mercoledì 3 maggio 2017

LANA VACCINA

Al Pd piace votare (anche se sempre meno, e in meno di numero…) per Renzi: bisogna vedere se agl’italiani piace votare ancora Pd. Certo la LetteRenza Ascani che parla di 40% di sì al referendum come omogeneo al Pd la dice lunga sui problemi che hanno i ragazzi dell’ex ragazzo in doppiopetto e triplo mento: zero di autostima, parecchi d’autoillusione e stime elettorali. Non per niente — e non per vantarsi, come dicevano Franco e Ciccio — non hanno capito un cazzo: e da domenica sera festeggiano per il trionfo nella votazione d’amici e clienti stretti, e forte dell’assemblea di condominio più affollata che c’è il Glande Leader a minchia e amminchia su quei soli 10-12 milioni di voti che gli mancano per la maggioranza. Colla famosa Invocazione Maggioritaria, è ancora lì che sbraita sbrodola e giura di non andare più via, e anzi di ricominciare e rifare tutto come prima(rie).
A parte questo, amici del Papaluto, nella vivissima, serissima politica italiana fatta per hobby e fatta tipo obitorio, che c’è di non nuovo? Tutto.

La libertà di stampa, l’affrontare il problema dei migranti senza affronti all’umanità e all’intelligenza; una legge di stabilità, elettorale, di stabilità elettorale o un’alleanza post-elettorale che non offenda la decenza? Questioni secondarie, di lana vaccina. O davvero voi credete che il Pd attacchi Report perché ha la salute pubblica a cuore più di quanto non ce l’abbia nel culo per l’inchiesta Pessina-Unità-Eni? O che i 5stelle ma un solo gallo a cantare, un Grillo a contare, siano tanto meglio e diversi? Loro la Rai renziana l’hanno sempre attaccata, ma non appena Antonio Campo (non più) dell’Orto del Giglio Magico esce dal giro, entra nelle loro grazie. E Consip? Fra santificatori del Babbo Tiziano e demonizzatori di quel babbo di carabiniere bestia da Arca del Noe — e viceversa — l’interesse pubblico e non speculativo ad usura del governo o ad uso delle opposizioni, non interessa più nessuno. In fondo stiamo parlando solo del più grande appalto d’Europa trasformato in buffet…
E avanti così, sempre più abbasso o evviva, sempre più in basso coll’Italia sempre meno viva. Morta di noia, di polemiche, di polemica che non annoia mai: purché sia sempre nuova, e possibilmente sul nulla. O sul nulla di verificabile, comprensibile, onorevole non nel senso di titolo o tiolone anticasta. Non si contano gli attacchi personali, quel che conta è il potere personale e personalistico. Guai a fare i conti o le discussioni senza l’oste, l’astio, senza osteggiarsi per pura ostinazione o ostentazione di purezza. Muro contro mulo, blog contro Bob, rissa contro Rousseau. Eccolo, l’edificante quadro della lotta fra primo e secondo partito del paese. Report è un programmaccio brutto, Consip un pasticciaccio peggio? Non interessa, chissenefotte: è giornale di ieri, e domani è un’altra giornalata! Tipo le Ong che fanno la fine degli Ogm: basta immigrati transgenici e transmediterranei nel piatto, dice quel genio del genoma di Di Maio, spalleggiato nientepopodimeno che dal dottor Alfaneinstein e dal procuratore Fuori di Zucca(ro). Ma si sa, vaccini e barconi, organizzazioni mondiali della sanità o internazionali non governative, per il Movimento non si salva e non ti salva nessuno. Peccato che appresso spunta Carmelone, il procuratore della Repubblica delle Banane, della terra dei Cachi e di Catania: Alcune organizzazioni sono finanziate dagli scafisti per destabilizzare economicamente l’Italia, anche se non ho le prove. Evvabbé, stai a guardare il capello, il cavillo, il codicillo: un magistrato senza prove che vuoi che sia, mica servono nel suo mestiere… Anche se una prova una non s’è vista — come confermano altre Procure e persino i Servizi — l’importante è farsi vedere nell’intervista. Non so se vi rendete conto. Roba che se l’avesse non detta, ma solo pensata un Woodcock o un Gratteri o un Davigo, crocifissi in sala mensa da requiem della politica che zitta e mangia. E che — siccome fa comodo — deliba Fiori di Zuccaro dai Cinque Stelle ai Cinquemila indagati di Alfano. Alleanza impopolare e inedita, popolare-grillista e populista, di livello intellettivo e morale altissimo. Ma questi sono i tempi, questi i modi. So ma non ho le prove. Accettare, approvare, appoggiare una cosa del genere da un magistrato che inquisisce — non da uno scrittore, che disquisisce — è una cosa pubblica degenere, da Stato di diritto che diventa di delitto, derelitto: che deperisce. Non avendo avuto giustizia e verità per Pasolini, la verità è che in compenso avremo una giustizia pasoliniana. A distanza di quarant’anni è già qualcosa — di brutto.
