domenica 18 agosto 2019

CAPOCCIA-LINEA


La tragedia d’un paese rabbioso e idrofobico più che arrabbiato, ilatrotragico più che ridicolo, sempre in mano e ai piedi dell’ultimissimo modello di grand’omuncolo. Da Berlusconi a Renzi a Salvini appoggiato dai grillini — senza arrivare e contare il capoccione-stipite Mussolini — la nostra storia è sempre quella: fai merenda con — eppoi mai ammenda per — aver creduto e/o ceduto a chi parla a manovella e al primo che gli dice pirla lo manganella. 
In Italia la donna è mobile è — per la madonna — la crisi è retrattile; da noi — che come animale e pirito-guida c’abbiamo il retto gassoso e il rettile… — non si rispettano le promesse, figuriamoci le premesse elettorali: tutto questo per dire che mentre scriviamo alla fatidica data del 20 agosto manca ancora un pezzo, quindi non di capisce come finirà lo sfiduciamento con incartamento più pazzo. Rimpasto, elezioni, governo per salvare le istituzioni ma più che altro il posto: poco cambia, per le nostre riflessioni: la situazione è talmente buona e profumata che comunque vada, sarà sul cesso. E allora avanti, se non le conclusioni almeno tiriamo l’acqua.

Dal patto di ferro, per il Governo del Tradimento, si è passati a ‘sto piatto di Ferragosto che piange indigesto fra l’anguria lo spaghettino e l’insalata di farro. Anche se c’è gggrossa crisi pure per riuscire a farne una di governo che di recente non ne ha imbroccata mezza, pare che ci siamo. Non si sa quando né come o perché ma si scende, siamo al Capoccia-linea. Salvini stacca la spina, anche se sorprende che a farlo sia proprio uno che deve tutto alla propaganda a tutta e a rutta birra… A parte questa schiumosa perplessità, dal suo punto di vista la mossa calcolata da mesi (ma mascherata da schiumante e improvvisata impetuosità…) ci sta; innanzitutto perché due braccia rubate all’agricoltura come le sue non possono stare lontane dalla campagna — elettorale — eppoi perché finita la luna di fiele avrebbe dovuto misurarsi colla realtà. Meglio far scattare la crisi, mettersi in salvo e stare in guardia, che stare al governo e farsi schiattare da una finanziaria tutta tagli anti-clausole di salvaguardia. 24 miliardi di buoni motivi, per questa scelta che può sembrare ingiustificata o impulsiva giusto a Toninelli, Dimaisti/Dibattisti/Beppigrillisti terminali e simili buoni a nulla fra i più emotivi. Salvini non aveva scelta, l’aria sta già cambiando, arriva il momento che le balle a mille stanno a zero e lui sapendolo aveva già la sciolta: ma meglio fabbricarne di nuove, che governare — però davvero — quando la fifa da fuffa morta è molta. O vai sempre su, o vai giù per sempre. O capitalizzare o capitombolare, col consenso — giustificato o gonfiato, con o senza senso — funziona così. Se vuoi restare in plancia di comando del paese, la pancia del paese deve restare al comando. Parli bene e forte e facile, populista, ma quando inizi a non mantenere per il tuo poppolo sei il primo della lista. Da abbattere, abbandonare, mazzolare: e allora l’unica è scappare, sfasciare, spacciare nuove balle di zecca (rossa…) e ricominciare. Certo, poi bisogna saperlo fare. Tutto è azzeccare il momento, non sbagliare una mossa o una megarissa, tenersi in movimento perché è un attimo che da status di eroe con statua passi a cacca di piccione sul predetto monumento. E l’uomo forte di turno — nonché di panza e di chiacchiera — lo sa.

Come sa che questa estate è la sua, ma senza crisi e voto o governissimo/governicchio da cui avere una rendita di (op)posizione potrebbe essere già la sua ultima estate. Fra ballare e sballare (in) una sola stagione passano tanti piccoli dettagli, che non possono passare inosservati. Si apre una crepa, uno non se ne accorge e da che spaccava è un attimo che crepa. Allora rivediamoli un attimo al Var, ‘sti mesi di fuoco al barcone passati poco al Viminale e parecchio al bar, eppoi andati miseramente e miserabilmente a sbattere e a sbattersi davanti al Tar.

