giovedì 1 dicembre 2016

DICHIARAZIONE DI VUOTO

Poche idee, zero ideali, ma in compenso tutti confusi: con bassi e crassi intenti politico-elettorali. Un treno da prendere al volo — possibilmente in faccia. Un’occasione che passa una volta sola — ma cogli scarponi chiodati — sul cadavere dell’Italia nata dalla Liberazione e dalla Resistenza. Cambiare è bene, cambiare in meglio è meglio, cambiare tanto per cambiare è puro tanto peggio tanto meglio. E per noi del Papaluto potrebbe anche finire qua.
Ma siccome una mezza idea sul disastro e mezzo che ci propongono ce la siamo già fatta, per il 4 dicembre abbiamo il nostro personale quesito: fa più ridere per non piangere il sistema che usano (le regole di tutti scritte da uno, però eletto da nessuno) oppure fanno più piangere dal ridere le balle che impiegano per darcela a bere, ad approvare, ad abboccare? L’elenco è lungo, la risata è grassa, il trucco è vecchio che manco quello di una vecchia vaiassa. Gente da mandare a cacare, mandando più gente possibile a votare. Ovviamente, convintamente, semplicemente No. Però però però. Di questi tempi escrementizi il buonumore non è mai abbastanza, e allora vediamo lo stesso di ricapitolare: rivediamo i motivi per cui dovremmo lo stesso capitolare.
Innanzitutto, le minacce. Bisogna dire Sì: altrimenti arriva Al Baghdadi con Al Sisi, l’Italia esce dall’Euro, magari entra nell’Isis… Eppoi, si sa, con il No i mercati impazziscono, i risparmiatori impoveriscono, le banche falliscono. Insomma, va tutto a monte — ma non dei Paschi, ché tra Siena e Arezzo anche senza il No con questi abbiamo già dato. Anzi preso: in culo e ai risparmiatori, ma guai a chiedere conto (corrente) alla riformatrice Boschi o a uno dei suoi genitori. Ma che c’entra, che c’entra? Questa Riforma è l’ultima spiaggia, altrimenti arriva la pioggia — di sangue, di cavallette, di Grillo. La Boschi-Verdini è una porcheria per certo — ma per certi (non tanto) piccoli porcellini una porcheria assicurata è una porcata rassicurante… L’incertezza, ecco, il dramma è soprattutto l’incertezza: in nome della quale dovremmo vidimare senza vomitare questa tragicommedia di riforma: anche, soprattutto se è una schifezza.
Roba ambiziosa nelle intenzioni, pasticciata pretestuosa e pericolosa negl’intenti di certi zozzoni. Velocizzare velocizzare! Vuoi mettere che bello andare di male in peggio, ma andarci velocissimo?! Vuoi mettere che male ma che bello, farselo mettere proprio lì l’ombrello? Modernizzare modernizzare! Negli Usa la Costituzione è lì da 250 anni e non la getta nessuno, ma gli americani che capiscono: gli piace più il Colosseo o le quattro pietre del Bernini, anziché un bel quartiere nuovo di villini o magari i 47 articoli della Costituzione demoliti da Verdini! Basta titubare, bisogna cambiare: bisogna tubare come colombi con chi vuole spennarci come polli, depennarci da urne ed exit poll, dematitarci del lapis del seggio con cui mettergli sopra una lapide. Un cambio di passo? Piuttosto una cambiale a qualche ladro di passo. Cambiare marcia — anche se è solo cambiare di marcio. Da un’inefficienza all’altra. Scopa nuova non scopa meglio, ma fin quando non ti accorgi dell’imbroglio… Hai già detto sì, lo voglio! Proprio necessario, imprescindibile, irrinunciabile. Come il Matteo con relativo Vangelo. Anzi, Bibbia. O diluvio di consensi, di consen-sì senza manco una protesta, o il Diluvio e basta. O forse no. Dipende dal giorno. Se è quello in cui personalizza tutto attizzato il referendum, oppure quello in cui spersonalizza e si calma perché i suoi Carrai e burattinai gli danno il valium. Se perdo vado, anzi resto, anzi c’è il governo tecnico o forse le trombe di Gerico. Prego Italia, vuol ballare con me? Grazie, preferisco di no, non scambio il fango per paté… Grazie, prego, prego grazie scusi tornerò! Si sente l’Imperatore Adriano, ma nell’aria più che altro sembra di sentire Celentano. Sarà per i suoi 24mila baci di Giuda con Verdini, ma il Montato si sente in cuffia il Molleggiato. Figo, rock, chiarissimo caso di Sopravvalutescion. Marx è morto, ma se io non mi sento tanto bene al referendum la sinistra europea e mondiale è morta pure. Perchè da rottamare per finta a delirare sul serio è un attimo. Referendum perduto, progressismo uguale. Le grandi conquiste della sinistra italiana — dalla Bolognina alla pecorina, da riformista a renzista a catastrofista.

