martedì 25 agosto 2020

COMA PRIMA, PIÙ DI PRIMA

Dice che in medio stat virtus, ma chissà com’è da un po' in mezzo ci sta solo e sempre il virus: forse perché in troppi hanno fatto il dito medio a ogni tipo di virtù che non sia sapersi fare i cazzi propri perché tanto il Covid io lo liscio te lo lascio e te lo becchi solo tu.

Dice che non sono vietate prudenza, intelligenza, scienza coscienza e decenza: sono solo sconsigliate e sospese perché per carità (e caro balneabilità) non poteva essere vietata l’estate, almeno secondo il ministro della Salute (senza) Speranza.

Dice che Musumeci in Sicilia ha espulso con un editto di suo pugno (e pugnetta) tutti i migranti: anche se non può per legge è lo stesso una soddisfazione, ché mica solo gl’italiani del nord hanno diritto a sgovernatori incompetenti razzi-fascisti e mega-ignoranti.

Dice che in Sardegna a livello di villaggi-contagi-conteggi vacanze siamo al top del top, colla lista Vip che sta diventando la lista Rip: non per niente Briatore si sta attrezzando e il Billionaire — passando dal Bellini al Becchini, ma mantenendo sempre tariffari da stronzi e strozzini — si chiamerà  Le Beau Cimetière.

Dice lo Zangrillo sparlante — il medico incurante di Berlusconi, che infatti è messo coi controcoglioni — che non solo i malati e i morti di Covid sono pochi: ma il peggio è che al Sant’Arraffaele — foraggiato festeggiato e formaggiato dal sistema sorcio-sanitario lombardo oramai sgamato e sputtanato — ‘sti pezzenti di terapia intensiva costano tanto, spendono zero e rendono anche meno.

Dice che i gestori delle discoteche, dopo aver trasformato i loro locali in virusodromi dove il Corona corre e fa l’apericena coi prodromi della carneficina, hanno pure provato a ricorrere al Tar — bocciati: noi proporremmo di ricorrere al Tir, spianare tutto e dove c’era l’erba e l’mdma fare una città: studi, che però magari non sforni solo youporner (terza)media-manager e cyber-ciuccità.

Dice Zaia che, siccome ha lavorato nelle discoteche per pagarsi gli studi, non bisogna demonizzare le discoteche: dimostrando che i suoi scarsi studi pagano il troppo lavoro nelle discoteche.

Dicono Salvini e Santanché che è assurdo prendersela coi ragazzi — infatti bisogna prendersela coi quarantenni malportati e i milfoni malvissuti che invitano a non portare la mascherina e a (s)ballare apertamente e abusivamente dalla sera alla mattina. 

A suo tempo (cupo), Mattarella ha detto che stando uniti e rispettando le regole potevamo farcela: per questo da quando l’Italia non è stata più gli Stati Clausurizzati e Uniti le regole non le ha rispettate nessuno, e le possibilità di farci evitare il bis di lockdown sono sempre più lock e sempre più in down. Del resto, che t’aspetti da chi anziché dare l’esempio e fare direttive ti fa lo scempio e si fa i dispetti? Politici che fanno i virologi, virologi che fanno gli opinionisti isterici e (poi) i candidati politici, presidi e dirigenti scolastici che mentre il ministro Prezzemazzolina è dappertutto a dire niente sui presidi sanitari e igienici prendono ordini e cazziatoni da presidenti di regione incoscienti iposcolarizzati e iperpropagandistici... Bello, no?

 

Il quadro della situazione è così chiaro comprensibile e consolante, che sembra cubista: non da discoteca, più tipo Guernica.

Uno Stato e un governo costretti ad aprire tavole calde — ma molto cool — per il virus perché ci sono troppe pressioni da sopportare, troppe burocratizzazioni da smontare, troppe casse disintegrazioni da annientare, troppe disfunzioni erariali ereditarie ed erettili da raddrizzare: insomma troppe bocche da fuoco e da falò da tappare e/o da sfamare. In Italia deve funzionare tutto come niente fosse, perché per il resto non funziona niente, a parte il senno del poi che riempie i letti i tg e le fosse; fra le tutte le trasmissioni d’informazione funziona solo la trasmissione del Corona: perché — sistema centrale, locale, civico o cerebrale — da noi funziona sempre che mai niente funziona. E quindi il bene pubblico — per una manifesta incapacità di pubblico demanio e dominio — viene sacrificato per il bene del privato: che non è la vita o la salute, ma sono la gnagna il guadagno la vacanza e la lagnanza a vita. Questo governo che c’imprigiona, questo governo che c’affama, questo governo che c’impedisce di fare le vacanze-studio (epidemiologico) e la seratona!

Quand’invece — duro da credere, ma duro solo per un duro di comprendonio da ammettere - questo governo contro il Covid non ha fatto peggio di altri nel mondo, in alcuni casi ha fatto molto meglio e persino da apripista: solo che a un certo punto ha tirato a campare e ha allentato la presa (di coscienza, di posizione, di corrente di pensiero d’un certo rigore), sapendo che è sempre meglio che tirare le cuoia come da dettato andreottiano poltronaro e immobilista. E quindi rieccoci nella palude in cui Conte e i suoi fanno melina o velina di propaganda, comunque gran fumo e piccolo cabotaggio; mentre l’opposizione — quella ufficiale, quella ufficiosa, quella renzista grandecentrista e (im)prenditoriale — cerca il colpo grosso la grossa colpa o il piccolo sabotaggio. Roba trita, trista, triturapalle che la metà basta. 

E dire che per qualche tempo e per qualche bell’esempio sembrava potesse cambiare tutto, in meglio e sul serio: ma ‘st’illusione virale è durata giusto qualche mese, il tempo di tornare in noi a noi e al nostro paese sempre grave e mai serio. L’Italia che profuma di oleandri e di perché (cit. Mino Reitano) è il paese per quello che è: quello che poi nei suoi olezzanti meandri non profuma mai un granché; che c’ha storie e persone che altrove uno si sogna, favole belle che ti viene voglia di credere pure a Babbo Natale a Belpietro e alla cicogna: ma poi è solo zucchero a velo e al vento sulla venustà delle nostra vergogna, acqua di rose e di bellissime cose sulla acqua di fogna. Se vuoi capire il nostro ilarotragico paese hai sbagliato calabrese — non ti serve Italia cantata e decantata di Mino Reitano, ma l’Italia demente deforme e depredata vivisezionata a morte e immortalata a vita dal quasi anagramma e quasi compaesano Rino Gaetano. Superpensioni, cieli mare e auto blu, estati tutte supersorrisi canzoni e cazzoni tv: parole perfette, basta aggiornare un po' la musica, ed è sempre nun te reggae(ton) più…   

Ebbé, dopo ‘st’inizio tutto male niente male, voi Papalutisti com’è che (e)state? Siete sopravvissuti, siete contusi felici e contenti che la hit dell’inverno è anche eccome la shit dell’estate? E che, dopo la sindrome da lockdown, via il lock sono rimasti solo i giorgi melongoloidi colla sindrome di Down (nel senso di giù la mascherina, la guardia, la maschera, quel minimo di filtro fra realtà/responsabilità e filiera propagandista e pro-negazionista fascio-bufalina)? Che a Pasqua magari siamo scampati alla scampagnata clandestina con carbonella carbonara, sì, ma solo per ritrovarci inculati dall’inalienabile diritto del dritto che in vacanza (con tanto di bonus-buon-per-il-virus…) deve farsi il risotto e il soffocotto alla marinara?

Voi non sappiamo, ma noi tutto bene — nel senso che tutto bene un cazzo, tutto pene nel senso sia del Beccaria che del cazzo. 'Na galera, un prurito, 'na gonorrea. Non per niente, eccovi ‘sto sfogo cutaneo di domande a pelle e a palle dopo essere stati zitti a costo di farci venire l’orchite e le bolle…

E come mai, poi? Lo ammettiamo, per una volta siamo rimasti senza (male) parole: per un attimo bello (brutto?) lungo abbiamo sperato (temuto?) che il nostro pessimismo cosmico restasse disoccupato in quanto ottimo esempio d’inutile e pessimo polemismo comico.

Ma i nostri dubbi ottimisti sono diventati dubbio ottimismo nello spazio d’un mattino, d’un break pubblicitario nel dibattito fra un matto uno in malafede e un cretino. 

Poi passata (per forza, per finta, per legge: di mercato) l’emergenza, per fortuna tutto è tornato all’anormalità — nell’istante stesso in cui anziché appendersi alla minaccia della multa o della denuncia, ci siamo appellati al senso d’irresponsabilità: che modestamente da noi è molta, e trova sempre Salvini e simil-cretini che le leccano il culo e le grattano la pancia. A noi non ci salvi la vita manco colla sedia elettrica, a noi ci piace se ci salvi(ni) la serata con qualche polemica o puttanata sempre nuova ed eclettica; l’unica legge per noi è sempre fesso chi (osserva la) legge. Ché mica la devi osservare, se puoi dalla legge ti devi guardare. L’Italia è questa, idiota piegata e piagata dalla sua ossessione di non passare da fessa, ma per (s)fortuna la nostra scrittura come la nostra struttura resta: incazzata, ossessa, bastian e baston contraria, indefessa o forse indicibilmente fessa: comunque ostinata ostentata e contraria, sempre la stessa.