Ogni giorno una sparata, molti sorrisi, qualche cazzata poca sostanza e selfie a tutto spiano — ecco che cosa è stata la stagione più hot e più spot della Panza del Capitano. Rabbia e paura vendute sdraio a sdraio, battutacce di caccia al negro alla zingaraccia e al consenso, a voi l’Italia a Noi del  manuale di selfie-help con cui il ministro dell’Interno In Tour Eterno aiuta il paese a ribollire come un odioso e odiante merdaio… Un beach tour da vucumprà vendi balle ultrà talmente molesto scazzofonico e disperante da far sembrare quasi musica quello di Jovanotti, per dire. Da Salvini tanto fango, fumo e poco arrosto: a parte quello di trippe delle truppe cammellate e cocktail-uncinate che lo acclamano da Milano Marittima a Soverato, da Giugno ad Agosto. Ma non è tutto loro — di Salvini e della sua Bestia acchiappa zeloti e grugniti, belati e bagnanti — quello che luccica. Ci sono stati osanna e ovazioni ma (fra alcoliche invocazioni alla madonna per coprire puttanate della medesima) pure orchiti grattacapetti e colossali pestamenti di merdoni. Mentre giocava a Rambo e a racchettoni, ad esempio, la zecca Carola Rackete odiata e denunciata da Sua Eccedenza in mojiti e rotoloni, nel mondo diventava ‘na specie di eroina da overdose di smascheramento e smerdamento del suo sbarramento sui barconi; oppure — tanto per dire — si scopriva che non le Ong straniere, ma la polizia di stato italiana era il vero taxi del mare: per scarrozzare in moto d’acqua il suo trota d’acqua salata dove gli pare; o ancora: mentre il ministro dell’Interno formato export e scuse ex post via post passava il ridicolo e il Rublicone cercando di far passare per leggende Hotel Metropol(itane) le accuse su Savoini, certi simpatici piccoli boss-scout di mafia passavano per le vie di Vittoria e alla faccia della Sicurezza coi Suv a falciare bambini. Potremmo andare avanti, con questo indietro tutta, ma ci siamo capiti.    

Inezie infamie e minuzie, per carità. Moto d’acqua porta-figlio evidentemente non porta moto di sdegno, e certi colpi giornalistici più o meno a fuoco o a segno non si sono poi rivelati brucianti colpi all’immagine cui pagare pegno. Cose poco commendevoli poco commestibili e poco chiare, ma anche poco care. Che non sono costate nei sondaggi, ché non possono né intaccare né infangare l’eterna effigie del Nostro Nuovo Dux a ore, ma che — almeno da parte sua, tralasciando analisti e anal-editorialisti che badano solo che il loro culo non si faccia la bua — ignorare sarebbe da somari più che da saggi. Un po’ come sentirsi intoccabili, unici, senza precedenti e paragoni. Quand’invece il precedente c’è, col paragone che calza e incalza. Vince le elezioni, perde i governi, rivince le elezioni ritenendo che gl’italiani non ne abbiano mai abbastanza della sua simpatica condotta senza ritegno senza risultati e non senza abiezioni: chi vi ricorda? Estate 2009-Estate 2019, dal Papi al Papeete: il Salvini di ieri si chiama Berlusconi. Colle olgettine e il bunga bunga al posto delle cubiste del sovranismo al cubo al quarto Moscopoli Mule in tanga, ma siamo lì. L’apice del potere, ma con un pedice nella fossa, pronto a cadere nel dimenticacatoio e nella vasta e infetta appendice degli ex del potere. Non appena ti credi al climax, ti gettano via come un Kleenex: ti cancellano dalla faccia di culo della Terra che ti girava intorno come (un) niente, con uno Scottex. Avevi fatto credere tutto a tutti, avevi promesso mari e monti, e ti ritrovi compromesso e rimpiazzato da un Mario Monti.

Il rischio è dietro l’angolo, annidato negli umori del popolo che da dolci ci mettono un attimo a farsi amari, acquattato dietro un colpo di testa-coda dei sondaggi come in uno scazzo d’odio/ex amore improvviso che pare un embolo. Ma il dottor Stranumore Salvini lo sa, che la gente stramba e cambia cavallo e luna facile, che il rischio è calcolato ma concreto: e se volete sapere perché per noi ‘sto rischio è anche qualcosa di più, anzi è proprio assicurato, andatevi a leggere lo scorso Papaluto. In questo non c’interessa ribadire perché Salvini ha già iniziato a finire (magari per lasciare il posto a uno peggiore…) ma dire il perché al momento è molto più fortunato che finito. E cioè contarvi di come per lui non si contino i suoi avversari ex alleati e teorici nemici per cui uno — avendo loro — non ha bisogno di migliori amici. Più furbo e rapace e feroce che capace, ma la concorrenza è svelta e arrapante come una Tartaruga Minchia incapace e in carapace di tutto... E qui i punti di convergenza (per non dire di nuova, anche se non eterna, alleanza…) Silvione-Salvini aumentano. Matteo Silvioni c’ha il culo nel sangue, un congenito lato positivo, in ultima analisi (del sangue) diciamo un gruppo lato B positivo. Non sarà il migliore, né il più preparato, ma ‘sti altri genî lavorano perché lui e i suoi geni sembrino un patrimonio d’interesse nazionale, un capolavoro di genoma da Moma, un matrimonio d’interesse micidiale: il meglio del meglio sputato e sparato.