E queste sono solo le minacce. La parte divertente. Coi renziani in stile Adam Kadmon che — in concorrenza colle scie chimiche e lisergiche nel cielo pentastellato — ti mettono in guardia e nell’urna i rettiliani. Roba da oggi le comiche, domani le isteriche; cosette poco serie, da cabarettista al governo ma tra poco si spera in ferie. Poi però ci sono le promesse — che meno sono serie e più sono gravi; che più sono ragguardevoli e più sono spregevoli; che più sono senzazionali più sono irreali, irriguardose, illusorie, quasi criminali. Vota sì e a Catanzaro Taranto o Marano ti curano bene come all’estero o anche solo a Milano: un sì, e il miglior medico al sud non è più il dottor Ryanair o Trenitalia, con un biglietto di treno e da visita per Milano Centrale o Parigi Bercy. Un voto che non è neppure sulla pelle dei malati — è farsi direttamente le borse di voti in pelle di malato. Anzi in palle, sul malato. Bugie, chiacchiere — chiamatele come volete, sempre dolci cazzate di questo atroce Carnevale sono. Palle in canna, secondo i meglio costituzioRenzisti da mettere sparate pure in Carta. C’è tutto. Più soldi, più salute, più scuole: forse persino un po’ più di figa, che quella sempre ci vuole; basta ingiustizie, basta burocrazia, e soprattutto basta cellulite e calvizie; no alla casta, sì alla tua asta più lunga e più tosta. Il regalino al pensionato settantenne, la mancetta al neodiplomato diciottenne, dopo tre anni persino l’aumento al metalmeccanico-nemico Fiom: e con tanto di accordo solenne! Mancano solo i 3 semplici trucchi per dimagrire colla dieta della Sacher che i medici non vogliono dirti, e i 3 segreti dei pornodivi per indurirti. Ma solo perché i conservatori, gli antistorici, i sindacati e la vecchia sinistra nostalgica vendicativa e poltronara non gli hanno lasciato tempo. Venghino signori venghino al circolo politico Barnum, votino Sì-signori votino al circo del Referendum! 
Guarigioni dal cancro e persino dal diabete, guarnigioni d’infermieri funzionari e senatori che lasciano il segno anziché lasciare segnato da pagare a noi e manco a rate, il tutto con guarnizioni di sorrisoni top e no stop: un po’ marca Durbans un po’ col marchio dell’ebete in chiodo e jeans. Promesse elettorali, buone giusto per chi ha buone premesse di minorazioni neurocerebrali. Lo sappiamo tutti, anche se fingiamo d’accalorarci tutti mentre ci pregano di accalcarci tutti alle urne domenica prossima. Basta un Sì, no? No, invece, così basta con Matteo lo stalker del Sì… Livello bassissimo. Troppo, persino per l’Italia dove il peggio non ha mai fine: anzi è un fine, e comunque non è mai un intoppo. Una fattoria di fattori meno umani che animali. Bulletti Vallespluga o Valdarno di là, Grillo sparlanti di scrofe urlanti con maiali alla si (o No) Salvini chi può, di qua. Eppoi tutti appesi all’ultimo sondaggio, ai reporter da riporto, al giornalismo d’accatto se non da accattonaggio. Avanti il Sì, avanti il No? Ma tutti indietro, e indietro tutta! Vada come vada è sempre roba da Vade Retro. Ma c’è di buono che fra una settimana sarà tutto materiale per la letterina a Babbo Natale anziché per la schedina referendaria o la tabellina da calcolo elettorale a babbo morto. Molto rancore per nulla, comunque. Troppo spendersi a destra e a mancia senza risultato — qualunque esso sia. Cambiando in peggio la Costituzione non cambia in meglio l’Italia; se non si cambia la Costituzione non è che non si possa cambiare in meglio l’Italia. I problemi sono altri, il problema siamo noi per primi, noi come cittadini, non sempre gli altri. 