E quindi avanti, per molti (d)anni a venire. Fin quando l’Italia resta così, noi restiamo cosà. Ma non appena diventasse cosà, tranquilli: non la vorremmo così, perché vogliamo rompere (a)i coglioni e non schiodare di qua.

 

Quindi tutto bene, tutto apposto: abusiviness as usual, si fa quel che si può e non quel che si deve, si fa quel che non si deve perché si può: agosto, maglia stretta mia non ti conosco; solo canotta e canotto, e chi avanza dubbi è uno iettatore uno sfigato o un tipo losco. Guidati da negazionisti e riaperturisti che si fanno scudo talleri e scudi coi turisti, siamo andati al macello — di gente in strada, di prossimi e possibili terapizzati intensivi in corsia dove un respiratore se lo trovi ti costa come fosse marca Prada. Colla simpatica novità youth-friendly che, smaltiti quelli di novant’anni, a entrare in privé e in lista rip saranno quelli degli anni novanta. Figo, no? Ma l’estate è quasi finita e goduta, oramai: omissione compiuta e quel che sarà, che sarà mai? C’è tutto l’autunno, per tornare all’inverno del nostro scontento e del nostro sconcerto, quando non si trovava né un reparto né un cimitero aperto. Tanto. Nel frattempo e nel frastuono del bel tempo ci siamo scordati tutto, in Italia non è successo niente, in un mese di ferie ci siamo dimenticati quasi tre mesi di paure isterie e paranoie: ma anche di cose belle, importanti, serie.

 

Però però però. Siamo mica gli unici ad aver avuto la curiosità di vedere se si muore prima d’epidemia o d’economia, se è valsa la pena svuotare i reparti Covid per riempire di Covidiots i beach party.Mica soltanto in Italia il virus è stato dichiarato debellato per legge — di Borsa, di business, d’entertainment, di mercato — e pazienza se si tratta d’un mercato delle vacche, delle bufale, della pelle di persone che — povere, anziane, senza Tesla né Tik Tok — servono da simpatiche cavie e valgono quanto vecchie cacche.

Mica siamo solo noi, che andiamo forte cogli evviva troppo presto e ci svegliamo con il mal di testa da male della protesta. Non siamo gli unici del Ricasco Rossi fan club, a voler una vita e una ricaduta piena di guai. E Trump? E Bolsonaro? E quel coglione di Boris Johnson che ha chiamato il figlio Willbur ma in onore della sanità pubblica che l’ha salvato (anche se lui non voleva salvarla…) avrebbe dovuto chiamarlo Welfare? E tutta l’Asia — Minore e no — che nei contagi è tornata tutta Maggiore anziché no?

Tutto vero, tutto nero, tutto il mondo è paese, ma non basta tutto il mondo per arrivare al Belpaese. Tutto il pianeta è ammalato, tutto il globo dibatte, ma solo nel paese del nostro stivale si proclama l’apericena a nonno morto come diritto conculcato degno di sommosse, d'un moto del mojito compreso di lotte: possibilmente a bordo del tuo yacht, lasciando a imbottigliarsi e infettarsi gli sfigati strainfettati che per andare in vacanza prendono il ferribotte. Certo adesso si dice, si media e si dice che si rimedia, si tratta si proclama eppoi si ritratta. Si fa o si finge di, si finge o si fa come se, fatto sta che. Se tutto va male — cioè bene all’influenza degl’influencer: malattia invalidante per cui, a differenza del Covid, non c’è speranza di vaccino… — come su Scazzi a Parte avremo avuto discoteche aperte e richiuse con scuole chiuse emmai riaperte. Il tutto per la gioia dei gggiovani che fanno scuola agli adulti sul fatto che se non ci sono le discoteche loro col cazzo che fanno scuola. E che volete, i movimenti giovanili d’oggi sono questo: pane Sardine e Greta, panel social e nutella, ma poi al massimo fanno lo sciopero della fama anziché della fame che mica sono o sanno chi era Pannella. Genitori e figli, tutti sulla stessa barca — il Titanic, alias il Pandemic —  perché coi loro figli i genitori sono stati un po' coglioni e un po' conigli, un po' avari o assai somari di consigli. Ora l’impressione è che si sia chiusa la stalla quando oramai sono scappati i buoi — e che sul demence-floor ci sono rimasti solo cocci e ciucci di bottiglia di champagne o pampero, asinini asintomatici e spritz-boy; proprio vero, tutto l’immondo è Belpaese: non per niente Sgarbi Porro e Briatore ce li abbiamo solo noi.

 

E bastasse. Fosse solo una questione di tarati deficienti e tangenti, saremmo salvati.

 

Corruzione a sfare e a parte (vero, presidente-parente Fontana?) a far riflettere è la coazione a ripetere e a sfinire. Ad esempio. Trent’anni fa Gherardo Colombo scoperchiava Tangentopoli a partire dal Pio Albergo Trivulzio per conto della Procura di Milano: trent’anni dopo deve sforacchiare il velo d’omertà sulla Cognatopoli alla Regione e sulla Necropoli alla Baggina su procura del comune di Milano. Il problema non è il virus che torna, è il vulnus che resta: nel nostro tessuto politico, sociale, cerebrale: il tumor panico proprio nella nostra testa.

 

Coma prima più di prima, insomma.

Essì che — lo ripetiamo, lo ribadiamo, non ci riprendiamo e non ci rassegniamo — per un momento è sembrato che davvero potesse cambiare qualcosa, forse addirittura tutto, ma stavolta mica per non cambiare niente come nelle hit dei Tommasi paradisi o nei desinit dei Tomasi di Lampedusa. Per un istante è sembrato che in un istante un anestesista fosse più importante d’un trequartista, che un buon medico fosse meglio del meglio spin doctor, che la sanità pubblica non fosse solo una questione di supervoracità privata appaltabile a qualche triste tri-tangentista: insomma che si potesse davvero cambiare l’agenda politica, anziché scambiarla per quella eco-unfriendly che ti regala la banca a Natale in vera finta pelle e tanta tanta plastica. 

Non per niente nel periodo in cui siamo rimasti silenziosi, ansiosi, speranzosi (speranziosi?) davvero abbiamo creduto che davanti a un problema serio, tragico, si potesse diventare più seri senza diventare tragici. E’ successo il contrario. La situazione è grave, ma noi flaianamente non facciamo i seri ma solo fottipianginamente i tragici. O isterici o indefferenti, senza mezze misure: vogliamo la soluzione ma non vogliamo mascherine chiusure e contromisure; incoscienti, piagnoni, arroganti: vorremmo fare come la Svezia, i calcolatori cinico-freddi e nordici: solo che lì nessuno versa lacrime di coccodrillo o di pecora o di prefica perché l’immunità di gregge è fallita, mentre il virus è ancora lì e i morti sono tanti.

La verità è che il Covid è la scartina al tornasole di come ‘sto paese è scarso, di quanto se la gioca male, di come e quanto fuori dall’emergenza più di tanto non vale: torna sempre a quello che è, al fatto che a tutti i costi (altrui) vuole fare quello che vuole. Mentre la politica politicante, pluriniente, polinsignificante — dopo un attimo di pericoloso sbandamento — sta tornando a fare quel che suole, che un po' ci duole, ma alla fine se ci fa comodo poco ce ne cale. La mitica mistica degl’italiani brava gente non attacca: semmai è l’italiano bravo agente — patogeno, patetico, patologico — che qualcosa te l’attacca. Ad esempio il pippone sullo Stato o assente o pressante, sul governo che fa troppo o non fa niente: l’unica certezza è che er cittadino poverino è solo, ignaro, sempre innocente; anche se io non metto apposta la mascherina, se i miei figli escono la sera e tornano la mattina eppoi fanno secca nonnina, anche questo è colpa di Conte. E trovo sempre qualcuno pronto a darmi ragione, a farmi l’applausone, a darmi una demagogia irresponsabile e una demagogobugia spargi-paura in cambio d’una democrazia un minimo responsabile e matura.

Abbiamo un'opposizione sovranista e superinstagrammista, con un governo non di sinistra ma social-ista: insomma una politica che tutt'intera non vale mezza tacca e non capisce un'acca. Che segue e non guida, che non segue né un filo logico né altro che non sia un filone demenzial-demagogico, che non capisce in senso filologico; che guida solo nel balletto triste dell’offrire pretesti e facili assoluzioni a chi protesta reclamando immediatamente difficili/istantanee/impossibili soluzioni. Che avanti alla cieca o alla filorussa, sondando e assecondando i pessimi umori e le cattive abitudini del paese — perché che il Paese sia meglio della propria politica è un’illusione, pure piuttosto palese. Dove va il mare va la marina, il branco segue la rabbia canina, dove va ‘sto paese alle vongole lì la politica allo scoglio(namento) quattro stagioni s’incammina: e quindi vai di andamento (maci)lento, marcio dentro, marcindietro e arcilento. Un passo avanti, tre indietro, mille sul posto nel ballo del potere tra pseudosinistra cenciodestra e merdocentro storico e cronico. A tutti livelli, in tutti i cessi e i recessi del potere, dalle tazze ai bidet ai lavelli di tutti i gabinetti di guerra in guerra fra loro e in questione: boss e travet, i capoccia e i sottopancia, governo maggioranza e opposizione. Per dire, per capirci, per capire: non se ne azzeccano due di seguito manco a morire. Si fa o si propone una cosa buona, e subito si fa o si propone una cazzata: altrimenti nell’ambiente nessuno si fida ti si fila o ti perdona…

Qualche esempio, senza fare nomi e cognomi: non per rispetto né per timore, ma solo perché nella piccineria generale servirebbero come a distinguere fra nani e gnomi 

Con più fortuna che merito, si è miraculosamente riusciti ad abbattere la carica virale? Per compensare bisogna subito farla risalire, senza tralasciare di far impennare la polemica bullo/nullo-politica e lo scaricabarile.