Tant’è vero che — buffone o bluffone — in questa specie di Strippo Poker da pazzi, è lui che dà le carte e i tarocchi in un paese a pezzi: e magari nella partita si sarà pure già ricreduto pentito e incartato, ma i comportamenti dei suoi peggiori nemici e migliori soci è ‘na specie di regalo di Natale già scartato. Tutti a subire le sue mosse, le sue presunte plaudenti e bisunte masse, le sue paci seguite e precedute dalle risse: la confederazione lavoratori per Matteo è un sindacato che la Cgil in confronto è ‘na bocciofila.  
Prendete (non per il culo, per quanto difficile…) Di Maio ad esempio. Giggino è talmente un nessuno che Conte come (ri)candidato premier oggi sembra addirittura papabile, palpabile, insomma qualcuno. Lui a Salvini gli ha votato tutto, Matteo lo ha svuotato di voti e tutto, sul Tav e non solo gli è passato sopra e in parlamento con un treno: e adesso lo molla lo rosola e lo ammolla a piacere, lo prende e lo lascia di brutto. Poi c’è il paraguru Grillo, che è finalmente tornato a far ridere dicendo che serve subito un governo istituzionale per fermare la barbarie — quella che, fra applausi da bene bravo decreto sicurezza bis, un certo movimento politico-intestinale ha sostenuto per circa un anno in ognuna della sue merdate. E non parliamo delle brillanti strategie degli altri, dei diversamente Salviniani aka Renziani: Matteo S(S) sarà (ed è) pure pericoloso per il paese, ma davvero le istituzioni e l’Italia le vogliamo far salvare a Matteo R colle sue estrazioni del Lotti di piani per il Csm stile Poveri Ma Gelli attuati aumma aumma ma copiati in modo palese?! Siccome il capo del clan dei Rignanesi non ha per niente la coda di paglia e la faccia di merda, con un’excusatio non petita ai giornali da risata saporita ha fatto sapere che no, non c’è nessun filo rosso fra me e le politiche di Salvini — ma solo perché il rosso fa schifo a tutti e due. Invece la porta aperta ai porti chiusi con annessi e connessi di abusi la si deve proprio a lui (Aiutiamoli a casa loro, copyright di Matteo R e assist per Matteo S) e all’ex compare Minnito Mussolini, un altro che oggi è per l’accordo coi 5stelle quando fino a una settimana fa li paragonava ai migranti che in Italia (secondo lui e la sua intelligence sempre sul pezzo e sull’alticcio) erano un pericolo per la democrazia. Per battere Salvini, o per togliergli almeno di mano il boccino della situazione, bisogna essere un pochino meglio, non un pelo meno peggio di lui: più credibili, più coerenti, altrimenti sarà ancora e sempre lui a menare i negri e le danze finché non avremo più i denti e ci pisceremo col pannolone.  

Posto che una crisi ancora non c’è mentre un governo ancora sì, che se e quando ci sarà la palla perfortuna dal pallonaro passerà a Mattarella, la via maestra (né bella e nemmanco bidella…) non può essere un’ammucchiata di poltrone stile Casini&casini che è un incrocio fra Scilipoti e Mastella. Non ci siamo. Anche se secondo i bene informati istruiti e illuminati la soluzione per uscire da questa crisi sarebbe una crasi fra scoppiati grillini scappati renziani e scippati zingarettiani così di sicuro Salvini non va al 40%: perché non appena si arriva alle elezioni va al 50. Un governissimo che fa benissimo, un esecutivo di legislatura o del presidente, il modo migliore perché Salvini resti esecutivo e vincente: e magari possa diventare benissimo presidente. Ma è l’unico modo per fermarlo! Hai voglia a dirlo, conviene ‘na rinfrescata alla memoria e ‘na sveglia prima di sognarsi di farlo. Anche se adesso grillini renziani e dalemiani riesumano e riesultano in coro per le meraviglie del governo Dini, vale la pena ricordare che dopo il tradimento a Prodi (chissà di chi, vero Massimo&Matteo?) ci furono altri 10 anni di Berlusconi. Chissà com’è, arginare o aggirare il voto popolare poi, al voto, non si rivela molto popolare...

No, non è questa la soluzione. E il peggio è che tutte le altre sul tavolo — e sul tragicomico — fanno tutte il gioco e hanno tutte il giogo di Salvini.
Fai un governo che fa tutto quello che non ha voluto e saputo fare lui, e fra due anni Salvini è presidente del consiglio coi conti a posto e dopo una campagna elettorale sul velluto sul benvoluto e in orbace per uscire dall’euro, entrare nel rublo e alla neuro e contro il golpe di Palazzo: una manovra dei poteri forti che nel frattempo magari ha fatto le manovre e le finanziarie lacrime e sangue che lui manco per il cazzo...
Allora scarti il governicchissimo degl’incoerenti e dei perdenti, e vai dritto alle elezioni: e avanti con un’altra campagna di qua tutta grullini contro pidioti, sciatori chimici vs scippatori incalliti, con Salvini che magari di là e da solo fa il pieno di di voti.  
Tertium non datur: a meno che Salvini non faccia dietrofront, Giggino O’ Pollo accetti la poltrona di presidente fantoccio, e il Capitano continui a comandare mentre il suo unico avversario Conte va verso Bruxelles con una piccola deviazione/defenestrazione ovverosia detour… Il che non è da escludere, anche se al momento sarebbe difficile immaginare: se sia più da piangere o da ridere.