Fortuna che il responsabilissimo, democraticissimo, moderato morigerato e modernissimo Renzi dimostra d’aver capito la lezione e — lasciando stare i grilli e i grillini per la testa dei sondaggi — lascia ben sperare. Lo dimostra il significativo anche se piccolo caso (quindi casino?) di Firenze. Lì la protesi di Renzi a nome Nardella aveva proposto alla comunità islamica di costruire la nuova moschea nell’ex caserma dei Lupi di Toscana. Ma non aveva tenuto conto della volpe di Rignano, del cappuccetto rosso amico dell’incappucciato pitreista Verdini. E amico pure di Pessina, guardacaso —  guarda che casino…  — interessato all’area. Dietrofront istantaneo: perché il PdR&P non è una caserma, ma se Renzi&Pessina non vogliono non vola né si vuole una moschea. Ma guai a dirlo, voi cattivoni e venduti di Report: e guai ancora più grossi anche solo a pensarlo, che se Pessina va matto per il mattone a Firenze magari come — diceva l’inchiesta — essendo stato abbastanza pazzo da comprare l’Unità, gli spetta l’appaltazzo Eni come indennità.
Fake e fuck news. Post, post-it, e posticcia verità: colla durata e la tenuta di un bigliettino per la spesa appiccicato al frigo. Le parole come pietre, i fatti come pietre d’inciampo. Manipolabili, malleabili, lanciabili lontano o sulle agenzie. L’ex primo partito (e ministro) opportunista affarista e inaffidabile, l’ex secondo — primo secondo i sondaggi — invece pure: con un candidato primo ministro che anche da secondo o terzo, sarebbe improvvisato e improbabile. Da Matteo a Luigino, Di Maio in peggio. Questo il quadro, che in realtà sembra un cubo: di Rubik, ma girato e mescolato da Kubrick. Una spremuta d’arancia meccanica, automatica, televisiva e telematica: ovvero la politica d’oggi, tutta clic e claque, sangue e merda di vacca — anzi — di bufala.
E — per non abbatterci e abbattervi troppo — del sinistrissimo centrodestra parleremo solo dopo — dopo due maalox, perfavore. Perché Salvini Meloni Berlusconi sono appetibili gestibili e digestibili come i peperoni conditi coi foratini e i mattoni.
Sarà un Guernica, si diceva, ma questo è il quadro: non un Picasso, manco un capolavoro, se non picaresco, bizzarro, pazzesco. La politica moderna dell’Italia post ma pure pre-moderna, cioè cubista: nel senso della discoteca, di anziani ragazzi immagine che ti vogliono far ragionare col culo o a cazzo, farti ballare al loro algoritmo. Non ci sono da mo’ le ideologie, e  se per questo manco le idee; il misfatto nuovo è che non ci sono più manco le persone, i leader, le personalità: solo personalismi, personcine, idioti e idiosoncrasie. O — peggio ancora — Marchionnefilie. Con Renzi che, a chi gli chiedeva se il suo Pd non fosse troppo distante dagli operai e dal mondo del lavoro, in un fiat — o Fca — annulla la storia della sinistra mondiale e italiana dicendo che Bisogna ringraziare Marchionne che ha investito e creato posti di lavoro. E noi che pensavamo che come ringraziamento bastassero quei quattro miliarducci d’utile. Fatti quasi gratis, anzi coi nostri soldi, con quarant’anni di sovvenzioni pubbliche e malversazioni private. Non basta, non basta. Grazie Signor Padrone dalla belle braghe bianche, thank you Mister Sergione del made in Italy made in Hollande colle banche in Lussemburgo e magari in nero. Nel paese dove una volta c’erano i De Gasperi e gli Olivetti — e con loro altre grandi personalità della politica e dell’economia — ora ci sono golfini e personcine personalistiche, i Minchionne e i Fanfanini che fanno i fenomeni e non vogliono manco fare gli Ulivetti perché tanto c’è D’Alema, dietro Pisapia. Uno statismo confusionale, pietoso, di degrado politico e culturale. Sconfortante ma — come diceva la politologa Jo Squillo — oltre le gambe corte delle bugie, c’è di più.
Non bastasse, dramma nel dramma, c’è che Renzi su una cosa ha pure ragione.

