe ci sta benissimo perché l’ha fatto da piccola, che modestamente è ancora illibata come allora perché lei dà solo inculate della madonna che interpreta e della malora, che oltretutto ha umili origini contadine: anche se da come ha messo a quattro zampe i risparmiatori truffati, si pensava pecorine. Accanto a lei suo marito putativo e sputtanativo del Paese, che di banche non sa e con lei ci fa una sega: il falegname Giuseppe Renzie, col chiodo di pelle fisso di farti la pelle eppoi fesso dicendoti che lui il decreto salvabanche mica l’ha fatto per proteggere papà Boschi o se stesso. Anche se il decreto che convertiva e spolpava le popolari in Spa l’ha fatto undici mesi fa, lui di ‘sto casino se n’è accorto adesso. All’improvviso. Un’illuminazione, una rivelazione, anzi un’epifania: epifania? Avanti allora e all’oro (sparito dalla cassa) e incenso (sparato dalla grancassa dei giornali) a tutta birra, arriva il Re Mangio Denis Verdini. Il terzo toscano, il freddo che completa la banda della Maiala. L’uomo dell’aiutino al governo Renzi, dello zampino nel crac Mps, del Credito Cooperativo Fiorentino sotto terra con lui sotto processo. Fallito pure quello, guardate un po’. E guardante anche un po’ il nostro presepre che prende forma, fra risparmi e risparmiatori che prendono il volo dalla finestra. Ancora fermi a Gesù, Giuseppe e Maria? Aggiornatevi: Denis er più, Giuseppe Fonzie e Maria. Li chiamavano Trinità, voi chiamateli calamità: prima di loro in Toscana non era mai fallita una banca…
Solo coincidenze, eh. Al massimo un po’ di connivenze, ma roba piccola: gozzovigliare gozzanesco, intimo, famigliare… E comunque non hanno fatto o imparato tutto da soli. Hanno avuto un venerabile Maestro, che proprio in questi giorni è morto non invano: lasciando questo adorabile contesto. Licio Gelli è morto e sepolto, solidarietà ai vermi che dovranno mangiarsi una merda così. Gelli è morto, ma non sepolto. Solo coperto, male, dalla cattiva coscienza delle sue ex cameriere che gli devono fantastiche carriere. Gellì è morto:  fra tanti, stranamente, non ne danno il triste annuncio Silvio B, Maurizio Costanzo, e Fabrizio Cicchì. Tutti personaggi che ci starebbero bene, nel presepe. E che infatti Nazareno più o Domenica In meno ancora ci stanno. E’ morto Gelli, ma mica i suoi anni belli: la P2 va avanti, dei successi si fanno sempre i sequel. Con Verdini e simili siamo già a P3 e P4, e senza manco la P38. A che ti serve la pistola, quando sei al già al comando di tutto quanto fa gola? Le banche, la Rai, anche la magistratura che senza Berlusconi non fa più tanto la dura capirai, dopo la clava di di Napolitano per quel popò di cura… Il Piano di Rinascita Democratica di Mastro Licio questo prevedeva: tenere tutti a libro mastro, tutto il Palazzo nel suo capestro. Una dittaura sordida, ma morbida. Uno Stato Licio al dovere. Istituzioni, giornali, capitani d’industria e generali dell’esercito. Lo Stato d’allora aveva reagito e Gelli aveva fallito: lo stato pietoso e fallito d’oggi, Gelli lo avrebbe seguito. Mica per niente, mentre lui è marcio in una tomba, la sua idea marcia che è un bomba. Stesso Piano, stesso Palazzo: in una piazza Italia in cui però dormono tutti. Dal golpe borghese siamo passati al colpo di sonno palese di tutto il paese, che stanco e sfiduciato ha solo voglia di abboccare come un tonno grosso così, di abbioccare con un sonno lungo così. Solo voglia di darsi, per amo o per forza, a quella lenza di Renzi: il piccolo fanfaniano Fiorentino, che nel matrimonio politico colla Boschi porta in dote e in auge il masson-cattolicesimo aretino. Testimone, anzi, giudice di nozze ad Arezzo, il procuratore Roberto Rossi. Il pm che avrebbe dovuto indagare sui sotterfugi bancari fatto consulente casualmente, lungimirantemente di Palazzo Chigi coi pretesti più vari. Così si fa: sì la do, la solfa con cui la bella tipa Italia ti molla la topa senza menarla coi tempi da Minima Moralia… Adesso lo chiamano partito della Nazione, ma a Licio potrebbero almeno riconoscere che è partito per primo: concedere il brevetto dell’invenzione…
Un bel quadro e un bel quadriglione, certo. La danza del potere che t’arreda tutta la casa per le feste. Il bue e l’asinello Salvini, la pecorina deigli obbligazionisti derubati dei quattrini, la mucca e il suo vitello, maria e… cazzo, il bambinello! Momenti ce lo scordavamo. Fortuna che c’ha pensato Bertone. Al Bambin Gesù, e anche a tutti gli altri bambini che non ci sono più: morti di malattia, mentre lui coi soldi del loro ospedale ci si faceva un attico che manco un boss di Scampia. Del resto, o di campane o di Campania, alla fine sono sempre don che per dindi fanno dan… Quadri tappeti e dipinti per il soggiorno del cardinale, mentre mio figlio soffre in un corridoio d’ospedale. Il bambino al centro di una rappresentazione dell’infamità, più che della natività. Altroché paura dei pazzi dell’Isis: forse è per pura repulsione di questi pezzi di merda e di collezione De Pisis, se all’apertura della porta santa c’era meno gente che alla chiusura di un concerto di Valerio Scanu…
Altroché Natale di Crisis, natali di una crisi. Morale e materiale, senza fine: e col solo scopo di lucrare sulla paura; morale e umorale, senza senso pietà e decenza. Al punto che il ministro danese Inger Stojberg ha potuto impunemente proporre ai profughi di pagare anche con gioielli e averi di famiglia la loro accoglienza nel suo paese: per rilanciare l’ideona delle camere a gas, la simpatica signora aspetta l’invito nella stanza degli orrori e delle arie di Del Debbio… Nell’attesa di Retequattro, signora ministro, si becchi quattro svastiche piene sul nostro Nazi-advisor. E si accomodi pure nel presepe precomatoso e malvivente con Salvini. E con i nostri complimenti e auguri.