Si tira su tutti orgogliosi il nuovo Ponte di Genova? Immediatamente tutti orgoglioni — siccome se non puoi passare sopra ai problemi di governo, puoi volarci sotto — si butta giù l’idea di buttare qualche miliardo da Ricoveri Fund giù nel Tunnel dello Stretto: un'idea per niente da ricovero e nuova nuova, pratica terra terra e tangibile come una supernova.

Tutti d'accordo, persino i colleghi, che i nostri disonorevoli e assonatori sono deficitari o proprio deficienti rari? Certo! Ma anziché fare voto di aumentarne la qualità, si fa un referendum e si va al voto per ridurre la quantità dei parlamentari... Un pò come se per ridurre i ciucci in classe tu riducessi gli alunni, anziché insegnare meglio anche ai più cunni.

Ma sinceramente le soluzioni originali si sprecano. Tutti gli schieramenti hanno pensate e ripensamenti che spaccano, soggetti candidati e progetti che sbracano. Il governo ha un problema? C'è un problema di governo: discutiamo h24 come cambiarlo, ché il problema vero nessuno sa una o 24 acca di come affrontarlo.

Il Conte 2 è ritenuto troppo lontano dal popolo, troppo debole e tenuto su solo dal potere, nato e cementato da una manovra parlamentare? Non buttiamoci giù, buttiamo giù lui, facciamo un bel Draghi (numero) 1 a prescindere e a trascendere, con un bel manovrone di palazzo facciamolo presidente e papa senza manco passare da cardinale: si sa che la gente impazzisce, per un ex banchiere centrale; da Comunione e Liberazione all'Arcicaccia a Calenda con Azione, tutti dentro e tutti fuori di testa per questa ideona altamente democratica che spalanca le porte a Salvini Meloni boys e Nazisti dell'Illinois alla prossima tornata elettorale...

Sempre così, il tono di voce muscolare d'un paese che si dibatte da orbi. Si blatera, si complotta, ci si mena e ci se la mena da mane a sera: ma guai a chi obietta o si estranea dalla lotta...

Nonostante i frugali olandesi che cosa si sono fumati non lo sappiamo (o forse sì: il solito prezzemolo afgano mischiato a un ragionierismo da populismo monetarista e sovrano…) abbiamo ottenuto tanto compresa la possibilità del salvastati? Discutiamone, parliamo, votiamo, decidiamo: capiamo se possiamo uscirne devastati o salvaguardati. Ma quando mai. Senza neppure lambire il fondo in quanto tale, ecco che tocchiamo il fondo — metaforico, patrimoniale, editoriale; eccovi un inguaiatissimo e conguagliatissimo conglomerato politico-giornalistico-economico BerluskElkaniano che — da Sallusti a Molinati ai Renziani, da Stampubblica a Bettini alla Cuccarini — per il salvastati vuole un governissimo griffato e ingrifato SuperSanto Mario Draghi per spendersi il nome e comprarsi una legge salva amici denari e potentati.

Perché da noi non si approva una legge che serva alle persone, ma che asserva e sfami le clientele che nell'urna e davanti alla porta ti fanno il pienone. Ma se non sei cretino trovi anche il modo di fare la cresta prima che gli elettori ti facciano la festa: perchè da noi con qualunque legge si trova il danno l'inganno e il guadagno, e per il resto è fesso chi (e)legge. Che sia buona o cattiva, si trova il modo di spremerla coi bonus o colle cattive — anche nel senso delle scuse più penose, risibili, schifose.

Colpa del commercialista che mi ha ipnotizzato a mia insaputa, l'ho preso per mia mamma morta tre anni fa, l'ho dato in beneficienza al mio yacht o mignott club...  

Fai una legge perché tutti quelli che ne hanno bisogno abbiano 600 euro? Si scopre che è colpa della legge se i 600 euro li richiede e se l’imberta — e guai se gli si fanno domande di sorta — proprio chi la legge l’ha votata ma non ha né vergogna né bisogno. Se puoi farlo, devi: a ogni seduta, vota mangia e bevi. Se non c'è responsabilità penale, non sussiste problema d'opportunità o responsabilità personale. 

 

E hai voglia ad andare avanti: ma d’andare avanti con ‘ste schifezze, chi c’ha voglia?Un florilegio da potata urgente, che spazia dalla puttanata semplice al sacrilegio flagrante. Piccole miserie, grandi angherie, piccole e grandi cleptomanie. Questo ci tocca, con questi che nessuno li tocca.

Quand’invece i temi sarebbero tanti e tanto diversi da questi, dai patemi d’uomini d'impotenza senile o ignoranza giovanile che non guardano più in là degli ultimi sondaggi, dei possibili scrocchi strapuntini percentuali e saccheggi, delle ultime interviste in cui si protestano onesti o delle ultimissime nequizie che parlano d’amici dei nemici agli arresti.

Come spiega Spillover — un libro molto noto venduto e citato, quindi poco letto e capito — il nostro sistema di sviluppo nuoce all'uomo come al resto della flora e alla fauna, alla (non troppo) lunga distrugge noi le foreste e il pianeta, ma in compenso piace un casino alle Sars all'Ebola e al Corona. Non bastasse,  il libro anticipa che questa pandemia non sarà né un caso né un casino isolato: se deforesti e disturbi il virus a casa sua, poi te lo ritrovi a casa tua. Covid 19 avrà i suoi fratelli, dal ’20 in poi forse pure più frequenti contagiosi e coltelli. E per fronteggiarli agli Stati non basterà promettere i soliti ospedali medici e infermieri, o non mantenere più i più solidi speculatori arraffatori e caca-cacciabombardieri. Andrà ripensato tutto il sistema salute/prevenzione/vaccinazione a livello mondiale; anche e soprattutto perché così com’è l’Oms più che all’alta medicina fa pensare alle M&Ms: tutto bocconcini e strapuntini politicamente colorati, molto emeriti e spesso pochissimo meritati, più lottizzato della Rai e con più raccomandati e negati d’una azienda municipale.

 

La salute dell’uomo mai slegata a quella del pianeta non è una puttanata o una gretinata: le deforestazione intensiva porta più virus, che ci portano alla congestione della terapia intensiva: una migliore gestione (e non indiscriminata ingestione, con incriminata digestione...) delle risorse erariali naturali e cerebrali è un dovere, oltreché un diritto per una coscienza politica che — se proprio non vuole essere di sinistra e progressista — almeno può provare a fare la moderna e rinnovatrice/risanatrice progressiva, no? Certo! Beato o beota chi ci crede — tipo noi Papalutisti, che non accettiamo che il popolo sia bue, ma non c'attacchiamo al carro buoi dei troppi Scialapopulisti.

Hai voglia a sollevare dubbi e questioni, quando qui il gioco è alzare qualche voto e sollevare polveroni. Che volete che siano i problemi globali o le questioni etico-morali, davanti alle essenziali ed esiziali elezioni comunali e regionali?!

Il nostro mondo cambia, ma il nostro modo non cambia. Possiamo ucciderci da soli, ma furbi come polli come siamo, chi ci deve ammazzare?! La bomba nucleare, un’appaiata di guerre mondiale, il reggaeton diventato virale: la nostra più grande invenzione di sopravvivenza — la stupidità — è sopravvissuta e superproliferata in tutto questo, figuratevi se la tocca o l'intacca qualcosa di più proriamente virale (ma probabilmente meno pernicioso) del reggaeton...

Insomma, siamo e saremo questo. Resilienti, recidivi, vivi anche se deficienti. Se ci può consolare abbiamo fatto di peggio; anche se ci può sconsolare, difficilmente faremo di meglio. 

Anche dalla tragedia peggiore, l’uomo è uscito o riuscito migliore. Questo fino a oggi, fino alle signore permalose o ai Sabini Cassese che se gli chiedi di tirare su la mascherina o di mettere giù qualche giurisprudenzialità cretina ti rispondono che li oltraggi. Per assurdo che sia, colla pandemia tutti noi abbiamo avuto un’occasione da non perdere — ma tranquilli, avanti così sarà l’occasione a perdere tutti quanti noi, amen ave John Lennon e lascia che sia.

Nel frattempo l’estate sta finendo, il tempo per fare in tempo pure, ma noi vamos a la playa  e del resto ce ne stiamo fottendo. Ma fin quando è così e ci va bene, va bene così. Se c’ho la gnocca, manco l'App-ocalisse sullo smartphone mi tocca; se c’ho la Dreher fresca in frigo, di Kyoto Krauss Dostoevskij e Schopenhauer me ne frego. Mojito e patata: eccolo lo spirito del tempo, l’attuale visione del pelo e del mondo che ci siamo data.