Chiediamo scusa, amici Papalutisti, notizie del genere non si danno in questo modo: danni del genere non si notiziano in questa maniera. Siamo stati delicati come nelle barzelletta del soldato a cui il sergente deve dire che  la madre è morta (Tutti quelli che hanno la mamma viva facciano un passo avanti: tu, dove cazzo vai?!) ma a barzelletta, barzelletta e mezzo. Con ogni, mezzo: anche mezzo uomo, o ometto, come il Matteo re-travicello nonostante il rinforzo di qualche chiletto. Delicati come una ceretta col Vinavil, o un bidet coll’idraulico liquido, ma necessari. Il PdR, il partito Renzocratico, quello delle primarie a cui servirebbero dei primari in psichiatria, è l’unico ancora veramente (anche se sempre più vagamente) democratico. L’unico in cui si è votato democraticamente — anche se l’unica incertezza sul vincitore è l’arrapantissimo thriller sull’affluenza — anche se oramai votato più al leader che alla democrazia, data la sua invadenza-influenza. C’ha ragione lui: capite come siamo ridotti? Eppure. Con un movimento tutto clic e claque ma stop, fermi tutti, and go out of coglions ai dissidenti; con una destra tutta felpe pistola in tinello o di cervello e ferocia cogli uomini ma guai per l’agnello — beh… Facciamoci ‘sta ceretta d’umiltà, ‘sto bidet di verità amarissima che non fa manco benissimo, e diciamolo. L’unica speranza sono il Pd, Pisapia e persino la chiavica Speranza. Ma, per dire come siamo messi, al centro del campo più o meno progressista c’è sempre lui: il Matto Matteo che si sente democristiano Ronaldo, quello che ha preso sberle e un dieci chili di panza e non di pagella, e che però si sente Messi…
Triste ma vero, tragicomico ma autentico. Il gioco è tutto nelle sue mani, nel suo giocarsi la democrazia colla lingua e coi piedi. Non importa un governo forte, un paese saldo, ma solo il suo potere forte e saldo nel paese, al governo, nell’Italia trasformata in Eatalia tutta da mangiare per Farinetti e altri Oscar al Renzismo e alla Leopolda. Non per niente, di secondo in secondo, fra un secondo e un primo, Gentiloni sembra sempre più un gatto in tangenziale o un cane in un menu coreano. Uno che di forte non ha niente, che può essere forte solo come piatto… Perché adesso Matteo vuole un patto, un piatto, un vestito e un’investitura nuovi nuovi. Scordiamoci il passato, scassiamoci il futuro! Nascondere la pancia e il buco, prima di farcene fare uno in più alla cintura anche se la sua non chiude più. Vuole andare alle elezioni, vuole andare alla moda, e in questo senso l’ultimo grido è la maison Macron.

Due parole per la Francia, e due parolacce per concludere. Vale Le Pen tirare un sospiro di sollievo per com’è andata ma — a parte che non è finita — poi un altro appresso di malinconia per com’è finita: un Macronscopico paraculo e affarista che rappresenta l’unica scelta democratica sensata. Un sogno di plastica e di signorino con signora Milfona targato Rothschild che promette tutto a tutti, non nega niente a nessuno, che rinnega tutto il suo passato in secondi uno. Esponente centrista, banchiere, ministro socialista, saltimbanchiere soft-populista. Questo ha più incarnazioni di un’unghia in uno scarpone da trekking, ma alla fine è un altro allievo di Tony Bluff. Un bla-blairiano di quelli che abbiamo anche in casa — e in Casta — nostra. Uno votatissimo in centro — città e schieramento — politico: che però lascia praterie e periferie alla destra. In Francia, tutte le fabbriche hanno votato Le Pen. Operai tutti pazzi per Marine o tutti pazzi e basta: e peccato non si possano fare a pezzi per far vincere Manuel! Che, se mai e semmai al governo, dovrà restituire favori al suo elettissimo elettorato, non certo al nuovo sottoproletariato. Che, sotto sotto, sarà sempre più sottovalutato e incazzato. Insomma. Come ha notato e capito persino Salvini: questo gioco del fare fronte emergenziale contro il Fronte Nazionale — senza fare qualcosa se e quando insediati in sede istituzionale — non può durare a lungo né finire bene. In Francia doveva votare l’Isis coi suoi attentati, ha vinto il rating coi suoi emissari e potentati En Marche.  

E in Italia, invece, pure. Non per niente le agenzie di rating — causa instabilità e populismo — hanno portato la valutazione a BBB. Che in codice di questi Da Vinci dei mercati finanziari significa BENE BERLUSCHINO BIS. Giudizio che va maluccio per i non addetti al lavori e magari a un lavoro vero, benissimo per i diletti del nuovo-vecchio Nazareno già ai lavori in corso. La strategia del Leopoldo Giulivo al momento (al momentaccio) si riduce a questo. Fingere di voler vincere le elezioni, per poi fingere di farsi costringere a un accordo di governo con Berlusconi. Che non vogliamo, non vorremo, non volevamo — sia chiaro — ma lo sia pure che fra fare il bis di governo ed essere bischeri bistrattati e senza poltrone… Non c’è dubbio nella scelta, non c’è altro in pentola. Niente di più, ma purtroppo niente di meno. Un Matteo Due, o magari un Gentiloni Bis ma con un capo gradito lì a Milano 2. Un governo di Lui o di Chi Per Lui, con un obbligato programma di governo lacrime e sangue dei soliti, risate fino alle lacrime degl’impuniti, di quelli coi soldi solidi e ignoti. Dai mercati ai mercanteggiatori più spregiudicati e pregiudicati, questo è il piano. E questo è il prezzo: un governo — anche Renzusconi — a qualunque a costo. Non tanto per il bene dell’Italia, quanto di Forza Italia. Uguale e contrario a quello di chi gli si oppone, che è uguale anche se gli è contrario. Un non-governo — se non d’impossibile maggioranza pentastellata e assoluta — a tutti costi, a qualunque prezzo da pagare. Da chi non abita Sant’Ilario e scorrazza collo Yacht da e per la Sardegna, però. Il famoso senso (unico) di responsabilità — sempre dritto e addosso a chi ha di meno, ingannato e aizzato dal tanto peggio tanto meglio: per il vostro bene noi vogliamo tutto, neppure tanto così di meno.