Auguri di buon Natale di scemi di guerra fra poveri. Poveri di soldi contro poveri di solidi principi e di qualche minimo scrupolo. Da progressisti, noi del Papaluto vorremmo che la storia fosse una linea retta: ma ci sembra sempre più un cerchio, un circolo vizioso che retta ne dà solo al peggio dentro di noi. Siamo senza pietà, ma in compenso ne facciamo tantissima agli altri, e mai a noi stessi. Non ci facciamo problemi, a non farci pietà: a disfarci della poca umanità che abbiamo. Ogni volta che è successo, siamo finiti preda di qualche ossesso coi baffetti o i baffoni osannato da sanguinari coglioni. Qui dal Papaluto noi speriamo bene, e spariamo cazzate mica tanto. L’Occidente laico e aperto e tollerante sta chiudendo di nuovo la testa e le frontiere: l’ultimo che fanno entrare spenga la luce. Anzi no, col buio da pestaggi che c’è meglio ne accenda una. Persino di Natale: purché di speranza, perché la disperanza non vinca. E l’arroganza oscurantista non trionfi, come ci sembra farà. Tanti auguri a voi, e a noi, di buone feste. E di cattivo pronostico.     


giovedì 19 novembre 2015

DAESH NON LAVA PIU' BIANCO

I tagliagole non possono e non devono vincere, ma i baciapile non possono e non ci devono convincere. Gli oscurantisti islamici non si sconfiggono cogli oscurantisti anti-islamici: agl’integralisti non si risponde coi razzisti, a chi vuole imporre la legge coranica non si ribatte proponendo la legge marziale. Le nostre armi non bastano, ma già solo smettere di venderle a chi le usa contro di noi sarebbe qualcosa. L’ingiustizia per l’Occidente è come la dialettica per Trockij: possiamo non occuparci di lei, ma poi lei si occupa di noi. Magari un venerdì sera a teatro o allo stadio, a Parigi come ad Hannover.

E con questo il Papaluto sui tragici fatti che sapete   e che purtroppo in futuro si sapranno ancora, ostinandosi a non guardare ai propri torti pur di vedere solo le nostre ragioni potrebbe concludersi qui. Ma poi ci toccherebbe beccarci e quindi incazzarci per: i si Salvini chi può padani, i Rondolini falliti e fetenti dalemiani, il blob fumettistico di Sob Gasp Gasparri e Gulp, i pitipim e pitipam per il rock del Bataclan ci vuole un esorcismo alla Pape Satan dei vari Ferrara in versione Alex Drastico-Padre Amorth-prete di Dirty Dancing. Un’arena di proposte pelose, e non solo per la barba. Un ring affollato e un ringhio continuo i nostri parassiti contro i loro salafiti, i nostri bomber saccenti contro i loro bombaroli ignoranti. La gara a chi la spara non solo più grossa: ma anche più infame e più in fretta. Bombardiamo tutti, chiudiamo tutto, Emergency è un’organizzazione filo-islamista mentre la Deficiency di chi a sangue ancora caldo twitta sciacallaggio bello fresco è alto pensiero umanista. Un cartone fin troppo animato da secondi fini e terze o quarte categorie di pensiero pelosissimo-demagogico. Ovverosia il continuo dibattito politico-culturale fra chi non capisce o per interesse finge di non capirci un’h24. Beh, allora. Se l’alternativa a tutte le ore e le Oriane è la televisione urlatoria o un libro della  fallacissima Fallaci obbligatoria, noi continuiamo così. Facciamoci del male, con questo Papaluto, ma facciamoci un po’ di strada in questo mare di cazzate.