Non è scassando i termometri che passa la febbre, non è rompendo gli specchi che risolvi, che eviti di guardarti in faccia, che possiamo evitare di guardare alla nostra feccia. L’Italia ha le febbre alta, la fede nelle istituzioni bassa — ma il problema non è la Costituzione, la cura non è cambiare la Costituzione formale o materiale: il guaio è non riuscire a cambiare la nostra costituzione innata, di una comunità che sembra una San Patrignano allargata, solo formale e intossicata, fatta come una pigna di cattivo materiale. Umano, politico, culturale, alla fine sempre clientelare. Opportunismo, clientelismo, leguleismo più che legalità, paralisi familismo e paraculismo in tutta omertà, impunità, disparità. Non è che li puoi cambiare per legge, né la legge fondamentale può cambiare per far finta d’aver cambiato le nostre cattive abitudini, le nostre male attitudini, le nostre pessime fondamenta. La riforma migliore non può nulla contro un degrado umano e istituzionale nella sua forma peggiore. Figuriamoci questa, che vuole riscrivere qualcosa scritto dalla parte migliore del Paese: perché glielo ha prescritto la parte peggiore dello Strapaese. Vecchi arnesi, nuovi parvenu valdarnesi, poco liberi docenti pure poco decenti, vip, nip, il regista sovvenzionato e battuto alla cineasta degli assegnoni ministeriali; massoni, magliari, ministri tedeschi e gran maestri loschi, finanzieri, fanfaniani e ballerine, verdiniani colle ballerine, ex macellari rifatti a banchiere, rassicuranti ex ras craxiani che vogliono piazzare azioni culoni e mogliere. Signori e signori, il comitato d’affari per il Sì! L’inquisita di cozze, l’impepata canaglia, quelli che chiamano gli altri accozzaglia… Il presepe col bue che dà del cornuto all’asinello.
No perché, No: perché alla fine conta anche chi le fa e le giudica, le cose. Ad Armani fai fare i calzoni, ma mica al forno; a Giovanni Rana e Farinetti gli gnocchi, vista l’età e viva il viagra forse qualche gnocca, ma mica di fare i giovinetti; a Dolce e Gabbana non chiedergli di fare né gli gnocchi né gli etero, ché a loro piace il calzone con dentro il raviolo, e farsi bei giovinetti… Beati loro, ma non è che se mi parlano di neurochirurgia io mi scolo quelle parole come oro.
Un fatto di competenze, di preferenze per il filone la costituzione o il cazzo, che da noi inevitabilmente diventano competenze da culo e giudizi a cazzo.  
La Costituzione è fuori moda — l’ha deciso questo bel comitato di saggi, espertissimo in tacco 12 per sfilatone da gran serata o in anni 6 di reclusione per associazione segreta. La Costituzione è vecchia e brutta — e te la rifà quel bell’uomo giovane di Denis, te lo dice Sergio, che da 20 anni fa la sempre nuovissima e bellissima Punto. Basterebbe questo, bastano questi, per dire che un Sì non basta. Che con ‘sto Sì, ‘ste Punto, st’imbroglioni Tipo, a ‘sto Punto con ‘ste pippe mentali e industriali a motore anche basta. Da Briatore a Sorrentino alla neolaureata a quarant’anni Lorenzin, tutta gente che di Costituzione ne mastica. Peccato che poi la sputa assieme ai loro giudizi. Testimonial credibili mai importuni e simpatici, che ti si attaccano al citofono al pretesto e al televisore a tutte le ore — Testimonial di Geova, ecco. Marchionne dice che questa riforma deve vincere perché fa vincere l’Italia. E se lo dice lui che sia di vincere (chiedete alla Ferrari, diventata leggermente meno famosa e più sgasata dello spumante…) sia di Italia (vive in Svizzera e ha portato l’ex Fiat in Olanda per le tasse e in America per i trans di Lapo..) se ne intende, bisogna credergli. Come del resto a tutto il piccolo coro del Renzino d’oro, dell’oro Zecchino di questi che intonano e intascano oro. Non avendo argomenti, tirano fuori nomi belli luccicanti. E allora mettiamola su questo piano — anche se sembra il piano di Rinascita Democratica di Gelli...
Parliamo di persone. Fra De Gasperi e De Luca? Fra Terracini e Verdini? Fra La Pira e un Marcello Pera?
Parliamo di associazioni. Fra l’ANPI e l’ANP2? E fra Libera e la Schiva Schiava d’Amor Paterno per le banche Maria €lena Boschi? Parliamo, parliamone: parliamo parliamo, ma di che cazzo stiamo parlando?!
Di uno Zagrebelsky che vale come uno Zagor dei tipi più loschi, come Alfieri il sindaco di Agropoli che parla come lo zio della cresima con addosso troppo whisky?!
Di Prodi, che la riforma gli fa sì schifo ma per dispetto vota sì solo perché D’Alema — l’eterno nemico del Faid Club —  non può fargli più schifo di così?
Parliamo, parliamo: ma perfavore non parliamo di Riforma Utile al Paese.
Tipo l’Italicum, la legge elettorale più bella del mondo, che in un attimo è stato messo da parte e dichiarato immondo, una questioncella da affrontare dopo il referendum? Tipo il Senato abolito, magari come le province: in cui solo il voto democratico diretto, è abolito, e il fotti fotti che prima vinceva adesso stravince? O i 47 articoli della Costituzione cambiata come ha cambiato l’Italia l’abrogazione dell’articolo 18, che stranamente non ha significato l’abrogazione del precariato né il licenziamento in tronco della disoccupazione?