Renzi un porco di buono-assorbente colle ali, Beppe un  Grillo-talpa zozzone che vede solo quelli che gli sono leali. Ma da tutto questo c’è modo di fare —  non dico un Best  — ma almeno un Beast Of, uno strano animalo magari politicamente e abatantuonamente non eccezziunalo, ma che sia meglio di ‘sto zoo safari da caccia la balla o la stronzata più grossa? Sarà il nostro aneurisma che parla, sarà che al posto nostro ci vorrebbe un buon neurologo che scrive e ci prescrive, ma qui dal Papaluto pensiamo di sì. E, mentre aspettiamo l’ambulanza per il trattamento sanitario obbligatorio, vi spieghiamo pure perchè. L’unione fa la forza, ma la debolezza può fare unione. Strana, provvisoria, ma funzionante e anche storica. Pensate al Compromesso Moro-Berlinguer per uscire dallo stallo Dc-Pci prima che ne scappassero i buoi. E non a caso infatti c’è scappato il morto, e l’occasione di cambiare, migliorare per sempre il Paese. Il Compromesso — Storico, per l’appunto — che a un certo punto ha reso isterico un pezzo della politica, delle Istituzioni, dello Stato: che non per niente ha (mis)fatto sì che restasse irrealizzato. Perché in Italia, ricordiamoci, solo gli accordi al buio e al ribasso, sono sempre in auge e in rialzo. Perché, intendiamoci, in Italia gli accordi chiari, precisi, trasparenti, rispettati e rispettabili, sono sempre stati osteggiati, presi in ostaggio e ammazzati da appositi utili idioti e assassini di brigate rosse o borgate nere. Siamo malfatti così: alla luce del sole, preferiamo l’ombra di un Piano Solo o Gladio. E se la storia già scritta non si può cambiare, ‘sta storiaccia che stiamo scrivendo e schifando magari un po’ sì.
A un democristiano imbarazzante e brizzolante come Renzi non chiediamo di fare il Moro, né naturale né tinto  — mica vogliamo querele dalla Famiglia del Presidente Dc… — ma di non fare il solito piccolo fan-Fani da Sandra Milo a Sandro Bondi; e a Beppe non chiediamo — per non doverci querelare da soli… — di fare il Berlinguer: ma almeno di non essere il Bertinotti della situazione, con un’assurda maggioranza d’opposizione sterile e sfasciatutto. Del resto. La politica è l’arte del possibile, mica fare la parte di quello che è tutto impossibile. Non è cercare il potere per il potere, a costo di non poter far nulla dall’opposizione — ma sempre libera comoda e bella — o schifo in un governissimo del nulla. Allora via allo strano animale, vediamo che cosa può saltare in testa al Grenzillo per zompare fuori dalla palude. Magari — e subito — una buona legge elettorale, che dia un vincitore certo, senza accrocchi pre- o papocchi post-elettorali, puramente e spuriamente proporzionali ai voti Alfano style presi mica in convento… Eppoi si vede, si vedrà: una legge sul reddito di cittadinanza o d’inserimento, una che riduca i parlamentari ma non le garanzie democratiche, un testo unico sulla corruzione… L’appetito vien mangiando: e non necessariamente, né negativamente, in una Grossa Colazione di governo.

Funzionerebbe? Non si sa. Una sola cosa si sa che non funzionerebbe. Se alle prossime elezioni — anticipate o semplicemente allibite — il primo partito d’Italia non andasse al governo, tornando invece al potere un’alleanza Impopolare fra il secondo e un pezzo del terzo. Ecco, a quel punto la fiducia del paese nel sistema democratico sarebbe due tacche sotto un sistemino chiromantico sicuro per il tacchino da spennare per vincere al lotto. Lì davvero non ci sarebbe più antirabbica che tenga o qualcuno che ci salvi o Salvini, neanche votando il partito anti-Vaccini e No taxi del mare perché Ong = Ogm. Il paese sarebbe pronto a qualunque botta di vita, colpo di testa, svolta o rivolta politica, antipolitica, anche antidemocratica. Una testa di cazzo un voto, eppoi mai più per un bel po’. Il fascismo e la pizza li abbiamo inventati noi, e ‘sta democrazia che non funziona e non decide sta diventando un po’ una pizza… Da dare in faccia, in fascio alla classe politica, da condire coll’olio di ricino. A quel punto l’Italia di un governo Di Maio sembrerebbe l’Atene di Pericle, e Casapound l’unica casa di cura per il male incurabile dell’Italiettismo Terminale. Amen, a meno che… O giocare ancora a Consip contro Morbillo, a coglioni contro orecchioni, a Medici senza frontiere contro Medicei senza ritegno, a renziani svaccati contro grillini svaccinati: oppure non giocarsi il futuro di una democrazia che  — contro certe pulsioni e certi puzzoni fascisti — non è ancora adulta né vaccinata. A voi il tempo della scelta, a noi tutti — nel frattempo — la sciolta. Buonanotte (della Repubblica Scottex), e buona fortuna.
  