Non saranno gli ultimi giorni dell’umanità di Karl Krauss, ma anche in questi la grande madre della disumana stupidità è talmente spinta e incinta che funzionerebbero pure il salto della quaglia o l’Ogino-Knaus…

Ma tant'è, se siamo ancora (preterintenzionalmente) qua, vuol dire che tanto troppo non è.

E quindi, come direbbe Karl Krauss se fosse vivo vegetale e calabrese anziché morto e viennese, futtiti e futtitivinda: fottiamo e fottiamocene, che qua è festa e si brinda. Anche se magari è un funeral party in stile Louisiana in cui fai festona col bar e la tua bara aperti... Bene lo stesso, tanto noi qui col mischione di misfatti abbiamo fatto. Come diciamo sempre, buona notte e buona fortuna, al limite buona fottuta. E Krauss per Krauss, vi concediamo con un gute nacht und viel glück: vi auguriamo good night and good luck: ora  però vivamente vi consigliamo via, schnellraus, eventualmente good fuck.


 

  

  

         

domenica 12 gennaio 2020

FRA CAPODANNO E COLLO

Alla fine suppergiù è andato tutto come diceva lui: il 2019 è stato un anno bellissimo, soprattutto per lui: anche ma non soltanto per i 700mila euri di reddito (e di rendita: da Presidente del Consiglio legale meno carino che caruccio) l'anno in più. Come lui chi? Ma lui lui, Mastro Geppetto Conte, il papà di un governo fantoccio e di uno bugiardo e burattino, l’avvocato del popolo e del populismo, del diavolo e dell’acqua santa di colonia, che in un anno in un attimo e in due governi gemelli contro(versi) è diventato l’Invocato argine anti-populismo — e pazienza se nell’aria, oltre a Mestizia profumo d’intesa, c’è giusto un filo filo di filo-trasformismo. Perché gli Usa saranno stati (uniti) il paese delle opportunità, ma solo da noi per governare si usa e osa l’opportunismo come sola qualità. Parlare bene, straparlare poco, razzolare per bene nel Palazzo per strapuntinare al meglio: e magari strappare un altro giro al tavolo di governo e da gioco perché sei l’unico che può stappare o stoppare ‘st’imbroglio. Tenere il punto, il proprio punto di vista? Meglio tenere la pochette e il posto, anche passando da una cosca di destra a una cosiddetta e così derelitta sinistra, meglio se facendosi passare da anti-Salvini designato dopo essere stato suo complice, scudo disumano e fido alleato… Che tipo, che lenza, ‘sto Primo Carneade gigante glidante e impomatato che adesso guai a stare senza. Non brutto ma buono — a tutto — un belloccio stagionato buono per tutte le occasioni le stagioni e i ribaltoni. Roba fragrante, croccante, nutriente, roba da coalizione dei campioni alla Rice Crispi. Conte una versione castigata e customizzata di Giolitti, incensurata di Andreotti, meglio vestita più forbita e pettinata di tanti acchiappapoltrona azzeccagarbugli e guitti democristianotti? Sì, possibile e purtroppo probabile. Ma grazie all’abbondante quanto scarsissima concorrenza tutta fanfaroni criptofasci e neofanfaniani, Giuseppi l’orbo fra cotanti cecati arroganti in orbace o in ambasce penali fa il figurone di chi c’ha due o più occhi buoni. Dalla merda nascono fiori, però se la situazione è (come è) di merda non è che ci possiamo aspettare fiori e frutti tanto migliori. Il tipo non è il tipo dell’Einaudi dell’Olivetti o del Mattei, più che padre della patria è un compare della cresima, ma ha il merito di non essere nessuno dei due Mattei: non è Renzi, non è Salvini, sembra un manichino in vetrina o un mannequin in pensione ma pare sempre meno un modello telecomandato o telecomandabile dai vari Beppi e CasaleGiggini… Genio no, manco uno stinco di santo né uno stacco di testa o di coscia, ma in mezzo a ‘sta mezzasegheria di circo Orfei tutto Orchi Onanisti e Babbei è quello che ti puoi guardare menarsela con meno angoscia. Insomma. Uno che pensa colla propria testa, che inizia ad avere un consenso personale oltre il multiverso molto controverso e grillista, che gl’italiani capiscono anche se parla una lingua tutta sua da avvocaticchio apulatinista. Piangiamocela finché vogliamo, ma dopo un po' piantiamola e diciamocelo — piuttosto che niente, meglio ‘sto poco più di nessuno, che almeno contro certi bulli e pupi e pupari cupi ha imparato a farsi furbo e a farsi un niente niente più tosto. Del resto. In tempo di guerra ogni buco è caverna: e in tempi di magra ti sembra Willy Brandt chiunque non sia Scalfarotto il duo brutto ma bono Boschi-Bellanova o Paola Taverna. Al punto (di non ritorno) che Zingaretti — con tutto quello che ha rappresentanza, che comporta e che ancora avanza a sinistra — il Conte Peppe lo ha appena creato Marchese Ex Grillo nonché punto di riferimento certo per i progressisti: nonché di ferimento, a un certo punto, per tutti quelli che con progressisti ancora si riferiscono a Berlinguer Olof Palme e Mandela, anziché a un oscuro Beccaria della Mutua e dei Lumi di candela…  

E insomma? Eh, in somma che fa il totale il quadro fa più acqua e quaresima che champagne e carnevale. Coll’approvazione di cui gode (circa il 40%, più di Mazinga a zero e degli ultimi 10 segretari del Pd messi assieme…) devi appoggiarlo anche se ti rode. Per tirare a campare te lo devi fare piacere, e quando in maggioranza si fa partire il tiro al piccione e al più peggiore devi pure fare da parafulmine e paciere. Certo se per vendicarti devi votare e votarti al Conte di Montecristo e di Montecitorio triste è triste la situazione — per non parlare della compagnia e della coalizione — non ci sono cazzi né lazzi amici e compagni progrestristi. Però tant’è, la pochezza in giro è talmente tanta che il troppo che stroppia o che si stoppa da sé mica c’è. In questa enorme nullità, anche a spararla grossa non si dice o benedice mai un’enormità. E quindi. Conte ultima speranza progressista, anti-sovranista, progressivamente unico soggetto e risorsa rimasta passabilmente anti-Salvinista? Incredibile, indigeribile, ma vero. Sarà che viene dall’università ma è meglio uno che ha molto studiato, è che è molto studiato, ma almeno ha imparato a fare il Presidente del Consiglio come al Cepu, di quello che potrebbe insegnare come fare il social-ministro dell’Interno alla Scuola Radio Elettra Lamborghini o alla Scelba School che non c’è più. Magari non lo è, però Conte almeno sembra un Presidente — del Consiglio anziché della Pro-Loco Anti-Negro sempre in giro ad abboffarsi di polenta osei e coniglio. E questo anche quella Peste di Capitano, lo sa. Non per niente, colla Nutella e le Sardine, Conte è l’unico che Salvini attacca tanto ma tanto non attacca. Ci puoi dare di matto, ma che Conte tiene botta è un dato di fatto. E allora — in mancanza di meglio, e di voglia di prendersele con un maglio — vai a spalmare e a sperare, anche se magari ‘sta speranza un può puzzare: di pesce, marcio o in barile, o di parlata furbetta e strascicata di chi ci si cresce si pasce e tanto si piasce… Insomma amici Papaluti, diteci improvvisamente ammattiti rassegnati o rammolliti moderati, ma questo vi passa il convento: un commento che passa sopra a tanti belletti doppiezze e difetti, ché altrimenti ci tocca quello tutto convinto col cuore di maria il fegato di Menabrea e il triplo mento. Non che l’alternativa sia un toccasana per il metabolismo intestinelettorale. Nutella e sardine, sapide passerelle comparsate e paraculate tutte esse sibilline, brillantina spalmata di brillanti arti retoriche foggiane — come dieta è un po’ pesante da digerire, ma forse (ma un forse forte…) ne varrà la pena e persino la lavanda cerebrogastrica.

Colpo di spugna al cervello e nello stomaco? Oh sì, e del resto o così o così. Sciacquiamoci cervella e budella da noi, scordiamoci che Salvini si sciacqui la bocca e dai coglioni da solo grazie al suo sciocchezzaio da sciocco immondezzaio: altrimenti stiamo freschi, e non solo perché siamo a gennaio. Volere o volare, magari volere anche un po’ morire, al momento l’ex Manichino Foggiano è l’alternativa più (in)credibile all’inchino — con incetta elettorale — al Capitano. Che è ancora bene in testa e in sella, anche se il Consenso Unico con cui si bulla un po’ traballa. Anche se, dalla sbronza da pieni poteri al Mojito del Papeete alla recente quanto un po' stronza e scadente imitazione del papa schiaffeggiante e incazzato, bisogna dire che media(tica)mente qualcosa è cambiato.  Ruba la scena, ma non la tiene e se la fotte più come prima. Smista mazzate, smazza cazzate, guadagna sempre paginate però perde colpi: persino i suoi migliori, quelli bassi fessi e crassi. Da uno che imbrocca ogni mossa cantata — che sia instagram o il solito sit-in da Vespa e da sit coma, che sia sciocco o proprio secco da shock — a uno che sbrocca e stecca di brutto pure le canzoncine cripto-pedofile su tik tok. Vanno un po' giù i sondaggi, certi sermoni tornano su come salmoni, ai telespettelettori sembrano andare un po’ meno giù i suoi rosari di social-magheggi Ego-gastronomici più sazi che saggi. Anche i suoi puttanata-tour permanenti e perniciosi nei paraggi reggiani riminesi e bolognesi sembrano un po' in stanca, ma mai in crisi. Ha smarronato sulle nocciole turche nella Nutella, ha perso lucidità tranne quella della pelle tipo sugna, ha lasciato che il pesciolino in piazza e nei pantaloni gli mostrasse d’averci non le noccioline ma i maroni: e che a Bologna si mangia la mortadella, ma mica si beva solo il cocktail tra il Losco e il Lambrusco suo e della Meloni se lo sogna.