Ipocrisia e cazzate, a essere precisi. Ipocrisia isteria e cazzate, a essere precisi nonché ottusi. Ipocrisia prima, isteria dopo, cazzate prima durante e dopo ogni attacco terroristico. Siamo in guerra! Ci attaccano! Bastardi islamici! Accorgersene sempre troppo tardi, essere sempre troppo tardi per accorgersene in tempo. Accorgersi di cosa? Di una serie di cose fondamentali più che fondamentaliste, quelle che una pessima memoria e una coscienza anche peggio tende a farci ignorare o dimenticare.

Primo. La sicurezza è un diritto, la sicurezza sicura e obbligatoria no: è solo un ridondante dovere della propaganda politica più fetente e immonda. Proteggere tutto da tutti è impossibile vero per quanto orribile. Come ben sanno in Israele e Palestina (uno dei tanti posti del nostro pianeta e dei tanti costi del nostro benessere di cui ce ne fottiamo: ma ci arriveremo…), contro chi è disposto a uccidersi pur di ucciderti non c’è difesa efficace o duratura prima o poi l’attentatore suicida riesce. Ci sarà sempre un pazzo che convince un emarginato o un esaltato a farsi saltare per aria: a non campare fantasie per aria per cercare di campare e basta dobbiamo essere noi. La pazzia non la puoi prevenire o combattere, l’emarginazione o la disperazione sì. E qui arriviamo al secondo punto.

Le organizzazioni terroristiche saranno di pazzi da legare, ma mica di scemi che non sanno delegare: al momento opportuno, uno al posto loro che si fa saltare in un posto dei nostri lo trovano. Uno che ci odia, anche e soprattutto perché in uno di questi nostri posti ci è cresciuto. Magari da povero disperato e abituato alla violenza nelle periferie, magari da ricco viziato e arrapato dalla violenza jihadista come alternativa alle sue vuote fighetterie. Parigi è stata colpita da belgi e parigini, mica da marziani siriani o maghrebini. Non è un fatto isolato: è un virus, che va isolato. Quello dell’esclusione, del vuoto, dell’indifferenza che ammala la nostra società: e che poi ferisce a morte le nostre città. Per una volta però si tratta di colpire l’anello più forte e non più debole della catena. Se è vero che bisogna fare la guerra, bisogna farla prima ai pazzi che comandano eppoi ai disperati che eseguono. Togliere le truppe ai reclutatori d’odio, mettere a stecchetto le trippe di finanziatori e organizzatori che se la passano liscia come l’olio. Perché spesso sono nostri affezionati soci, compari, fornitori e compratori.

Ed ecco il punto tre, che poi è anche il punto tres douloureux. La necessità della guerra santa è una cazzata: la sacrosanta necessità è una guerra alla guerra come sistema di sviluppo economico. Eh sì ragazzi, perché non è che noi e adesso siamo in guerra. Noi siamo in guerra da sempre e ovunque, in qualche parte del mondo. Per prenderci il petrolio, per dargli le nostre armi, per predicare la virtù della democrazia esportata mentre pratichiamo qualche forma di schiavitù legalizzata. Profitto a ogni costo, specie se altrui; conflitto in ogni posto, trasformando interi paesi in cessi sanguinosi e bui. Begli affari con penosi affari fantoccio spacciati per governi, petrolio e gas in cambio di pietre e odio, l’ennesima scorpacciata a costo dell’ennesima Intifada, tanti soldi restando tanto sordi ai bambini soldato. Anche e soprattutto questo è l’Occidente, oggi nel mondo. Ma quale culla: tomba di democrazia, libertà, diritti. Se i primi a svendere i nostri valori in blocco siamo noi, perché gli altri dovrebbero comprarsi ‘sto pacco completo? Sin dai tempi dei Bush-Bin Laden nemici-amici, di George e Osama che si fanno vedere i sorci verdi dopo essere stati soci in verdoni, mantenere lo stato di guerra oggi è per noi mantenere uno stato di supremazia e benessere. O abbiamo il coraggio di cambiare sistema con un minimo di razionalità, o avremo sempre paura di chi ci odia con più di qualche ragione, in verità: e con seguaci che possono diventare legione, con o senza il pretesto di Allah.