giovedì 23 marzo 2017

E M'ILLUMINO DI MINZO

E all’estrazione del Lotti sulla ruota del Nazareno uscì il numero d’avanspettacolo e d’avanzo di galera del Minzolini salvo. Che dire? Una mano lava l’altra, una mala leva l’altra: dalla merda. Scambio di favori, di favoritismi, d’ostaggi e di pestaggi — alla legge, alla decenza, a un minimo di forma e di apparenza democratica. Tu salvi il mio ieri, io il tuo oggi, il mio e il tuo saranno i nostri domani. Malaffare fatto, affare-patto di governo solido ma non solare, conveniente e in futuro da rifare. Non subito, senza fretta e senza troppo rumore per questo grande Nulla. Ma un Nulla di governo, un buco non nero ma blu autoblindato e ministeriale, un mare morto in cui nuota la Balena Bianca che quando mai è stata Stato e più viva...

Ah sì perché — nel caso non si fosse capito — il monte(Paschi)premi in palio è questo. E chi non lo capisce vince uno skypass a vita per venire giù dalla montagna del sapone. Nazareno never dies, Nazareno never lies. Il Nazareno che non muore mai, che non mente, e chi certe cose non le vede è solo un bugiardo o un demente. Achab è morto, alleluja per Moby Diccì. Dare una botta alla magistratura, farsi una botta di vita e di vitamina C(af), un pippotto di cocaffina per rimettere in piedi e su su bella dura una bella Renzubblica Berlusconiana duratura. Un programma discutibile, ma che per il momento non si può vedere: tipo Parliamone Sabato. Il governo Gentiloni, le Riforme, la manovra correttiva, la sorte collettiva? Cazzate! La dignità del Parlamento, la difesa delle sue prerogative? Solo fumo — e balle sul fumus persecutionis — negli occhi, per non farci vedere l’arrosto. Di carne di porco e d’una stagione già bruciata nella politica dei due forni. Bella spregiudicata, con dentro tanta gente, che magari finirà con tanta bella gente dentro o pregiudicata. Un neocentrismo a cui spalancare le braccia e le porte, per poi trovarsi con un paleoandreottismo che rientra dalla finestra — e che esce solo all’ora d’aria. Dopo quella del Cinghialone, la stagione del cinghialino bianco all’ingrasso: quella del Rottamattore, del finto giovane e del rottamatore per finta, del fanfarone fanfanian-blairiano in ritardo e in differita. Insomma quella di Renzi, Mister Velocemente da Nessuna Parte, che in trenta mesi ha fatto quello che manco Silvione in trent’anni. Increscioso caso giovanile di dimissio praecox — una sveltina da 80 euro, senza manco eiaculatio. Ascesa, caduta, discesa libera nello slalom speciale e gigante fra le merde lì da vedere e lì lì per pestare. Un’esperienza di governo e di partito, di sgoverno e di spartito suonato brutto nonché di brutto, con — e Consip — tutti i crismi del disastro, della crisi d’identità, con dentro una crasi fra Craxi Giolitti e Crispi, cioè il peggio del peggio della politica italiota coll’affarismo-clientelismo nel DNA.