Se si vede un po' di luce in fondo al tunnel anziché solo ‘sto duce della Bassa divora turtlen e turtel, il merito è anche di questi quasi (ex) ragazzi, dai. Con concetti confusi più che risolti e conclusi, certo, ma non sono mica loro i Confuci e Felici che ci devono indicare l’uscita dalla crisi. Già tanto che siano usciti dalle case e dai social vedendo questo che entrava in Casa Russia uscendo di testa dall’Europa e dal borsellino ex socialista di Putin. Da tutte le piazze d’Italia i più o meno ragazzi hanno risposto a tono (calmo, ragionato, inclusivo) al tuono più o meno sempre più sbracato, sboccato, insultante e abrasivo. Pure con un certo stile, un semplice pesciolino azzurro ha rimesso a posto il balenottero sempre più buzzurro e ostile. Contro il più inquartato e inquadrato, hanno saputo e capito di fare le cose (come le) serie, hanno intuito e anticipato i (dis)gusti disturbati dello spettatorelettore oramai spossato e quasi spostato. Dopo un anno e mezzo di LeGomorra a palla, ti viene voglia di Banalberto Angela e della sua camomilla, pur di non farti un’altra pera-visione di Don Matteo Salvinistano che si bulla. Sarà per il fosforo, ma le Sardine hanno avuto l’effetto di far ricordare tanto al paese: le buone maniere, le buone parole e l’antifascismo come Costituzione ed educazione, fra le altre cose. Di farci vedere come chi si dice vittima dell’odio ne è — se non il carnefice — il panciuto compiaciuto e plurivotato artefice. Il pesciolino c’ha fatto ri-capire e ricordare che ‘sto clima da guerriglietta per bande, da guapperia di like e di cartone in cui ci dev’essere una Bestia che le dà e un altro che le prende, ‘sto prendersi a pesc’-a-pesc’ in faccia e in feccia, in Italia, comincia impazza e puzza dal suo Capitan Capoccia. Mica poco, come risultato e come movimento o sommovimento polittico: le cose e il conto però cambiano sul piano squisitamente e poco deliziosamente politico.

Santori e altri (non tutti, in quanto non tutti di sinistra) hanno mostrato che, tranne nei cervelli dei suoi dirigenti, c’è vita e gioventù a sinistra; resta poi da vedere — come già coi girotondi, il popolo viola, in parte col VaffaDay di Grillo anche se mo' come popolo non è che vola — quanto ‘sta gioventù finirà bruciata o scottata dalla politica politicante o anche solo semplicemente praticata. Non per niente, né per colpe particolari, a parte manifestazioni e maxi-adesioni non hanno ottenuto niente. Per adesso l’unico risultato politico e polittico allamato dalla Sardina è stato il Candidato Callipo aka Tonno Subito in Calabria… Un candidato appena decente, in una regione che anche quando la vinci sai già che è perduta e/o perdente. Ma l’Italia non è Calabria — e per fortuna — ma per sfortuna non è manco solo Milano, Torino, Napoli Modena e Bologna. C’è la provincia, che ragiona (o sragiona) e vota (e certe volte stravota) di pancia. E Salvini in tourné sembra un po' bollito, sì, ma lasciando stare la sua figura politica di merda e personale maxilarda, la corsa la fa ancora da lepre: ancora in testa e non ancora in tegame o in salmì. C’ha i suoi acuti, e per raggiungerlo non basta ridere o rimproverare i suoi anacoluti. Se la canta ma ancora non gliele suonano, fra giropiazza e giropanza non tutti apprezzano ancora tutti i suoi giri e i suoi giga-mangiari, e magari fa da sé e disfa per tre però ancora non ha fatto Karaokiri. Anche perché la vita politica non è la vita pratica: bisogna essere in due per suicidarsi, se l’elettore non lo vuole e ancora ti vuole puoi ammazzarti ma non c’è verso d’ammazzarsi. E la gente Salvini lo vuole, se lo vuole votare, anche se magari non ce lo vuole dire. Ecco il punto, ecco i punti che sfuggono a sondaggisti e mica troppo saggi editorialisti. Questa Italia, quella media, non ci sta tutta nell’Italia dei media: tutta l’Italia vera e oscura non ci sta nei media h24, nemmanco nella Mediaset di Rete 4. C’è uno Stivale dei Suoi stivali, sempre ai piedi d’un Duce, eppoi ce n’è uno persino peggiore che sfugge pure ai più terra-terra e destra-destra fra a talk e giornali: quello che senza avere un amico ma sempre lì col Nemico Immaginario di votarlo ne ha bisogno, che di votarglisi c’ha proprio il sogno, che si bagna s’impenna e s’impegna per il Duce ma non te lo dice. Senza dubbio, e pure senza Del Debbio, è (anche, se non soprattutto) questo il paese reale: un paesone incazzato e impoverito, impaurito e viscerale in cui Salvini — con tutte le sue mancanze e arroganze — ha ancora un consenso-assenzio tacito e tossico, solido e stolido, leale almeno quanto irreale.

Eccola, la maggioranza silenziosa, sibilante, sibillinamente e sobillantemente malmostosa. Rabbia sorda che puoi dire cieca, indiscriminata e in certi casi estremi ed estremisti pure ingiustificata. Ma a cui non puoi certo dire incomprensibile, che alla urne e alla prima occasione vuole restare muta: non per niente sceglie Salvini perché le dia voce, e se ne fotte se gli altri gli danno del piccolo duce: e con ‘sti chiari di luna di fiele a Palazzo Chigi, è ovvio che per il Capitano lavorarsi la campagna elettorale da pieni poderi è più una delizia che una croce. Perché qui casca il governo-asino, che si sente dare del cornuto dall’opposizione volpina e Salvina in sella al popolo bue. Ma del resto, questa è la politica, e le cose sono sempre e solo due: o fai qualcosa di buono, o prima o poi l’avversario ti si da fa prono: e al momento qui la uno è nettamente sfavorita sulla due. Conte sta bene al governo, è nei fatti, ma a fatti il suo governo non sta bene al paese. Fatti due conti e la finanziaria, il Conte due non marcia, la tabella dice tanto fumo ma zero niente vapore e zero carbonella. Il motto sembra essere ricredersi, disobbedire, combattersi. Le tematiche che sembrano svolte, affrontate, risolte alla fine si rivelano solo rinviate, rigirate rimaneggiate e rivotate mille volte, ma alla fine dimenticate o rinnegate come scelte. Per molte ragioni — e due regioni — questo è un governo che perde mesi mentre perde senso&consenso siamesi mentre aspetta di perdere le prossime elezioni. Frattanto, si fa tanto tardi e tanto poco. Solo scazzi e strombazzi, perdita di tempo e di pezzi che è roba da pazzi: sempre più mattate, poche materie azzeccate, ovvio che la gente s’incazzi e il Salvini — poco o assai, capitano o sergente — incassi e ci sguazzi.