Insomma tutto è possibile, tutto è passibile di cambiamenti, tranne che la situazione non resti fluida come la merda: e che, laddove non vinca, che pur fra mille cazzate e casini e contorcimenti Salvini perda. A meno che…
Sin dai tempi di Bersani (che infatti su un possibile accordo/disarmo bilaterale ha detto le parole più lucide e sensate nonché meno da zozzo sensale...) qui al Papaluto siamo per un accordo Pd-M5S. Ma alla luce del sole, non al ribasso; colla vidimazione di un voto popolare, non aumma aumma e in emergenza, fra trombati e traditi che devono fare tutto di nascosto e alla luce di calcoli tristi da Sole 24 ore. Se non proprio statisti, non servono stitici statistici e logodiarroici inciucisti. Fare i conti col paese, magari fare anche qualcosa che serva, non solo i conti alla strapaesana e della serva. Salvini si deve fermare, sì, ma prima ci si deve fermare a pensare. O meglio ancora, a ripensare. Tutti e tutto. Atteggiamenti e schieramenti, opportunismi e isterismi, inopportuni furbismi farisaismi e trasformismi. Non avere paura di andare alle elezioni, non avere il terrore di parlare chiaro — e difficile — ai rispettivi e irrispettosi elettorati. Meglio sollevare il dibattito, alzare il livello e il culo per andare dagli elettori, che alzarsi le mani fra maneschi manichei dei gruppi parlamentari. Insomma, porre le basi per un accordo di governo dopo le elezioni, non sulla testa la pelle e le palle degli elettori. Cercare di parlarsi per avere dei punti di contatto se non proprio di contratto, per cercare dei punti di forza e non solo di contrasto in un’intesa futura, perché parlarsi non vuol dire avere per forza solo (s)punti di sutura…

Insomma. Cercare un accordo su quello che si può fare, non un accordo di potere. Ovvio poi, solo perché lo pensiamo noi, del Papaluto, il progetto è automaticamente utopico, lisergico, irrealizzabile e irrimediabilmente fottuto: da quello che si legge adesso, infatti, il governo giallorosso che darà luce verde-lega a Salvini premier è già apparecchiato. Buon appetito a lui, buona fortuna a voi, buonanotte al secchio e all’Italia che non vuole sentirsi al capolinea né sentirsi la linea di questo o del prossimo capoccia. Che magari riuscirà anche a essere peggio, e più sotto alla grande, di com'è qua sotto in grande:    


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giovedì 23 maggio 2019

SPOLPFICTION


Ingrata bastarda e tosta, la vita da Gran Capitone della Truppa e della Troppa Trippa Leghista: vuoi portare la sfida a tutti, e finisce che ti porti sfiga da solo. Fai il comizione ultrasovranista e fascio-fashion a Milano, pensi di fare il pieno, ma piazza Duomo è mezza vuota, il pieno lo fai di fischi da mezzo fiasco, però in compenso il governo austriaco-putiniano e amico (ma più dell’amico Vladimir…) te lo trovi mezzo caduto come un sacco di patate con contorno di puttanate  e Putinate. Pubblichi un libro (vabbé…) con Altaforte — Casa(Editrice)pound su carta svasticata — e l’unica cosa davvero Alta e Forte che ottieni è la riscoperta dell’antifascismo e dell’apologia di fascismo: reato che a un Salone del Libro —  che persino in questa Italietta duce e amara mica può essere ufficialmente un Salottino del Labaro — non è ospitabile né standabile né tantomeno standuppabile, applaudito o gradito. Come cambiano le cose. Un attimo prima attiro la folla, adesso giusto la jella. Nella mia plagiografia volevo raccontarvi come nasco paladino perché da bambino mi hanno fottuto uno Zorro, e da Capitano mi ritrovo come un Sergente Garcia panzuto che da uno Zorro qualsiasi — fuori da e come un balcone — è costantemente (s)fottuto. Sic transit gloria immundi. In Italia lo Zozzone Uomo d’Immondo piace, può farsi passare per Zorro Batman e persino Capitano anziché Capitone, ma poi la festa passa e lui pure: da anguillone buono giusto a Natale, da illustre coglione. Con Salvini si ripete sempre la stessa (nostra) storia — sempre più in farsa, sempre più vera che falsa, una tragicommedia che passano i secoli ma non passa da Berlusconi su su (giù giù) fino a Mussolini. Da Piazza Venezia a piazzale Loreto, da Palazzo Chigi via Segrate a pupazzo coglionato fra orgettone e olgettine segrete — come non si cambia, in Italia, per morire dal ridere. Col Tamerlano Taragno, qua, uguale: prima ogni sparata in divisa o in foto sparata e condivisa gli tornava indietro come guadagno: recentemente tutto gli torna nel didietro come un ombrello pure aperto, e anche con una certo ostinato impegno. Tutta quell’approssimazione da applausone, quel pressappocchismo e qualunquismo da bene o male che gli e ci andava benissimo, adesso gli va tutto (a) male o comunque non benissimo... Dall’effetto boom all’effetto boomerang è un attimo, eh. Prima con qualunque cacata facevi il botto, ora ogni volta che provi a fare il botto viene fuori una cacata. Ieri omaggiato come il più ganzo da tutti zitti e schiavetti, oggi sputtanato pure dall’ultimo dei giornalisti — cioè Giletti.  Anche se il Capitan Fracazzo accusa Di Maio di parlare come Renzi, è lui che inizia a somigliargli. E non solo per il nome, gli atteggiamenti da bulli sfigati che prima fra le D’Urso e il brusco erano belli e squisiti, per il bel numero eccome degl’inquisiti. Chiamatela sindrome dei Matteo. Inizi a fare, poi a strafare, alla fine inizi a stufare: ma te ne accorgi solo quando la gente stufa ti ha già mandato a strafare da un’altra parte, possibilmente in culo. Per adesso no, per le Europee nemmeno, magari perché per un pelo di foga e un momento (di gloria) ti salvi con una Mancia su Roma da 80 euro o con manciate di 80 tweet anti-tutto — dall’ultimo papato al primo magistrato che passa ma non te le passa — a kalashnikov e al minuto da neuro. Ma, per l’appunto, siamo solo all’inizio — c’è ancora tutta la partita, i tempi regolamentari, i supplementari, eppoi in caso i rigori del supplizio… Ma il risultato è scritto. Nei libri di storielle, prim’ancora che di storia. Puoi fare il poliziotto cattivo e il puliziotto lindo e buono finché vuoi, raccontare la barzelletta del tipo supertosto e superonesto fintanto che trovi pascoli pecore e buoi; ma i disparati affari dei Siri dei Rixi e dei Fontana continuano a puzzare, i disperati dall’Africa continueranno ad arrivare: verrano i nodi al pettine, i rodi al culo arriveranno a volo d’uccello padulo più che di rondine, e l’incazzoso e volubile elettore (dito) medio ti farà segno che basta e farà il resto per farti capire che il tuo nuovo ha già fatto la ruggine. Da noi (dis)funziona così. L’Italia s’innamora, poi si disamora, e prima o poi finisci in procura o a capetto sotto nella spazzatura. E quando il processo comincia, niente niente Rosario e niente appello: non hai speranze di sfangarla manco se sul palco ti porti Fiorello; hai voglia d’invocarla per non giocarti la vittoria: è già tanto se ringrazi la madonna di giocare per la salvezza…