Strategia d’altissimo doposcuola, da diploma Radioeletrizzante, coll’apoteosi di laurea in Scienze Politiche Esoteriche e Occulte della Scissione. La solita nemesi, l’usuale necrosi per la sinistra sempre meno futura e sempre più moritura. Che — visto chi colpisce nella vicenda, chi si colpisce a vicenda — sarebbe anche tragicamente divertente; ma — visto che non colpisce affatto loro, ma i più deboli senza santi né Babbi o Nababbi Boschi/Renzi in paradiso fiscale che nessuno difende — è solo cosmicomicamente disperante. Un faida fra falliti che si credono faine, fra capi capetti e capponi di Renzo o anti-Renzi che si credono volpi nel pollaio. Una delusione, una tristezza, un’autoillusione. Quando Matteo è soltanto il degno allievo d’indegni maestri — che, ingiustamente quanto tardivamente, non lo riconoscono. E sono ridicoli, risibili, maldestri quanto pedestri. Ma come, hanno fatto di tutto per ritrovarselo lì, e adesso se lo perdono come niente?! Renzi infatti altri non è che il loro tronchetto dell’incapacità, il trichechetto dell’infelicità che bello ciccio e salciccio salta in culo agli ortolani dalemianbersaniani, i primi a saltare e straparlare sul carro dei blairiani; ad aprire tutti contenti alla Terza Via: e a trovarsi chiusi fuori dalla ditta, scontenti in mezzo a una via, fatti fuori dal dittatore tutto chiacchiere e distintivo ufficiale del club dei bla-blairiani. Oltretutto coll’arrapante prospettiva — dopo esserne rimasti fottuti — di restarci anche al governo, non più grandi amici ma piccoli alleati. Una scemata, una sceneggiata, un’oscena pantomima nella sinistra oramai scemante e scimunita. Un casino degli orrori, una casa degli errori in cui davvero non si sa chi o cosa scegliere, se più piangere o ridere. La Cosa Rossa è diventata solo una cosa di potere, di rancore, un covo di vip e di vipere. E il peggio è che se lo merita. Perché se non semini niente, se semini il tuo elettorato tenendolo a distanza, se molli la politica vera per fare happening Fondazioni ed eventi, ovvio che poi raccogli solo gggiovani vecchi in tempesta: ormonale di tweet, di jobs act, di buffoni a buffet, di blob di blog, di scorregge fritte ma vendute per grandi e rivoluzionari venti. La verità è che la sinistra che negli anni Settanta guardava a Berliguer e Allende ma poi si vedeva Happy Days, Renzie se lo merita. Né ha l’autorità morale o la forza politica per far appendere il chiodo al chiodo a Matteo Fonzarelli. Pro o contro, ex pro oggi contro o viceversa: i D’Alema, i Veltroni, i Fassino, i Bersani sono eredi indegni, che andrebbero presi non a esempio, ma a Sberlinguer in faccia. Anziani, ansimanti, alienati e alienanti signori che della tradizione hanno tradito tutto — a partire dalla questione morale — tranne il togliattismo, la doppia morale, la lotta politica solo come questione personale e umorale. Statisti inconcludenti, stalinisti pentiti imbranati e pure supponenti. Il Massimo — o il Walter, il Piero, il Pierluigi… — del minimo. E chi oggi è contrario a Renzi non ha tutti i torti, tranne quello enorme d’essergli stato uguale: d’aver voluto per lui e solo per lui il tortone politico-elettorale. Per poi farci niente, per farci affari comodi e più o meno porci, e niente più. Proprio come lui, il Matteo Matto per il Potere per il potere — cioè come un podere al quadrato, da dividere nel suo orticello dove cresce e comanda solo il Giglio Magico a tutto tondo. Uguali e contrariati dal Verdino Renxi che ha tutti i torti, ma si pappa la torta del consenso perché secondo la base ha una ragione all’altezza — è un ex lupetto logorroico un po’ cresciuto e troppo pasciuto, sarà un Lupin incallito, ma è sempre meglio del solito vecchio volpone: del Massimone-Marpione D’Alema ingrigito, imbelvito e rincoglionito. Insomma. Che l’abbia subita o suscitata, agevolata o solo accettata, per Renzi questo Mdp (Massimo D’Alema Power?) — dopo il referendum e l’Italicum come doppio colpo di mano fallito — è un colpo di culo e di poker servito. Via la zavorra della sinistra che si crede nipotina di Berlinguer e figlia di Mazinga, che si sente troppo furba figa e Zorra? Evviva, evvia a peso morto sull’unica soluzione, sulla sola ri-unione che lo può lasciare vivo — oltretutto col vivissimo apprezzamento della Nostra Giornalistica Intelligenza, che ‘sta cosa del Neocentrismo Democratico la trova troppo troppo ganza. Da slurp, questo slum di peones alla Razzi — ma meno simpatici — che diventano ago in vena della bilancia della nostra Repubblica in retromarcia e in coma coi cazzi!        

Leggere per credere, prego; dalla Meli Milfona del Renzismo in su, è tutto un su lasciate stare Matteo, prego! Una corte salivogena e dei (falsi) miracoli — una lecchina fumogena tutt’attorno, a lavoro per evitargli ostacoli. A parlare di Scissione, a frignare di Renzi poverino, a sghignazzare di Pierluigi e Massimo riuniti al Cremlino — tutto, pur di non parlare dell’unione di fatto e di misfatto, di questo spirito di rivalsa e di Reunion. Di un gruppo di morti più morti dei Beatles, solo molto più probabile: anche se come storia di fantasmi è più simile a Beetlejuice Spiritello Porcello. Un film vecchiotto ma che fa sempre ridere: ché almeno ci consoliamo della malaria che tira, portata e infettata da ‘sto venticello. Che non è calunnia — è calumet della pace, una tirata di salute fra chi comunque non si è mai fatto la guerra. Ogni boccata una porcata, una maialata a Manitù, un’invocazione-ingroppatone di gruppo al Grande Spirito di Giulio Belzebù!
Spirito — poi — al massimo spiritello. Spiritello Porcellum, come abbiamo detto: peggio ancora Italicum, tanto peggio tanto meglio qualunque legge proporzionale (allo schifo imperante, ma almeno maggioritario…) che non sia una revisione aggiornata e adattata del Mattarellum. Quand’invece, dopo il referendum, questo si sarebbe dovuto fare. Legge elettorale e subito ad elezioni. E invece, erezioni: gare a chi ce l’ha più lungo, scissioni, rissoni, nessuno che muove un dito o batte ciglio, tutti a battere difendere e ribattere sul Magico e Immarcescibile Giglio. E questo è il risultato, ‘sta bella solfa, un cacando Rossiniano fino all’acme e all’altro giorno. Una colossale presa per il sederino, per la Severino, per il culto dell’impunità e della legalità presa per carta da culo.