Questa maggioranza è già tutto un programma, figurarsi ora che — fatta e misfatta la finanziaria — bello o brutto non c’è manco un programma. E si vede. Le cose iniziate bene finiscono male o peggio, quelle solo promesse iniziano a finire di male in peggio e in cazzeggio prim’ancora di cominciare. Facciamo qualche esempio, di qualcosa finito in scempio fatto e finito. Sui sempre cancellandi Decreti Sicurezza di Salvini, per dire, l’unica sicurezza sono i decreti: in vigore, orrendi, vituperandi e osceni. E la ggrossa crisi che c’è su ogni grossa crisi aziendale?! Su Ilva invece bene metterci i soldi e la faccia, molto meno su Alitalia, ma che l’Italia ci rimetta i soldi e la faccia con Autostrade e relativa feccia… Non esiste cazzo, che non esista un cazzo di modo per punire un gestore malversatore assassino e ladro. Che dobbiamo aspettare, che come in Liguria tutta la rete autostradale vada tutta a male o in mare? Se davvero non si può colpire chi fa i miliardi facendo la cresta e i morti, allora non ritiriamo la concessione statale ai Benetton: ma facciamone una per ‘Ndrangheta Spectre e cartello di Culiacan. Legalizziamo tutto,facciamo che tutto è lecito finché e purché ci sia profitto: visto che non si deve criminalizzare né si può sanzionare o illegalizzare niente. La revoca per Società Ladrostrade per l’Italia (ma contro gl’italiani: che infatti approverebbero su due piedi e in undici su dieci il provvedimento) è lì che aspetta sulla scrivania dal Conte I, sepolta come i morti del Morandi da un polverone di promesse chiare e compromessi oscuri. Non si sa il perché slitti, perché la fermezza a parole nei fatti tenga bene come l’ennesima galleria che balla o crolla, o meglio: non si vuole sapere, per non dover parlare di convenienze e pressioni, connivenze o ricatti. Non male per un governo a trazione e ad attrazione populista, glissare lisciare o pisciare una decisione giusta che oltretutto delizierebbe il popolo automobilista, che a forza di casini cesine e caselli s’è fatto da sé auto-populista. E non parliamo dell’altra anima (de li mortacci…) che ‘a Maggica Coalizzione Ggiallorossa ha in sé, quella progressista. Visto lo stato di fatiscenza da fantascienza di scuole università e ospedali, una sinistra degna del nome farebbe di tutto per trovare i soldi — magari facendo davvero pagare lo Stato Sociale ai cittadini che allo stato sono evasori e approfittatori — pur di non far crepare di tosse da 4 in barella pazienti allievi e (fin troppo pazienti) professori. E invece? Quando Fioramonti — un Fieramosca cocchiera improbabile e paracula, ok —  si dimette dalla Pubblica Distruzione senza fondo né fondi, anziché cogliere l’opportunità di mettere la scuola pubblica al centro in un sussulto di dignità, il Pd che fa? Mette in mezzo la scuola politica del centro  — di scambio d’opportunismo e d’assalto, d’insulto e riassunto d’indegnità: di un posto ne facciamo due senza manco un plissé o un rimpasto, soldi no ma culi caldi sì, uno a te uno a me et voilà. Alla scuola serve tutto, banchi lavagne e soprattutto attenzione, ma continua solo e sempre a servire per l’aria fritta e le poltrone. E fosse solo la scuola. Ogni cosa è una lite, ogni lite è soltanto per portare poltrone sofa&potere a casa. Nessun argomento, principio, lo spartito di ‘sto governo è soltanto la spartitocrazia scannocratica da principio terminale di logoramento.

E non solo sulle cose da fare, questo sarebbe niente: questi hanno inventato pure lo scazzo retrospettivo, come forma d’annientamento/arretramento intelligente. Non ci fosse abbastanza da litigare sul futuro e sul facituro, qui si fa e qui si disfa anche su quello già fatto o appena sottoscritto. Procedura standard, professionale tortura da gabinetto: ma nel senso dell’Ideal Standard. Dopo tanta fuffa e fatica bene o male un accordo si stabilisce? Un attimo dopo si esce dalla riunione e lo si demolisce. E di questa miseria di calcolo politico, di ‘sto nulla mischiato con niente, il minimo non comune dominatore è Forza Italia Viva: il pa(r)tito del Genio del Rinascimento Fanfaniano, di Renzi e del suo (o)nanismo gigante. In consiglio dei ministri votiamo tutto, del potere vogliamo tutto anche se restiamo maggioranza ma di nicchia, e oltretutto alla fine non ci sta mai bene la metà di una minchia. Pregiudicati e spregiudicatezza — Renzi, o della grande bassezza. Ce n’era un altro così, che si credeva nato a Natale e cresciuto a Nazareth: che si sentiva padreterno e figlio di dio, eppoi è morto ad Hammamet. Vai Matteino Renxi, che la via da Palazzo Chigi alla Tunisia — che incrocia ex piddini e Berlusconiani ora Matteini, affaristi e sovranisti chez Verdini, piduisti per sempre ora felicemente riuniti nella sacrale famiglia DeniSalvini — avanti così è tutta tua. Oltretutto lì, diversamente da Firenze, le ville da farti pagare da qualche banda di muto soccorso costano poco — anche le più ganze.

E insomma, avanti — anzi: Avanti! — così. Guerre e guerriciole da cronache marziane, minchione, turbo-renziane e tardo-craxiane. Beghe fra beghine, brighe fra briganti, politiche da politicanti. Reddito di cittadinanza, prescrizione o proscrizione dell’anti-prescrizione, Quota Cento o guai a chi tocca i Benetton sennò la borsa gli quota contro, lotta vera o finta all’evasione… Pur di discutere del nulla va bene tutto. Tanto il paese è sano, è robusto, è virtuoso; può aspettare, non ha emergenze o urgenza, magari giusto alzare un po’ lo stipendio dei prefetti: varare il Reddito di Connivenza, così possono vendersi per mazzette più dignitose delle 700 euro che s’è intascato quello di Cosenza… Ma — come dicono i groupie parlamentari o giornalistici alla Travaglio — con ‘sto travaglio senza parto di governo bisogna avere pazienza. Il Conte II è nato così, a scopo ritardato: non far vincere Salvini, proprio per farlo trionfare. Loro nel pallone e nel Palazzo, quello a farsi bullo colle parolone come un pazzo.

Già così il Conte II sembra il comitato elettorale ufficioso del Salvini I, se poi di espulsione in esplosione le guerre 5stellari finiscono in faida aperta — come una cosca in fermento, non come il famosa apri-scatoletta di tonno del parlamento — al posto di ufficioso metteteci ufficiale; e al posto di Conte metteteci già Salvini, che da Chigi prenota e pilota qualche Putinette per il Quirinale. Magari coll’aiuto di Dibba e aggregati affini nonché disgregati grillini, che mentre va e viene dall’Iran lavora (inde)fesso alla nuova (mal)Destra Nazionale. Tutto smotta, e li ce ne fosse uno che smetta. Va bene che il Movimento è nato biodegradabile, ma non si è mai visto un partito andare in merda tanto velocemente: non ci sono proprio paragoni, né Paragone. Loro lo espellono, lui si dice espulso dal nulla, Di Battista lo difende dicendo che è più grillino di tanti grillini: e che tutti e due (assieme ai parlmentari che si porteranno appresso) sono tanto più salvinisti di Salvini. E mentre questi spalancano porte e portatori d’acqua alla Lega dei Meloni, Giggino e Zinga mica fanno melina: fanno vertice, eh, brainstorming: peccato sia un vortice di cazzate. Intempestive più che in tempesta. Opere pubbliche, vera politica industriale, più lavoro e giustizia sociale? Macché, roba vecchia, loro la convergenza la trovano sulla legge elettorale. Proporzionale, con sbarramento, e soprattutto proporzionata al cittadino-elettore e al suo arrapamento — cioè più o meno quanto una foto della nonna in tanga brasileiro: grande Giggino, magico Mazinga a zero.

Come si vede magari Conte sta a galla e pure a gallo, in ‘sto pollaio: ma, dove non lo si vede, c’è chi lavora per spennarlo e spedirlo anche prima di febbraio. Per capire quanto dura in quest’agone — e in quest’agonia — arriva a fagiolo (a cetriolo?) l’apposita elezione. Locale, ovviamente. Tutto logico lecito e giusto, nel paese in cui si vota alle regionali per le politiche, e per le politiche regionali poi ci si vota alle elezioni nazionali. E quindi. Conte non va a casa a caso, ma casa per casa tra Reggio Emilia e Reggio Calabria. Campa o muore in base ai campanelli e ai campanili, a come si girano i quartieri e gli elettori: se in Emilia la bonacciona amministrazione di Bonaccini — il Lex Luthor mixato con Mastro Lindo cogli occhiali di Derrick che corre per il Pd ma guai se lo soccorre uno del Pd — ce la fa a battere la Raggi di Salvini, l’Italo Bambola sgonfiabile a nome Borgonzoni; o se in Calabria Callipo il re del tonno — dopo il doppio ritiro di Occhiuto e Oliverio che getta nel panico l’economia del voto di scambio — batte la reginetta di Previtezza Iole Santelli e vince gratis le elezioni. Sono e siamo appesi a ‘sta sbobba, al voticino locale che sposta e non si snobba, persino al pensierino politico di Dibba. E’ così, anche se tutti non smettono di (s)mentire. Si va avanti tre anni, tutta la legislatura, decidiamo assieme il nuovo presidente della Repubblica anche se alla riunioni pure decidere l’acqua liscia o frizzante è ‘na cazzo di fatica. Balle da ballo e da sballo del potere per il potere. La verità è che lo sgarrupatissimo governo della sgarrupatissima Italia è appesa a due regioni — ma poi nemmeno, lo sappiamo. A un sola: quella più grande, ricca, popolosa; quella non meno mafiosa ma più civile, operosa, apparentemente meno lebbrosa e luparosa, infetta e letale… Parmigiano reggiano o mortigiano del reggino: è difficile ma indovinate voi quale! Nell’attesa di capire di che mano, di che morte, di che mano morta che te la mette al culo morire, si continuerà a fare finta di niente, a fare finta di non fare finta di niente.  Al di là delle dichiarazioni di circostanza e d’intortanza, infatti, pare che Conte abbia programmato per dopo le elezioni il primo vertice di governo: non si sa se di maggioranza, già di minoranza, oppure se di unicanza, con solo lui al tavolo e appena appena giù di morale e d’importanza. Dopo il 26 il Conte bis affollato come un bus potrebbe finire scaricato, come un vecchio telefono, proprio adesso che lui — in perfetto contese, cioè ciceroniano pugliese — alla carica aveva detto di tenerci in quanto non Novello Cincinnato. Che amarezza, che spreco di cultura di pochette e di pettinatura. Certo oltre all’ingiustizia ci sarebbe pure del razzismo intraterritoriale: un comico pugliese diventa genio politico perché fa 8 milioni e mezzo in un giorno con Tolo Tolo, un altro ne fa 30 con una finanziaria da cinema stragicomico e se la Puglia nel culo: tutti a voltargli e a votargli alle spalle, a rimanerlo solo solo. Checco non è Gassman — e ci mancherebbe — come Conte non è Churchill, ma manco il più ciuccio e ciucco degli Yesmen ebbri di poltrone: però di sicuro il mondo è ingiusto dalla A alla Zalone. Peccato, che sfortunona, proprio adesso che da ex Cincinnato e mitile ex ignoto aveva imparato che come attaccarsi a cozza — ma non a cazzo — alla poltrona.      