E per l’appunto siamo solo all’inizio — della fine — di questo governo, col famoso contratto di che più che altro oramai sembra paralizzante come una contrattura e depallizzante come una rottura degli ovetti di pasquale mazza centrale, oltretutto senza rimedio e senza cura. E forse già siamo ai titoli di coda (e d’orecchie: da somaro) anche del suo ominicchio forte, sì, ma più che altro di taglia e di chiacchiera a meraviglia. Perché va bene tutto, ma poi va che ogni governo ha un’agenda; e persino questo esecutivo, che più che altro sembra uno scordarello ed evasivo a tutta propaganda, non può averne una che sembra la smemoranda. Puoi raccontartela finché vuoi, puoi dirgli panzane su panzane da Padova a Pachino vendendole come pane pane e vino al vino, puoi credere che l’elettorato coglionabile all’infinito causa prevalenza del cretino… Ma il conto e la realtà dei conti arriva per tutti, prima o poi. Hai voglia a stare sempre in promozione, più sui social che al ministero, che come non ti abbiano nominato Ministro dell’Instagram — o degl’Interni in contumacia e ad interim, via social e telegram — ancora è un mistero! Da Nord a Sud si spara e si ammazza per strada, la mafia continua a ingrassare e la politica  a grassare nella sua mangiatoia a cui manca la vergogna ma mai la biada: e tu quanto vuoi sperare di durare, sparando ogni secondo l’ultima cazzata all’ultima moda?! A che ti serve lanciare proclami-trailer da promo con tanto di teaser per il taser ai poliziotti se — come ammette persino la buonanima morta di Tria, il ministro fantasma dell’Economia, della Minaccia mica tanto fantasma dell’Eutanasia — scattati tagli tagliole e frattaglie da 24 miliardi, fra manovre bis e clausole di salvaguardia e ladri, la bolletta della pistola elettrica dovranno pagarsela loro?!

E se questo è l’uomo forte, non vi diciamo Giggino Di Maio, ovverosia la moglie cornuta e incazzata nonché l’ossesso debole. Il fissato colla legalità a scoppio ritardato e a scambio ridicolo e fallato. Il baro che ha barattato l’impunità di Salvini — finendo a votare contro la magistratura come uno dei tanti Berluscloni — coll’insostenibilità di un sottosegretario-bancarottiere che al governo manco ci doveva stare: e che sempre troppo tardi si leva dai coglioni, e quindi sulla rimozione forzata e tardiva c’è poco da vantare. Epperforza che sono contro la Tav, visto che gli scambi proprio non li sanno fare… Ora che arrivano le elezioni vuoi scambiare un brutto ceffo per un buonissimo affare, il salva-Salvini come una contropartita truccata e controtutti assolutamente da rifare? Ora te la vuoi prendere con Siri, se il sistema operativo del 5stelle al governo è da merdafonino craccato?! Astuta trovata per rifarsi una verginità elettorale: in questo modo hanno più possibilità Belen Malgioglio e Berlusconi di rifarsi una vagina penale o una verginità anale…