Ci odiano? Ma come, ma perché, ma percome? Belle domande, specie se poste da belle e Belpietre faccine di merda. Il Direttore Odiatorale di Libero la risposta ce l’ha nel titolo del suo giornaletto porno-soft da odio duro: per la nostra libertà, ecco perché. Il dramma è che ha ragione, il dramma doppio è che per quelli del suo coté il concetto è vago e triste come un doppio senso da cabaret. Per questi Stuart Mill taroccati in Cina, la libertà dev’essere come la nostalgia per Al Bano e Romina: canaglia. Libertà è fottersene, per loro. E’ sbattersene di tutti appena fuori della mia porta, e magari sparare a tutti quelli che la superano senza permesso; libertà è non pagare le tasse ma lamentarsi se la polizia non protegge un onesto cittadino come me; è campare da ladri alle spalle degli altri facendola franca, è sparare a un ladro alle spalle pretendendo la medaglia e l’applauso della plebaglia; libertà è invocare legge e ordine per gli altri; libertà è fottersene del mondo, ma frignare quando poi il mondo viene a fotterti. Insomma, poveri loro e poveri tutti noi, libertà per questi signori è tutto quello che la libertà non è. Legge del taglione, dell’indifferenza verso l’universo, del coglione stai zitto se sei povero o diverso. La libertà per cui gl’integralisti ci odiano è quella che noi stessi stiamo imparando a odiare. La libertà come partecipazione, ad esempio: proprio come diceva Gaber, e come dobbiamo ricordarci noi ogni giorno. Libertà è condivisione, curiosità, interesse per l’altro. Libertà non è solo prendersi quella di chiudere il mondo fuori colla tv accesa; è accendere l’interesse per il mondo, anche se dal tuo 60 pollici t’infila un indice in un occhio. Guardando anche quello che non ci piace. Avessimo fatto così, oggi sapremmo o non potremmo ignorare di quanto sangue ancora fresco gronda il nostro cantuccio bello caldo. Quante vite innocenti e quante morti sconvolgenti causa il terrorismo nel mondo, trovando killer e follower per colpa delle ingiustizie e della barbarie che l’Occidente appoggia o finge di non vedere per calcolo. Un vaso di pandora scoperchiato con ogni barile di petrolio. Le stesse vite, le stesse morti, la stessa ingiustizia e la stessa barbarie che stiamo piangendo noi oggi, in fondo; solo inferiori, e sono inferiori: perché non sono nostre, perché sono lontane, perché in fondo sono uguali ma più che altro sono in fondo, e basta. Sei in culo al mondo? E allora in culo restaci, mondo. L’erba del vicino è sempre più verde, anche quella del cimitero. Un bar a Beirut, un volo russo sul Sinai, una scuola in Nigeria roba lontana, che mica vale un teatro di Parigi o i grattacieli di New York! E che mo’ davvero una schifezza di bambino africano mangiato dalle mosche o siriano affogato dagli scafisti, per i suoi genitori è importante quanto per me il mio Luigi o Hans o Stephane o Peter? Ma che scherziamo?

Eccole, l’ipocrisia e l’isteria. Reagire da matti a un mondo di pazzi che abbiamo finto d’ignorare: perché ci fa comodo. Eccolo, il razzismo strisciante. Il complesso di superiorità ributtante. Pretendere di fare impunemente quello che poi non vuoi subire. Come ti permetti di farmi la guerra, solo perché te la faccio da sempre? E se tu me la fai, io dovrò fartela doppia dando pure una bella botta al fatturato delle armi, che modestamente io vendo anche a te… Se proprio devi ammazzarmi, fallo almeno colla mia merce. Affarista fino alla morte la tua o la mia, se poi ci si guadagna, chissenefotte.

Ecco, fin quando l’unica libertà che difendiamo è quella del liberismo cannibale travestito da carità cristiana in forma di crociata, non abbiamo speranze. A lottare per un dio guerriero o per il dio denaro non si va in paradiso solo al cimitero. La guerra che bisogna fare non la vinci solo colle operazioni di polizia internazionale ne serve una di pulizia nazionale, collettiva, mondiale, morale. Che ridia dignità alle persone, alla vita, alle parole. Bene Libertà Uguaglianza e Fratellanza cantate dallo stadio in coro, ma questi valori devono tornare ad essere nel nostro vissuto e nel nostro decoro. Nelle nostre coscienze, non nei nostri account. Hai voglia che posti, twitti e ritwitti bandierine e faccine e lacrimucce e candeline serve una sofferenza vera, vissuta e non affettata o twittata. Serve quella che ti dà il coraggio di cambiare le cose. A partire da noi, perché il nemico non è alle porte è dentro la porta di casa. E’ fra noi, molto spesso siamo noi. Che, a parte la nostra, non rispettiamo la vita di nessuno. Che siamo disposti a uccidere qualcuno per farne lucido da scarpe o da trimestrale di cassa. A dimostrarcelo c’è la vita di tutti i giorni, che va avanti: e molto spesso a fondo. Quando dopo tutto quello che è successo a un derby Toro-Juve fra pulcini (pulcini, cazzo!) due genitori vengono pestati da altri genitori al grido di sporca negra torna al tuo paese, che resta da dire? Simpatici amici dell’Is, se volete distruggere la nostra civiltà fate presto, che qua non ne resta molta… Nessuno può farti diventare un mostro, se il mostro non ce l’hai già dentro. Smettiamo di essere quello che noi stessi dovremmo odiare, torniamo a essere davvero quello per cui tutti i sanguinari e i fanatici del mondo hanno ragione d’odiarci. Aperti, colti, laici, tolleranti, gioiosi, liberi e rispettosi della vita umana di ciascuna vita umana. Liberi, uguali, fratelli.