E mentre cerchiamo di capire se  fra capodanno e collo ci capita o ci Capitana ‘na nuova crisi, arriva Mattarella sempre col solito discorso di fine danno in solido: che ci trova impoveriti impauriti e impigriti, annoiati abboffati e arresi sui divani — sì — ma pure un po' sollevati e più distesi sul domani. E perché? Perchè come quasi tutti i presidenti della Repubblica è un vecchio simpatico come la sabbia nelle mutande — in partenza — che quasi sempre finisce riverito come il nonno con tanto di foto nella credenza. Facciamo i brutti e cattivi, gli gnorri social-patici e gli gnoranti fin troppo attivi, gli sgarbati scaltriti esperti e mica sbarbati: ma poi, sondaggi di gradimento alla mano e alle stelle, gli siamo grati di cuore e rincuorati dal nostro rancore. Ci va male tutto, non ci sta bene niente, ci va tutto peggio ma non il Presidente. E perché? Perché ci perdona, anche se non si rassegna a chi evade elude ecomafieggia ma si condona. Perché ci vuole ancora vedere come il buon popolo del bel paese, perché (non solo per dovere) non se la deve sentire di mandarci ancora e per sempre a quel paese. Cioè a questo, al nostro, a senso civico zero, a senso unico di morale doppia pronta all’uso e prona all’abuso e a tutto — all’Italia che abbiamo costruito, cioè distrutto. Perché da bravo nonno ci tratta ancora da buoni padri di famiglia, anziché da quelli che siamo: padri buoni solo a comprare macchinoni e guidici e avvocatoni per i nostri figli che si fanno le gimcanne in centro o sui vialoni, che pedoni o piedoni alla guida passano col rosso dopo essere passati dal bianco alla bianca per ammazzare o farsi ammazzare sulle strisce di coca davanti alla pippoteca. Ma una sola istituzione, anche se distinta e in funzione, non può farcela quando dappertutto è indistinta disfunzione.
Unico rimasto, Mattarella fa il suo mestiere: di vedere o voler vedere soprattutto quelli che fanno il proprio lavoro con amore, anziché quelli che lavorano d’odio di gomito di tastiera e da gemito per fare una professione del proprio livore. Ma hai voglia a non guardare l’horror-hater show di quelli che scendono o tirano in pista, il paese questo resta. Quello di Imola, a proposito di pista: in terra bruciata, un cortocircuito da formula fumo. Dove si ammazza col Suv un marocchino perché non si sa, forse perché guai a chi mi tocca il bambino: pena di morte, legittima offesa, soprattutto perché gli ha anche toccato il telefonino. L’Italia oramai è questa, un paese in cui trionfa l’omicidio assistito: da una folla complice, plaudente, correa plurignorante e compiacente. Un posto in cui, da Vibo a Frosinone, da Bressanone a Cosenza, fanno schifo i down e Gratteri e gli autistici ma non la mafia, l’ignoranza, il pregiudizio e la violenza. Un paese che dei propri eroi — da Pippo Fava a Mattarella fratello, solo per restare a quelli che ci dimentichiamo fingendo di commemorarli in questo periodo — s’è perso il ricordo, a parte il periodico coccodrillo tv-radio che sa di pastina d’uomo in brodo.

Insomma, visti come siamo messi, pure nell’anno così nuovo che sembra di seconda mano (lesta) non aspettiamoci ‘sti progressi. Nel paese dell’incontrario dell’incoerente e del contrariante, del contraddirsi senza essere contraddetto né — ‘nzamaddio! — contrariato da un contraddittorio decente, è più che logico trovarsi a sperare anziché a sparare su uno accerchiato da chi lo ha scoperto (M5S) e attaccato da chi lui ha coperto in modi variamente inconsueti o inconsulti (Salvini), mentre se lo coccola candidamente e se lo candida coccolosamente chi (il Pd) per mesi ha fatto duro vanto dell’avergli fatto un morbido manto merdoso d’insulti. Sempre a rigor d’illogica le ultime notizie che arrivano da DiMaio e Zingaretti, i Gigì e Cocò di questa mezza stagione di mezza politica: Di Maio, prima che lo dimettano, fa finta per davvero di volersi dimettere; lo Zinga — sotto acido proprio sotto elezioni — dice che il Pd è il partito da votare e da scegliere, così poi lui lo può sciogliere. In Cina il 2020 sarà l’anno del topo, nell’Italia sorcina quella dei topos che abbondano e non abbandonano ‘sta nave. Pressappochismo, opportunismo e improntitudine, improvvisazione al limite dell’ebetudine. Qui al Papaluto sul nuovo anno si minchiona: però il paese è talmente fottuto che Conte (Conte: non De Gasperi, non De Mita e se è per questo neppure Remo Gaspari…) deve fare da argine e da bastione: altrimenti Salvini c’ha margine e già in mano il bastone. Triste alternativa senz’alternative; una scelta deprimente e neppure dirimente; ché quel che è peggio, è che un malinconico appoggio a ‘st’accrocco potrebbe non bastare a evitare il peggio del peggio. Cascasse il mondo (e, se l’amico Trump continua a sentirsi come un socio nel formaggio colle estrazioni/esecuzioni del missilotto a cazzo, c’è il caso e pure il cacio…) fra qualche mese al governo avremo o una coalizione fascia e sovranista che l’Italia la sfascia, o un esecutivo Contista e/o Continuista che magari se l’accolla, ma l’Italia alla fine non l’incolla né l’aggiusta. E quindi. O un anno bellissimo bis, Bellissibissimo, specie per l’azzimatissimo a cui va benissimo: oppure un lungo (e largo…) puttano evo Salviniano, aperto alla grande da un Salvini-anno Uno. Come si vede, più che l’imbarazzo della scelta, da noi su come va a finire (male) c’è la scelta dell’imbarazzo: e siccome noi non lo sappiamo, come finirà, ve lo diciamo. Vi leggiamo le mani e il domani, i segni e i sogni, le carte in sorte e le cacate certe. Del resto, è il periodo. Come si dice? Chi oroscopa a inizio anno poi non oroscopa più per tutto l’anno, così adesso ci togliamo lo sfizio il dente e pure ‘sto vizio fetente. Ma adesso ci sfrizzola la nervatura, ci scorreggia il cervello, allora vai di previsione del meteo(rismo) che puzza e impazza da paura. Colla sola interpretazione del domani possiamo ungervi la camicia e la cravatta, oltre a dirvi cosa vediamo nella nostra sfera di caciocavallo. E siccome deve restarvi impressa come cosa, ‘sta Straoronzata non ve la diciamo in prosa, ma in poesia-profezia alquanto fessa e Nostradamosa:

Carnevale colla maschera di Balanzone, Quaresima colla mascherata della Borgonzoni presidente in Emilia Romagna;
In Calabria to(n)ni trionfali per la vittoria di Callipo e di Pirro, che illude per poco e per gioco pure i più illusi e cretini;
Voto anticipato e Conte ricandidato — premier Pd: con lui contento che infatti mica si lagna, e il partito tutto convinto di fingere che ci si guadagna;
Illieto fine: Dibba e Paragone, Renzi e Giggino, miracolati ministri e alleati nel primo sperimentale governo Meloni-Mengele-Salvini.