Del resto. Tangentopoli ha 25 anni ma è una creaturina, una vecchiaccia-bambina, è come non ci fosse mai stata. Una neonata, una mai nata, e contemporaneamente una cosa vecchia e abortita. E aborrita, soprattutto. Dal richiamo della foresta pietrificata — Dedipietrizzata, come diceva una volta la cricca Craxiana oggi VerdinoRenxiana — che ha ululato di gioia in aula al Senato e in faccia a un paese stremato. La macchina del tempo e del fango, la DeLorean dello schifo e dell’impunità guidata da questi Caf Doc di Ritorno al Futuro ma passato come un guaio — che meraviglia! Solo un po’ peggio, solo un po’ molto: perché quest’ammucchiatona oggi non soltanto ha margini di riuscita, ma a differenza di vent’anni fa è ben vista come argine al populismo anche dall’intellighenzia de sinistra più in vista, anche se più cieca e più fallita. Stampubblica, Pronto SoccorSera, Il Sola24 ore: tutti a tifare, sotto sotto, per una soluzione sotto banco, sopra la testa dell’elettore e parecchio sotto ogni decenza. Dopo Augusto, riabilitiamo/riesumiamo Silvio: e, dopo le elezioni, vai d’accordo e d’amore per un augusto governo Renzusconi. Chi una volta tifava per le procure adesso tutto in una volta scopre che le procure hanno il tifo, sono appestate, pericolose, amminchiate colla corruzione. Che, per carità, è un problema: ma combatterla non è la soluzione. Meglio ignorarla, introiettarla, indorarla: come una pillola, o un suppostone di governo di coalizione; meglio ancora un ridente governissimo a 24 carati e a 48 denti cariati, un governo di coalizione da Tiffany. Perché — tanto per cambiare — nel paese del trasformismo c’è tanto da cambiare: purché sia solo un cambiare maglia, idea, campo. Restando però sempre in quello psichiatrico. Un ragionamento che non fa una piega — ma ne prende una di convenienza sfacciata, di tasca e di pancia fino a diventare un ragionieramento. Un calcolo alla buona — facile da fare — e nemmeno doloroso alla cistifellea. Siccome non puoi sconfiggerli, fatteli amici; siccome hai debiti di banca o di riconoscenza ad affliggerti, fatteli piacere pure se sono amici degli amici. Se il termometro dice 40 di febbre, digli di non rompere. Anzi rompilo che ti passa, o quantomeno non ti scassa. Eccola, la ricetta da medico della mutua — l’unico consigliato per l’Italia che non muta. Nel paese sfiduciato, sfilacciato, sfilettato e sfiancato dalla crisi (finanziaria e nervosa) non solo stravince la corruzione — secondo questi signori editorialisti strabici e stratosferici, convince parecchio la rassegnazione. Facendo finta che sia buon senso, e il realismo-berlusrenzismo politico una buona forma di governo della stagnazione. Fra Grillo e Salvini, un Renzusconi da calma piatta ed encefalogramma di più sarebbe il male minore… Che in Italia però è sempre il male migliore, quello con cui credi di tirare a campare: eppoi ti ritiri ad accampare scuse sul fatto che forse, sì, abbiamo sbagliato a dargli fiducia ma per carità, eravamo in buonafede e buonissima compagnia. E si sa, da noi le compagnie sono tutto: malcostume, magno gaudio…

Però questo m’illumino di Minzo in spregio a tutto — questo atto fondativo e affondativo di un’istituzione della Repubblica by Chiquita — almeno un pregio ce l’ha, dopotutto: mette in (cattiva) luce il disegno. Goffo, da bambini accaldati e manco tanto svegli, coi colori e i calori a (bruttissima) cera. Il Pd — secondo certi scienziati erede di un partito comunista mai pienamente democratico — colla scissione degli sciancati e palindromi Dp diventa un bel partito Democristianocratico. Al centro del sistema neoproporzionale, della palude totale, dove con tre partiti al 30% un Alfano con ben il 2,8 può diventare Principe Ranocchio e sasso nella Stagnazione Nazionale. Lui e quelli come lui. Sanguisughe che ciucciano voti qua e là, che pongono veti e prendono i posti per fondelli e le Poste per i fratelli, ma che diventano santi e martiri della Governabilità. Si preparano tempi così: cupi, da vampiri, da fare i conti NcDracula cogli Alfani a pecora che diventano (Maurizio) Lupi. Non per niente l’Ncd s’è sciolto — forse perché qualcuno l’ha lasciato fuori dalla cripta fino all’alba... — e si ritorna a parlare di giustizia a orologeria: però di marca Rolex, recapitato al figlio del ministro per la brillante laurea in ingegneria.

Ovvio che in natura e tantomeno in politica l’Ottimo non si può avere perché non esiste — ma che esista solo il Pessimo, e che oltretutto uno non possa manco averlo in odio… Se si vuole più bene a papà o a mammà non si chiede, ma almeno si chiederebbe di non dover volere più male minore al pappone o alla mammana.  