La verità è che questo governo è come Notre Dame: fa fuoco e fiamme, ma più che altro fumo, mentre nessuno ammette — e più di qualcuno omette: vero Monsieur Le President? — le proprie colpe nel disastro. Che tu sia Macron o un qualunque più simpatico e pure più capace MicroMinchion, l’incuria porta all’inculia. Mentre fai la guerra in Libia o alla Lega come un Rambo Rimba, ti tocca prendere — in quel posto — e andare a casa, anche se qualche provvedimento è stato giusto. E qualcun altro invece solo proposto, poi posposto, poi dimenticato o riposto perché troppo poco conveniente edibile o disonesto. Alla mensa del sottogoverno sempre aperta al patteggiamento e al mangiamento, c’è di più e di meglio d’una scatoletta di tonno da aprire tipo Parlamento. Roba che è da scempio, più che da esempio. Il reddito di cittadinanza doveva essere l’inizio di qualcosa, è stata la fine dell’interesse per una seria politica sociale — e non solo social — del lavoro. Dopo Genova si voleva togliere la concessione ad Autostrade, ora se tutto va bene(tton) gli si darà anche Alitalia… E non contiamo  — anche se contano eccome — gli scazzi, le bizze, gli scatti d’ira di carriera e da ultim’ora nei telegiornali dei due alleati-avversari, dei due nemici-amici mai che sono braccia rubate all’agricoltura e date alla campagna: elettorale. Divisi distanti e l’un l’altro invisi più che mai, nel frattempo trovano il Che Tempo Che Fa di spartirsi poltrone scambiarsi paroline e litigare sulla Rai. Il governo del cambiamento — d’idee cifre autoblù ogni 5 minuti, o poco più — sta su perché si miracola ogni giorno con qualche gabola, grazie alla cura del rinvio e della supercazzola, perché fino alle europee tira ad accampare: scuse. Dopo, ciao. Ma fino ad allora andiamo colla solita sceneggiata, coll’Italia al solito saccheggiata, mentre il Mentegatto e la Golpe si spazzolano i posti, fingono di non fingere di litigare facendo commedie da banda degli onesti, spolpano s’ingozzano e s’incolpano in un copione da Spolpfiction scrauso che nemmeno il Tarantino (quello d’oggi alla Cannes del gas, e non dell’Ilva…) più scarso, dei più ridicoli eppure tristi. Ma non vogliamo parlare di questi.

O meglio. Non solo, non così, non come gli altri. Non coi soliti schemini che fanno tutti, dai pro-Salvini ai filo-Giggini, dai più sgamati ai più cretini. Governissimi, governicchi, ribaltoni oppure elezioni? Il post-voto, il dopo europee in anteprima, il post-tutto che al postutto lascia tutto come prima? No grazie.

Meno sgarzuli garruli e cazzulleggianti dei Cazzullo sempre a galla emmai a mollo, meno selfmenator men e grami degli ominosi ometti alla Gramellini, noi del Papaluto — come si usa oggi, e siccome siamo immodesti e cretini ma meno limitati o svegognati di chi tiene rubriche o le fa tenere a Luciano Moggi  — vogliamo fare i distaccati, i sapienti, i saputi vaganti che spiegano l’arcano al(el’)lettorato che resta ammirato (o annoiato…) e muto. Insomma vogliamo fare un po’ di autobiografia e cazzi nostri, spacciandovela però per alta sociopolitologia che in confronto Dahrendorf e Bauman sono Amici e I Fatti Vostri.

Allora — a proposito di gente minuscola ma che bara maiuscola — un po’ di tempo fa siamo stati a Bari, il posto giusto per spiegare come imbrogliano le carte e c’imbrigliano a morte lorsignori. 360 chilometri da casa nostra, naturalmente in macchina, perché a spostarti in treno sulla dorsale (sco)jonica prima di arrivare fai in tempo a morire di vecchiaia tu assieme al bambino in pancia alla signora incinta che ti sta vicino. Poi, siccome amareggiarci non ci basta mai, c’è venuta la curiosità. Ma a morirci, quanto ci si metterà? 360 km, almeno due treni o un pullman una carrozzella e un monopattino, non meno di 7 ore tragicomodamente tendenti alle 8 o 9. A seconda dei casi, delle coincidenze, nel senso dei treni e delle botte di culo: stime della stimatissima(?) app di Trenitalia. Al che  (strano, per noi del Papaluto…) dallo sconforto siamo passati allo scorbuto. Un attacco di rabbia da ictus, ‘na botta di conti di racconti e di memoria da raptus. Ci siamo ricordati che oltre vent’anni fa per andare a Taranto alla visita militare (sempre 300 chilometri circa) avevamo impiegato oltre cinque ore. Allora ci era sembrata un’avventura allucinante: oggi sarebbe una fortunona un lusso e un progresso, allucinante. Perché il treno era quasi un merci dei più marci, però era uno. Diretto, un po’ come il calcio nelle palle e lo sfogo sulla pelle che ti arriva a pensarci oggi. Sulla tratta Bari Centro-Bari sempre al centro e in mezzo, si va più piano oggi di vent’anni fa: almeno con un certo mezzo, nonché un certo olezzo. Puzza di marcio, di vecchio, di carri bestiame per i pendolari perché altrove o in zona pendono e urgono altre bestialità e best-offer come affari; tanfo di paese che non cambia mai né marcia né marci, né binari né strada, di strapaese a scartamento ridotto ma scazzamento a mille per com’è ridotto. Tre regioni, una delle dieci città più importanti d’Italia, svariati capoluoghi e milioni di cittadini che possono scegliere: o la macchina o il cavallo, ecologico come il treno ma molto più veloce. Può sembrare un’inezia, forse pure un’idiozia — sì, ma solo a distratti tuttoparlantisi addosso e corrotti politicanti di passo che da tempo scambiano il disagio sociale per un’idiozia o quantomeno un’inezia. Ci sono i mercati, i potenti, la Bce, da mettere nell’articolo e nel Caffè… Questa supposta cazzata invece è un indizio, e pure un inizio: per capire da dove ha cominciato finire dov’è finito, ‘st’inculata di paese-supposta. Sono passati più di vent’anni, sono passati governi di tutti i colori, e qualche milione di persone tra Reggio e Taranto — tutto sommato, Ilva inclusa — hanno meno lavoro, meno servizi e trasporti, ma in compenso più tumori più servizi funebri e più morti. Come progresso non c’è male, come progressismo da cesso pure: e per essere in questa situazione, è anche del tutto (a)normale.