Per noi, forse, andrà così la cosa: quindi tanti auguri di buon anno Bellibissimo, sperandoci su e non sputandoci sopra, sapendo che una inutile è meglio di una cosa inutile e dannosa. Segnatevi il pronostico ché chi sbaglia paga. Se sbagliamo ci tocca cambiare spacciatore e pagare da bere noi; ma se non ci sbagliamo su come andrà a votare — di corsa e di cacca — a spacciarci tutti e a spacciarsi da sé sarà il cittadino-pusher-elettore, e a pagare da bare invece pure saremo lui voi e sempre noi. Puntuale come un epitaffio, giusto e tombale come un condono: ma questo è, e per adesso da codesto Papaluto vi saluto e sono. Good Night, Good Nightmare, Good Luck and Happy New Fear.   



giovedì 31 ottobre 2019

LE CRONICHE DI NARNIA


No che non era un bullo bollito che ad agosto s’è giocato il governo dopo il terzo mojito. Il Salvini uscito dalla porta del Papeete sfottutissimo, infatti rientra dalla finestra elettorale in Umbria smargiasso e fortissimo. Tutto previsto e prevedibile, tranne dai geni civili e religiosi delle previsioni delle omelie-strategie e degli sfottò-titoloni. Prime firme come ultimi scemi, ora la situazione è lampante — non meno che laida e imbarazzante. Salvini è di nuovo in sella, facendo un governo col giallo e col rosso si è riusciti miracolosamente a ottenere solo grigio a più non posso, ma in compenso non passa giorno (che infatti non passa…) senza qualche scazzo matto e Matteo (è un accordo sbagliato: non per niente sono io che l’ho voluto e c’ho guadagnato…) persino Renzi sembra sempre più in gioco e in palla. Per Zinga Conte e Giggino — gli alleati in campagna in foto e in fondo più forzati, svogliati, sbadati — una fine leggermente più cruenta e indecorosa di Al Baghdadi. Ma non poteva andare diversamente. Quando inizi dalla fine, è già l’inizio della fine. Voi lettori di Papaluti fra i più accaniti ma stranamente non ancora ricoverati, sapete come la pensiamo qua: Pd e Movimento dovevano parlarsi da mo’, da almeno due anni in qua. Ma un governo — possibilmente non di potere, né col dovere di non poter perderlo… — doveva essere alla fine della strada, non al principio: altrimenti ci si ritrova come adesso: in mezzo a una strada, con molte poltrone ma manco un principio, con troppi capetti e codazzi ma senza idee capo né coda: epperforza che poi sono cazzi. Se scambi la A colla Z, il legittimo potere parlamentare con il consenso popolare, è fatale e fattuale che te la prendi in culo dalla A di Abruzzo alla Z di Umbria. E’ un errore di logica, pure di bassa ortografia, senza scomodare o scazzare l’alta politologia. Come abbiamo scritto noi — e avrebbe prescritto qualunque dottore della muta di elettori da non trattare come parchi o porci buoi — una lista d’obiettivi e non di nomi doveva essere il punto d’ogni possibile partenza, se non proprio d’una passabile alleanza. Parlarsi prima, accordarsi, anziché parlarsi solo adesso e solo per (s)parlarsi addosso. Per mille motivi (non tutti buoni, non tutti cattivi) si è cominciato dalla fine, si è cominciato senza fini e precisi confini, e adesso il punto — anzi i punti, percentuali e di distacco, che sono venti — è questo: avanti così, o si stacca la spina a Conte al più presto o si stacca il biglietto a un Salvini al 50%.

Certo farlo non è come dirlo, e adesso ‘sto governo è fin troppo facile disfarlo sfancularlo e maledirlo. Persino per noi, anti-papisti che pure scriviamo papale papale coi nostri Papaluti, ma che  mica scriviamo tanto per parlare come tanti e cotanti rincoglioniti. Gli sboroni gli sberti e i faciloni del giorno dopo, col senno del poi dopo un sonno più lungo che mai, li lasciamo parlare e russare. Però, siccome non ambiamo a far sì che Salvini fra Palazzo Chigi e Quirinale possa addirittura ambire ad ambare, qualcosa bisogna fare. Possibilmente di costruttivo, di meno facile del notare e del battutare sul fatto che — tanto per dire — anche senza fare la legge il taglio dei parlamentari M5S lo faranno gli elettori quando si andrà a votare; qualcosa che non somigli a una tafazzata sfasciatutto e fascistizza-tutti che magari fra Salvini e Giggini favorisca un ricongiungimento (fin troppo) familiare. Staccare la spina al governo è una spina: che bisogna affrontare, sfruttare, per l’appunto governare: magari tirandone fuori una rosa di roba buona, anche solo decente, che non salva il mondo ma funziona. Dell’Umbria non bisogna minimizzare il risultato — dall’Umbria si può massimizzare qualche risultato. Non bisogna perdere del tutto la ragione né aspettare di perdere tutte le regioni. Ragionare, spaziare, spezzare il cerchio politichese guardando al paese: senza rilanciare o nicchiare e minchionare promettendo l’impossibile, senza rimpicciolire e regionalizzare in modo sciocco paraculo e palese. Poche balle e balletti, c’è in ballo l’Italia tremens. Tutta, quel che ne resta, quella del tutto marcia (su Roma: da Terni via Narni) e quella che (ancora, a destra) non si butta. Come direbbe Lenin: Che Fare? Come risponderebbe a tono Adrianone Pappalardo, Ricominciamo. A girare, a parlare, a fare politica riprendendo a girare ma senza riprendersi in giro. Altrimenti rifinisce che stravincono e straconvincono Capitan Salvini e la sua versione lady-boia chi molla transgender, la camerata con svista Giorgia Meloni.   

Noi non volevamo che l’accordo Pd-5 Stelle fosse fatto così, in un niente: ma adesso non crediamo debba essere disfatto così, come niente. E’ un casino, forse è tardi, il dentifricio non può essere messo nel tubetto — ma st’accordificio che non vale un tubo può essere ancora corretto. Ma devono cambiare prospettive, propositi, aspettative. Ad esempio quella secondo cui basta indurire — le posizioni, l’udito, l’uso di menate da politichese a menadito — per durare. Basta figliare e sfogliare proposte vaghe, magari benintenzionate ma malpensate, improvvisate idiote e utili al paese come il sale o il vagisil sulle piaghe. Levarsi dal capo — anche di governo — che si possa andare avanti tre anni così: che si possa salvare la democrazia a dispetto degli elettori, che ci si possa ergere a difensori della democrazia facendo la figura e/o la parte gli anti-democratici ottusi ed elitari. Scendere dal piedistallo per farsela a piedi — l’unica per uscire (interi, in piedi, persino fieri) dallo stallo. Basta Bostik da mettere sulla poltrona, meglio mettere in cantiere eppoi in carniere qualche cosa che magari da sola non basta, non ti e non ci salva, ma funziona. Tipo mettere da parte volponi e vogliosi papponi che vogliono tirare a campare, ad accampare scuse e a rimpastare maggioranze fantasiose neo-fanfaniane o fantaschifose. Immigrazione, lavoro, sanità pubblica e mentale, giustizia penale e sociale… Darsi un tempo limitato, portare a casa qualche provvedimento progressista e non solo pro-populista con un senso e magari un consenso, darsi uno slancio senza passare dall’ennesimo accordicchio stentato e limato: eppoi però portare il paese al voto. Basta bizze, scazzi mazzi e bische sulla pelle e le palle degl’italiani. Andare alle elezioni, non temerle ma prepararle — andare a cercare i voti non comprati o cammellati, ma preparati. Chiudere coi giochetti, aprire al paese, giocarsela senza paure senza giocare sulla paura le bugie e i dispetti; basta lotte interne senza senso né quartiere: ma lottare con un senso là fuori, nei quartieri abbandonati e salvinizzati dove se non t’ammazza lo stipendio da fame t’accoppa il primo spacciatore. Fare all-in, senza aspettarsi o aspettare che il Merda in oro esca dall’argent de pochette in tasca al Conte di turno, che senza sudare e pur di durare ti attua indifferentemente il programma di Trump di Putin o di Stalin. Darsi una direzione — politica, persino etica — anziché a disperate e disparate direzioni politiche eroicomiche che si danno a un uomo per tutte le stagioni e le più reiette reincarnazioni. Difficile dite? Siete ottimisti: noi diciamo impossibile. Però almeno sensato, come minimo salutare e utile, se non addirittura nobile. E soprattutto: inevitabile. Mettere il paese avanti, prendersi le proprie responsabilità, per poter mettere il paese davanti alle proprie responsabilità. Fare all’Italia una proposta politica chiara, limitata non intellettualmente ma temporalmente, intellettualmente (e non temporaneamente…) onesta: eppoi, se vuole l’Italia si riprenda in carico in carica eppoi in culo la falsa soluzione sovranista. Lavorare perché nell’accordo Pd-5S prevalgano i pregi sui difetti, anziché lavorarsi a vicenda e ai fianchi fra sfregi e dispetti. Riconoscere i propri errori, anziché disconoscere agli avversari i meriti di discorsi politici — sì orrendi, sì da falsari e da cazzari tremendi — ma almeno comprensibili, coerenti, chiari. Meglio provare a vincere eppoi perdere, che nemmeno provarci — provando oltretutto a illudere o illudersi — e comunque perdersi. O in questo modo, oppure avanti tutta e con tutta la saga fotografica da turbe psicopolitopatologiche incurabili e ininculabili tipo Croniche di Narnia. Un fotto-romanzo fantasy, da gente che non c’entra e non centra la realtà, che là fuori tra la gente è peggio di qualunque reality. Ma è con questa che bisogna fare i conti, perché questo è il mestiere della politica — non fare e disfare i Conte pur di dividersi scanni poltrone e strapunti. Insomma. Misurarsi coll’ex bel paese reale — infelice ma contento se in contanti, oramai più brutto che bello — anziché stare lì a misurarsi i sondaggi e l’uccello. Noi la vediamo così — o in questo modo, oppure tanto vale sin da ora prepararsi a vedere Salvini primo ministro che si elegge Savoini Presidente della Repubblica Putinitaliana nella sua nuova sede dell’Hotel Metropole: che dite facciamo che ce la facciamo, o facciamo che ci vediamo lì? In ogni caso, buona notte e buona fortuna.