Nessuno potrà imporci di cambiare, ma noi stessi dobbiamo proporci di farlo. Combattendo la cultura della morte: non lasciando morire la nostra quella vera, però. La cultura dell’umanesimo che ci fa fatto grandi, non del liberismo al 100% e del cattolicesimo all’8 per mille che ci ha fatto grandi cinici e scettici. La cultura della pace, del confronto, della contaminazione anziché della distruzione. Fermi e forti nel braccio, ma anche nel pensiero. Ma quale rabbia, quale orgoglio; qui o riscopriamo che pensare e confrontarsi è una gioia o sarà sempre e solo cordoglio. Lasciamo le nostre radici ai seminatori d’odio e ai coltivatori d’interessi inconfessati, cogliamo i frutti dei pensatori più illuminati. Averroè, Voltaire, Kant, Tolstoj, Hikmet, Pamuk: dalla merda rabbiorgogliosa fiori così non sono mai nati. Pace, umanità, giustizia morale e materiale il nostro vero arsenale, quello per vincere la battaglia delle idee. E senza cui la guerra sul campo non la vinci mai. Ovvio. Al punto che persino Renzi per una volta rinunciando a fare il figo facendola facile sulla guerra ha ammesso che il terrorismo non lo sconfiggi solo costruendo biblioteche, ma che anche quello aiuta. E ancor più aiuterebbe non solo costruirle all’estero: anche non disertarle da noi, o non riempirle solo di libri dell’amico suo Baricco e simili o peggiori. Perché a forza di andare appresso al titolo più venduto, quelli più venduti e senza titolo per opporsi o parlare saranno i nostri presunti intellettuali. Altroché scontro, scontrino di civiltà…

Insomma, riscoprirci in gioco a costo di scoprirci un poco. Di mettere sul piatto un po’ delle nostre finte sicurezze, del nostro precario benessere personale pagato dal malessere mondiale. Cambiare in meglio per non farci cambiare in peggio. Scelta con qualche rischio, ma sempre meglio del Risiko proposto dagli strateghi strafatti sempre in onda e in auge. Politicanti, demagoghi, baccanti. Cantagiro di geopolitici pazzi che disegnano cartine che farebbero meglio a fumarsi; che fanno libri, voti e figura discettando sempre e tacendo mai. Quelli che ti riprendono per essere ripresi meglio in camera o sui giornali. I meglio amici dei meglio fichi della Cia, che adesso l’Is o Isis lo chiamano Daesh. Perché è meno offensivo per i musulmani, mi raccomando. Ecco, tutto a posto adesso! Mica le bombe o le stragi o l’indifferenza, il problema lì era il nome. C’è intoppo che il marketing non possa risolvere?! Con questi abbiamo a che fare. Gente non solo noiosa da ascoltare: anche untuosa, presuntuosa, pericolosa. Che nasconde la polvere della propria malafede sotto lo zerbino dei potenti che servono di mestiere. Ecco, non facciamo come loro. Pensiamo con la nostra testa, visto che rischiamo col nostro culo. Confrontiamoci colla nostra coscienza sporca e non crediamo agli slogan da Bar Spot. Perché hai voglia di bombe per non occuparsene: prima o poi l’ingiustizia si occupa di noi. Perché anche a cambiargli il nome e i connotati Daesh non lava più bianco.                  