E qui arriviamo all’altro cenno autobiografico non meno che cunno. Per amore delle cose unte che ti restano sullo stomaco però ogni tanto bisogna fare (tipo mangiarsi la pizza di Conca: ma qui bisogna essere davvero perversi e Piopolesi, per capire) noi abbiamo votato Zingaretti alle primarie. Non ce ne siamo (ancora) pentiti, ma diciamo che dalle prime mosse ci sentiamo perplessi se non già giù di questione morale o fatti fessi. Se Renzi puntava tutto sull’apparenza e la buona sostanza di belle ma cattive compagnie, il segretario Montalbano ha puntato su un non apparire ma lavorare che in apparenza pare inerzia e inapparenza: una latitanza per non disturbare che rispetto a prima ha cambiato la forma, ma non la sostanza: e che alla fine brilla per assenza e inconsistenza, e disturba uguale. Per dire. L’unico atto pubblico e concreto — oramai due mesi fa — è stato andare dritto sparato a Torino a fare il SìTav. E quindi indirettamente il Si Fotta Taranto, la dorsale Jonica e la colossale questione del Meridione più abbandonato d’un cane ad agosto ma accudito da tarantelle retorico-propandistiche che farebbero girare i coglioni anche a un santo. Fregarsene di qualche milione di persone senza (più) il treno, colla scusa del treno dare qualche altro milione al frega-frega delle solite persone. Bell’idea di cambiamento. Stare sempre col mercato, colle logiche delle banche, mai stare a sentire le coliche fra le bancarelle al mercato: perché, si sa e si fa, bisogna aiutare l’aiutato o il suo amministratore/ammiratore delegato... Dicono che le ideologie non ci sono più, i vecchi partiti nemmeno, e in cambio abbiamo il partito unico degli affari che come Idologia da adorare c’ha l’imprenditoria bollita e corrotta: da soddisfare mettendo a friggere a dorare e disperare che non ce la fa a pagare la bolletta. Il tutto mentre fra Sala Fontana e la Comi, fra inquisiti e indagati, la Milano da Bere non c’è più ma Tangentopoli e la Lombardia da mangiare ci sono eccome. Che impressione, st’impressione per cui qua negli anni non cambia niente, se non in peggio, se non il fatto che pare di stare a gennaio pure a maggio. Eppoi dice che la gente si butta a destra, a grillista, a sinistra o sinistro sovranista! Con questi che non stanno mai coi deboli ma coi forti, che portano soccorso rosso — oramai solo di vergogna, e sempre meno spesso — a chi ha già tutto, tranne i torti; che fanno i pomicioni coi Pomicini, che si girano i pollici mentre a tutti gli (ex) elettori del Pd in Umbria girano i coglioni per la pantominchia Mi dimetto-Non Mi Dimetto-Mi Dimetto Più tardi Ora Sono A Letto della Catiuscia Marini. Ma allora meglio Valeria che — rispetto a Renzi il bue che querela l’asino Salvini o al Callido/Squallido Calenda che s’imbuca ai comizi degli altri sperando che qualcuno lo riconosca e la qualcosa qualche voto misto pernacchia gli renda — come candidata-civetta è meno improponibile e più seria.