Invece no, pare che non si possa: appare tragico, ma toccherà scegliere fra una di queste posse. Insomma, tolta la scelta resta solo l’imbarazzo. L’alternativa è o la Prima Repubblica, o prima della Repubblica; o la Demagogocrazia cristiana a palle mosce, che abbiamo detto, o la Ducecrazia Musso e Mouseliniana a braccio teso su mouse e moschetto. Con Beppenito Grullosini che dal balcone di piazza Venezia al listone di Genova piazza ragionieri Fantocci come se non fosse un’abuso ma solo un’inezia. Circo e circostanza elettorale che danno grande esempio di democrazia digitale, ma semplificata, ridotta a un solo dito — medio, in culo, l’uno che vale l’ano di tutti quelli che non ci stanno. Beppenito mette e caccia chi dice o disdice lui, e per chi alle comunarie clicca per gli altri ciccia e cazzi suoi. La democrazia ha delle regole, Beppe è il garante delle regole, quindi lui è la democrazia. SilloGrillismo aristotelico, autentico e autenticamente Egocratico. Un po’ Casaleggio e associati, un po’ Casapound appena appena più puliti.  

E quindi. Ricapitolando, la nostra scelta — ridendo e scherzando — ecco su chi dovrebbe cadere, e non ricadere addosso solo con una botta di sedere; ecco a voi — e ahinoi — su chi staremmo ricedendo, ricapitombolando, ri-capitolando alle prossime elezioni.  
O i Fantozzi e Fantocci alla Raggi, o il Razzifascismo Ruspante e Sparante di Salvini, o il Bargiglio Magico del gallissimo trio Renzusconi-Verdini. Un rosario di scelte che pare un rosaio da sciolte: dove accucciarsi con scheda e matita, con vari cespugli d’ortica o di Tabacci-Pisapia con cui dopo darsi una pulita. Bello, no? In prospettiva un discreto governo di cacca, e allora godiamoci quello di plastica — o angioplastica, visto che appena nominato per l’emozione o l’angoscione a momenti gli parte la pompa — di politica tarocca, del discreto e quasi invisibile Gentiloni. Un governo più che di scopo: di scopa e di ramazza, che non sporca, che raccoglie i cocci e i cazzi amari di chi viene prima, di chi sbanda e sbanca Etruria per non averci capito una mazza.
E anche noi, non ci capiamo; non ci risolviamo, non decidiamo: ‘sto governo che vuole dare il Daspo preventivo ai senzatetto e agl’immigrati imbrattatori, ma il cinque esortativo con un 100mila forfettario ai senzavergogna export ed evasori; che è solo sforamenti di conti sballati, fallimenti e sfollamenti di terremotati; che non riesce a pagare i bonus-mamma, perché ancora deve ripagare il bonus-malus babbo Renzi; ‘sto governo, ci domandiamo e non ci decidiamo, è più inutile o più dannoso? Bella domanda, da brutta risposta.

Ma questo è il Papaluto; e noi non diciamo/domandiamo/decidiamo solo questo. Il piove governo ladro non è per noi: il governo ladro piove ma non dal cielo, e al massimo risale dal cesso che siamo (anche) noi. Ohhh sì. Dal paese che segue fedelmente il suo bel Piano Regolatore, fighissimiticamente il suo Rigopiano demolitore.
Già dimenticato? Dopo due mesi di teatrino dell’orrido e di tivù-indegnità sul dolore, di militari-eroi da Ballando colle Stellette, di coppie di fidanzatini diventati amori vip dalla teleferica al televoto pronti per l’Isola dei Nevosi, svergognate esibizioni da Tu sì que Franes… Ecco, si scopre che l’hotel lì non ci poteva stare. Ma che — all’italiana, alla kamikaze — si era riusciti a farcelo stare. Aggirando l’apposita commissione di controllo. E rispondendo — quando c’è la frana e tu telefoni per segnalarlo — che è uno scherzo, ché la mamma degl’imbecilli è sempre incinta. Perché a noi in Italia c’ammazzano quelli intelligenti. Noi, il paese più furbo del Terzo Mondo: in cui si muore ancora di maltempo o di protezione incivile. Perché da noi, e da sempre, malfunziona così.
Per la stessa regola plumbea per cui negli ospedali da manicomio i malati stanno a terra da Palermo ad Acerra, mentre medici e infermieri assenteisti sono sulla terra — rossa, del tennis. Per lo stesso principio fondante e affondante la nostra Repubblica lì nel nostro Senato. C’è una regola, c’è un controllo, c’è una remora? E a che serve? Ingombra, ci sta sulle palle e ci stanca l’amico l’elettore o il parente, non ci fa comodo anzi e ci fa ombra. Via tutto allora, alla malora tutto: che sia il cartellino, il controllo, o la legge Severino. Avanti gli evasori di carriera, gli escursori in orario di lavoro, gli eversori che come carriera hanno il non aver mai fatto un lavoro. E’ il discorso della febbre — rompiamo il termometro, e per misurarci la febbre in culo poi ci mettiamo un ombrello…
That’s Italy, That’s Ammore: for Incivility!
Ma quali regole, padroni mattoni e pistoloni a casa nostra: di noi tutti padri di famiglia tanto buoni, e lì fuori dalla porta tutti gli altri mostri! Calma e sangue freddo, ché il nostro Karma non è ammazzare a sangue bollente. A meno che non lo siamo anche noi, tutti gli altri non sono mostri. Perché — come ricorda il noto politologo e filosofo della Scienza del Lifting Umberto Tozzi — Gli Altri Siamo Noi. Mostri? Dopo tutta questa ubriacatura di bugie inopportunismo politico e violenza, ai postumi l’arduo post-sbronza…