giovedì 8 ottobre 2015

POMPE FUNEBRI

La Riforma Istituzionale fatta con mostri d’intelligenza alla puttanesca tali, che si fa prima a chiamarla Deforma Prostituzionale. Un taglio delle tasse che forse ti viene un infarto dalla gioia: peccato che i tagli agli esami medici per pagarlo non consentiranno di accertarsene. Inquisiti e miracolati che dettano ed edittano la linea bulgara persino al Renzianissimo Tg3 (la Linea Notte di Mannoni oramai è talmente al servizietto del governo che manca solo una gomma che brucia in studio, per diventare ufficialmente Linea Mignotte…). Il bavaglio alle intercettazioni sulla stampa, però piccolo: un bavaglino, nel senso che chi vorrà informare sulle inchieste e gli scandali dovrà prendersi la pappetta pronta dal Governo di Sua Rencellenza, oppure cazzi amari tipo olio di ricino. La star politico-giudiziaria toscollywoodiana Verdini che fa Bob DeLiro in Taxi Buyer: Sono solo un tassista che porta da Berlusconi a Renzi. Sì, l’unico tassista al mondo che però i clienti se li compra, con cui sgancia anziché incassare. E facendo finta di far incazzare Silvio, oltretutto. No perché alla stronzata che il Nazareno è morto ci si può credere giusto il venerdì santo: ma per loro fortuna l’Italia non è più solo il paese del Carnevale tutto l’anno, adesso è anche quello della Pasqua destagionalizzata e perenne. Nonché delle simpaticissime pasquinate alla Lucione Barani, eroico Verdinian-Craxiano che per aver chiesto un pompino in aula si becca solo 5 giornate di squalifica pronto e schierabile da mister Renzi per il prossimo turno di Inciucions League, insomma…

Piccolo riepilogo di una democrazia piccola piccola e all’epilogo. Una democrazia da una botta e via, la nostra; un fotti in fretta e furia, un trasformismo da McDonald, un Crispi McBacon cucinato dal Renzi Trasformer. Una (poco) democrazia cristiana ed eterna, da sembrare indù: perché si reincarna sempre collo stesso spirito, anche se in corpi diversi. Per l’esattezza corpi sciolti (come cantava il Benigni che aveva qualcosa da dire a parte i canti di Dante, oltretutto decantati come fossero di suo pugno e non una sua pugnetta interpretativa da occhiaie...). Merde umane. Una metempsicosi che sta diventando una minchia di psicosi, per noi del Papaluto. Una democrazia da buttare e da buttane, le cui esequie non sono certo state celebrate colla pompa funebre del già leggendario Barani from Aulla in aula, però. Magari. Anche coll’aiuto delle opposizioni troppo arroganti divise e inconsistenti, la tumulazione è avvenuta da mo’. Ed è partita da molto. Crispi, De Pretis, Giolitti, Fanfani, Andreotti… (Quasi) non penali, ma i precedenti ci sono. Questa finta sinistra renziana che va davvero a destra per restare sempiternamente al centro dell’intrigo come dello spettro politico e trasfromistico, viene da lontano e lo sappiamo; se l’Italia può andarci ancora molto lontano, questo no.

Le certezze che abbiamo sono altre, cioè le carezze che Silvio, Sergio e altre belle personcine stanno avendo da ‘sto Little Tony Blair senza ciuffo elvisiano ma colle frange verdiniane da tutte le parti. Renzi sta facendo cose che Berlusconi poteva solo sognare: per se stesso, sotto il suo stesso governo! E non parliamo dei milioni regalati alla Fiat cogli sgravi per schiavizzare gli operai a Melfi, dove si fanno turni che in confronto a raccogliere pomodori per i caporali ti riposi all’aria aperta. Non parliamo neanche dell’entusiamo popolare suscitato dal fatto che si toglie la tassa al ricco sul villone tagliando la tac al vecchio colla pensione. E neppure di un governo che va avanti (a destra) a botta di mance, mancette e manchettes di marketing da ottanta euro o da quattro soldi. Basta, con ‘sta roba. Dalla farsa del Jobs Act alla falsa abolizione delle province dei clamorosi bidoni hanno ottenuto ancor più clamorosi applausoni la maggioranza vince, anche se la minoranza evince e dice che sono tutte cazzate. Noi vogliamo parlare delle cose veramente fondamentali, cioè di quanto in apparenza è più superfluo del pelo di Luxuria coll’estetista in ferie. Di libri, parole, letteratura, carta imbrattata. Della sistematica distruzione della cultura, quindi dell’etica; quindi della politica; quindi della società, del paese, del futuro. Del perché tutto ciò stia accadendo nel più assoluto silenzio, a parte i cinguettii e i latrati della solita cagnara propagandista su Twitter.