Eppure. Come si vede — e là si vota, e da noi si nota ma non ci si crede — in Spagna e Portogallo vincere e convincere senza convivere col peggio dell’affarismo a cui fare da palo o da paggio, si può. Ma occorre essere credibili e coerenti più che confusi e felici, collusi contanti e contenti; cambiare idee, nomi, ma soprattutto strane frequentazioni e mescolanze, alleanze politiche e comportamenti. Ricominciare da capo, non solo dal Capo e dai capetti. Altrimenti per rabbia o disgusto, per disperazione o per dispetto, come in un eterno Heil-Halloween la gente voterà questo e pure il prossimo matto Matteo aspirante ducetto o scherzetto. E siamo alle elezioni, che di solito lasciano dure lezioni, che però durano sempre troppo poco: precise alle erezioni. Non per niente anche stavolta — europeo o italiano che sia, da Casapound a casa Meloni che candida il nipotino di Mussolini che fa sempre tenerezza e simpatia — il voto propende per un #iovotoitaliano e antieuropeo. Perché i governi del cambiamento cambiano dopo non aver cambiato nulla o non abbastanza, vanno o restano, me le cose che non vanno quelle restano. E pure in abbondanza, in aumento di cancrena e non curanza. Quello che non si vuole capire è che in Italia come in Europa — e come probabilmente sarà anche dopo domenica 26 — si dice si teme o si paventa che possa cambiare tutto, che ci sia un golpe democratico o solo un governo della ggente, ma poi la verità (e la paura) è che — sotto tutta sta fuffosofia ammanicata ed elitista o avventata e populista o avvinazzata etilista — non ci sia e non si riesca a cambiare niente. E a quel punto — se i treni dal paese spariscono anche più velocemente dei soldi e e delle speranze mese per mese — la gente crede a tutto. Per i suoi problemi veri almeno quanto la propria rabbia, marcia corre e ricorre a qualunque soluzione: falsa e sfacciata, qualunquista e svasticata, apertamente razzinazionalista o criptonazista. Una soluzione purchessia, pure Finale. I lager per una lager. Se in cambio della mia rabbia mi danno la speranza e magari mi fanno pure la spesa e il pieno di bile e di birretta senza cui non si può stare senza, altrochè i Nazisti dell’Illinois: io voto pure i fasciondranghetisti boys, mando falangisti fancazzisti e fan dei razzisti a Bruxelles da Como a Cosenza. Questa è la verità. Nuda che ci lascia in mutande; cruda che ci mangia e ci (cal)pesta le convinzioni le prolusioni e le illusioni a sangue. Se pensi più alle periferiche e alle banche che alle periferie, ai signori delle Usb o delle Ubs più che alla signora che per cui è Bulgari pure l’Oviesse, ovvio che quei quartieri votano bulgari pure per le Essesse. E hai voglia a riaprire sezioni a Casal Bruciato: se Zingaretti non si occupa di chi occupa la casa e pesta i piedi o i vicini al grido di Zingari Maledetti, qui è già bruciato tutto.  

L'ideale europeista e progressista è in crisi non per i suoi veri nemici che l'attaccano a male parole, ma per i suoi pessimi amici che la difendono a belle parole e basta. Fatti concreti, non atti vuoti. Baste cerimonie, querelle e querimonie per coprire latrocini inefficienze e acrimonie. La cultura democratica prima dell’incultura da inculata ragionieristico-economica. Al sogno — e anche al bisogno — d’Europa occorrono verità generosità e giustizia, non furbizia contabilità e malizia. Le storture vanno denunciate e punite, non incoraggiate imboscate e/o premiate. I francesi e i tedeschi non possono fare i portoghesi — fare gli sboroni le regole e sgli scrocconi perché siano gli altri a pagare per loro, fare i sibariti e i sodomiti col culo degli altri anziché con quelle belle chiappe d’oro. Ungheresi e polacchi coi fondi europei a momenti si fanno ricchi e sceicchi, ma si permettono di toccare il fondo dell’autoritarismo razzifascista da cose turche liquidando e coglionando i (pochi) richiami Ue come ué-ué di piagnistei da radical-sciocchi. Ennò, se ti prosciughi i milioni, poi t’asciughi anche i cazziatoni. Più mano ferma, più rispetto della sostanza e pure della forma, meno botte da Orban e brutta compagnia. Diritti civili e doveri democratici: questo ci vuole, perché il vecchio continente non sia solo il paradiso fiscale e fecale per nuovi prepotenti da canti nazicattolici e vecchi incontinenti coi conti caraibici. O così o l’Europa resta un guscio vuoto, che tutti possono prendere per il culo prendendoci pure uno stipendio e più di qualche voto; o così o la costruzione europea sarà solo una cattedrale nel deserto, anche se nel centro di Parigi. Per questo Notre Dame è davvero un simbolo del nostro dramma, è davvero Notre Drame: perché non ce ne curiamo, e la mandiamo al rogo nei fatti mentre a parolone e parabole paracule la (bene)diciamo come un modello: ma al massimo è un cazzo di rompicapolavoro complicato e inutile, uno scheletro bruciato che non impedirà nuove guerre vecchie aberrazioni e nuove generazioni portate al macello. Bisogna ragionare sul tempo futuro — anche se spaventa o latita — se non si vuole che per un certo ideale democratico e progressista sia ancora, sempre e per sempre tempo d’essere il morituro che saluta o il fottituro che anziché agire in fretta ancora esita. Ma di questi problemi, di questi dilemmi che attendono risposta ma non aspettano ancora molto prima di diventare drammi, non parla nessuno. Mondiali europee o nazionali, qui da noi si comizia e ci si delizia con discorsi da pianerottolo Marshall irrilevanti livorosi e imbarazzanti pure per le comunali di Belcastro o di Belluno. La situazione è talmente da piangere che a vedere Silvione ringalluzzito da bene bravo cialis in neurovisione, non sai se ridere o rimpiangere. Forse era persino meglio lui dei suoi cattivi imitatori, dei suoi incattiviti cloni ex clown e successori. Perché il problema non sono i cazzari che colle elezioni vanno e vengono, ma i cazzi amari che senza soluzioni che somiglino a rivoluzioni — morali, culturali, materiali — verranno di sicuro e da soli non se ne andranno. Restando in (s)fiduciosa attesa, come sempre e più che mai: buona notte della ragione, buon voto e buona (s)fortuna.