Per fare chiarezza sul Ducismo culturale in corso, ma senza fare amarezza da reducismo stronzo, dobbiamo premettere che noi del Papaluto siamo gente orrenda. Personacce terrificanti e filoterroriste (c’hanno detto pure questo, al tempo…), capaci di spararsi la doppietta Palavobis-Circo Massimo in due mesi, di scendere in piazza ogni due per tre e  per certi principi, di non scenderci a patti sopra per nessun bel faccino o assegnino. Insomma per noi, e per tanti come noi, la Questione Morale su tutto. E noi, e forse tanti come noi, oggi si chiedono: ma alla questione morale sotto i tacchi come siamo arrivati? Sì perché parliamo di tredic’anni fa, mica di trecento. Eppure. Siamo passati da un paese che contro certe cose ha gli anticorpi, a un paese che ce l’ha con gli anticorpi contro certe cose. Sì, direte, ma certe cose che? Quelle che non servono a nessuno, forse perché non servono nessuno. I libri, la cultura, l’arte, la bellezza, la libertà, la bellezza della libertà. Quella vera, quella difficile, quella faticosa. Quella nel pensiero e nei fatti, non nelle citazioni da discorso per fare salotto, flanella e figuroni da filotto al bar. La bellezza che diceva Camus di certo non fa la rivoluzione: ma verrà il giorno che la rivoluzione avrà bisogno della bellezza. Sarà per questo che noi abbiamo solo la Grande Bellezza come perfetto film kitsch (cioè finto) della nostra (autentica, purtroppo) controrivoluzione culturale, politica, sociale. Un impeccabile manifesto anti-ideologico, postmoderno, psicologico. Sarà per questo che la nostra arte è ridotta ad artefatto, che le nostre parole si traducono in fatti orrendi, che il nostro pensiero stupendo e stupidissimo non trova niente da dire neanche sulla roba più immonda. O Immondazzoli.

E questo era?! Tutto ‘sto casino, ‘sta parata di nomi e paragrafi per arrivare a Silvione che si mangia Rcs Libri (e praticamente tutta l’industria culturale italiana su carta che canta e che conta, tranne Adelphi) per fare un clistere di contanti a quella merde secche di Gazza e Corsera?! Sì, ragazzi. Il superfluo ma fondamentale pelo di Luxuria nell’uovo dei polli di Renzi che siamo è questo, per noi. L’operazione in se stessa non ci sconvolge, figurarsi. La reazione del governo e dell’antitrust che non diranno nemmeno un se o un ma? Seee, ma figurati! Ci sconvolge l’intera operazione di non-reazione, in sostanza, della cultura italiana o di una parte di essa. Di una parte di noi, in buona o cattiva sostanza. Nelle mani di uno solo tutte le principali case editrici e non uno qualsiasi, quello dei maxicasini e delle mini-meretrici. Tredici, dieci, cinque anni fa ci saremmo scandalizzati, legati, incatenati a qualcosa o incazzati a girotondo con qualcuno. E adesso, niente. Nessuna sollevazione popolare, intendiamoci: stiamo parlando comunque di una minoranza. Ma la democrazia si misura, sulle minoranze. Specie quelle rumorose. Sono le dittature, a contare sulle maggioranze schiaccianti, accondiscendenti, silenziose. Oggi siamo tutti maggioranza, siamo tutti silenziosi. Non tutti, quasi nessuno, pochi sono avviliti e pensierosi. Noi del Papaluto sì, avviliti e pensierosi. Nonché disperati al punto da commettere l’insano gesto dare ragione a Sgarbi. Che ha sostenuto che in Italia un buon libro vale meno di un pessimo giornale. Vero. Anche grazie a lui, però. Anche e soprattutto grazie a quelli meglio di lui, che come lui o peggio si sono comportati.

Parliamo per gl’intelligentissimi scemi o degli scemi fin troppo intelligenti che si sono esaltati e ancora si esaltano per la fine delle ideologie. Evvai, figata! Spezziamo le catene dello spezzare le catene dell’oppressione! Basta colle prigioni del pensiero organico, organizzato, ortodosso! Da allora tutti più liberi di testa ma chissà come mai tutti con meno libri in casa. Dio, Marx, Io: tutti morti, o che non si sentono tanto bene. Ma cogli effetti che invece si sentono benissimo, oggi. Il basta al pensiero forte è diventato un forte basta al pensiero, stop. Coi bei risultati che ammiriamo. Una società e quindi una politica ridotta a puro mercanteggiamento, a perseguimento dell’utile, all’aggiramento delle regole minime di decenza e moralità. E come mai? Perché, parafrasando Chesterton, quando gli uomini non credono più in un’idea non è che non credano più a nulla: credono a tutto. E oggi solo a tutto quello che si può comprare, consumare, cosificare, classificare, banalizzare, taggare all’istante. All’ideologia si è sostituita la merceologia, e nel cambio merce-idee c’hanno guadagnato solo i Berlusconi in giro per il mondo, i simil-Silvio in world tour. Quelli che non hanno nessuna idea, tranne il guadagno. Che però pubblicano tutto e di tutti gli orientamenti politici, filosofici, letterari: quindi, che problema c’è? Proprio questo, che non c’è nessun problema basta che faccia soldi. Il problema sta tutto nella quantità, mai nella qualità di ciò che si pubblica o che si vende. O che si è. Il Folle Volo di Dante come i romanzi di Fabio Volo o le romanze degli ex tenorini del Volo tutto dentro, fuori tutto, tutto scontato di prezzo e di pensiero, facciamoci un cofanetto con doppio libro, Blu Ray e prefazione di Benigni-Jovanotti-Gramellini per Natale…

L’era del sapere post-moderno fintamente democratico e progressista: tutti uguali, niente distinzioni. La merda vale la meraviglia, l’arte vale il kitsch, chi nelle sue opere la cerca vale quanto l’altro che nelle sue lo propina, lo propone, lo propugna. Lo sperimentale è male e dio ce ne guardi, lo sperimentato un mare di soldi. Perché cercare davvero qualcosa di nuovo e magari con poco seguito, quando puoi riverniciare e incassare con qualcosa di vecchio o addirittura decrepito? Se nella spazzatura il riciclaggio fosse avanti come nella cultura, la puzza la sentiremmo solo in libreria anziché per strada. O, a proposito di fintamente democratico e progressista, nella faccialibreria tuittarola del nostro ggiovane premier socialmediopatico. E siamo al punto dolente, al punto che volente o nolente la discussione deve toccare. Col cittadino consumatore e mai dubitatore, col pensiero che dev’essere o populista o menefreghista o tutt’e due, il discorso da largamente culturale si fa strettamente politico, carissimo Pinocchio Matteo Renzi. Farla facile non significa che poi lo sia: significa che facile è solo una bugia. Un mercificare, un mentire, un raccontare che è un raccontarsela. Azzerare il senso critico è a costo zero come le tue riforme cioè per niente.

Nessuna nostalgia/apologia di Stalin e simili delinquenti/pensatori di ‘sta minchia, sia chiaro. Come dev’essere chiaro che certe ideologie erano una prigione: come dovrebbe essere, ma non è, che libertà di pensiero non vuole dire pensieri in libertà. Tantomeno pensiero unico colla sola libertà di nascere, consumare, twittare, crepare o possibilmente crepare twittando. E postando il video su Periscope, magari. Abbiamo il diritto di essere meglio di così, di non essere solo dei cosi consumanti: ma per riuscirci abbiamo il dovere di difendere e di difenderci colla cultura; di crederci credendo nella bellezza, quella vera. Quella difficile, faticosa. Diversamente, l’aforisma di Chesterton non perdona: e l’uomo diventa una bestia che si bastona. Coi suoi simili, causa il cellulare per cui fa una fila da stadio: allo stadio, da dove poi lo portano via sul cellulare. Studi alla mano, anche senza il Muro di Berlino, senza studio si viene alle mani comunque. Anche se non ci sono idee forti, si passa lo stesso alle maniere forti. Perché il cretino crede, crede sempre, crede comunque e a chiunque. Tanto vale provare a fargli credere o leggere qualcosa di buono. E non necessariamente di Benedetta Parodi benedetta da Berlusconi… Usiamo la nostra, di testa. Altrimenti, le altre e alte menti dei capintesta che c’abbiamo. E che ci meritiamo. Come Alberto Sordi per un famoso regista (foto) ex girotondino ed ex chiacchierino oggi attonito, stufo, sfinito dalla situazione.


Che stando, alle indagini demoscopiche, è bella (o brutta) sconfortante di suo. Guardacaso 6 italiani su 10 non leggono neanche un libro, e proprio 6 italiani su 10 si professano supertifosi in neanche un secondo. Cioè appassionati dello sport che non è più sport, ma scommesse, risse anziché rivalità, distruzione dei suoi valori in campo e creazione di valore in banca per chi lo commercializza. E non a caso il Renzi ha fatto dello sport il suo spot al volo e alla lettera: a settembre piazzando il suo culetto a forma di faccia sul jet e in tribuna agli Us Open (pagando col nostro, di culo: faccia lui, col conto…); o appena l’altroieri incontrando lo Sceicco Bianco Bin Zayed facendo lo Sciocco Viola del coro Salutate la Capolista. In attesa di un bel Chi non salta Gufo è alla finale regionale di freccette o mazzette con Verdini, il livello della narrazione è questo. Basso, ma mai quanto la linea di galleggiamento (o affondamento) politico-culturale, culturale quindi etica e politica. Ma va bene così, in fondo. Per andare a fondo, va benissimo così. Che sarà sarà, e che sarà mai. Mica finisce il mondo, se inizia Mondazzoli! Alla fine è solo la normale logica di mercato, l’ovvia trasformazione della società che cambia non per forza in peggio, alla fine  la merda che si vede è tutta nutella: e alla fin fine, che Mondazzoli sarebbe senza Nutella? E se va bene a voi, buona merdenda a tutti! Anche a te, alla tua salute e in tua memoria qui sotto, Nanni…