Ma per carità, anche di patria, lasciamo stare: ci sarebbe da lasciare anche solo la nostra, che fa pietà. La discussione è solo un depistaggio politico, un pestaggio istituzionale e mediatico. Corruzione, ingiustizia sociale, inefficienza, evasione a mille e zero istruzione. In Italia ci sono problemi urgenti, scottanti, addirittura brucianti. Ma la casa, non la Carta, brucia. E mentre la casa brucia tu spegni l’incendio o accendi l’incenso? Pensi a spostare i pilastri, a rifare le fondamenta, a legislare impiastri? Vedi il fuoco e chiami i pompieri, rispondi agli allarmi sociali, o aspetti gl’ingegneri istituzionali? Attegiamento pazzesco, patteggiamento col farsesco. Tutta una farsa, una falsa partenza, una farsa di discussione in partenza.
La verità è che in Italia parliamo, ma come si parla in Italia, per come lo diceva Sciascia — senza verità. Fingendo di parlare del merito, quando il merito è solo un pretesto: per non parlare delle cose importanti, dell’eventuale demerito nelle cose sovra e sottostanti, anche disturbanti — insomma, del Contesto. Proprio quello di Sciascia, quello sepolto ma sempre vivo e non morto come lui, di quello che adesso si tralascia. Invece noi vogliamo tralasciare tutto il resto, non il resto di tutto il chiacchiericcio. Per chiederci non se votare Sì o No (ché questo se non siete svelti di testa come Di Maio in storia e geografia, dovreste averlo capito…) e neppure perché votare No (per le ragioni Di Maio e di prima). Ma per chi, votare no. Che non è quello che — se ancora lo fate — state pensando.
Vogliamo essere giusti, ci piacerebbe essere veri, o almeno vorremmo provare a essere sinceri. Quindi lasciamo stare l’Ipernominato sin qui, l’infoiato e infognato sull’Arno e sin qui in una Riforma non sua. Perchè sul Renzerendum l’accusa di personalizzazione c’è, ci sta, ed è giusta. E’ solo la persona, che è sbagliata. Trattasi infatti di ReGiorgerendum. Il mandante del Matteo infestante ma non più tanto giulivo e festante è lui. Questa lagna della Riforma è tutta di Lacrime Napolitano. Il Presidente e Fottipiangente Emerito. A tirare i fili, a tirarci il pacco. Sempre lui. Il capintesta con in capo abbastanza cervello — più di Matteo, Mattarella o qualunque altra testa di legno massello. Che ha deciso di decidere che le sorti della Repubblica sono decise; che l’Italia delle Resistenza è nata e deve morire con lui; che ha perso le speranze per la democrazia rappresentativa, anche questo è un fatto che è meglio non far sapere all’Italia; che forse ha nostalgia dell’amato e ammirato patto di Varsavia. E allora ecco che i cammellati di Stallio Renzi sono per lui i cingolati di Stalin a Budapest. L’atto di forza — di non coraggio — che serve. Per pettinare il paese in direzione del pelo, del Pil, del cchiù pilu pé tutti. Basta con tutta questa democrazia parlamentare, facciamone una piu’ agile, con una sola camera: però di commercio locale, di mercato delle vacche, vaccomerciale. L’Italia è oramai una democrazia matura, che in quanto tale ha bisogno di un’oligarchia che la guidi più che matura — proprio marcia, una cosa putiniana, da democratura.
La Riforma è tutta merito di Giorgione; la Deforma, nel demerito, è tutta di Napolitano di Borbone. Scritta di suo pugno — chiuso — di vecchio Stalinista anti-Berlinguer diventato neo-Renzista. Che da ragazzo aveva come idolo Josif, e che da vecchio sarebbe l’idolo di The Donald. Perché non vede, non crede che la democrazia abbia troppi problemi — anzi  — il problema è solo uno: troppa democrazia. Accorpiamo, snelliamo per finta, sventriamo per sempre. Togliamo il potere al popolo, diamolo ai populisti, non ascoltiamo quanti chiedono un repulisti mentre tutt’attorno già sentiamo il fascio sul collo di xenofobi, idrofobi e cani rabbiosi lepenisti. E la ricetta — in attesa dell’odio di ricino — è la dolce Elenina. La cagatina di riforma Bosco-Verdina. Non affrontiamo i problemi reali, incartiamoli costituzionali, facciamo un pacchetto legge in carta costituzionale da regali. E qui siamo al punto. Dolente, ma forse anche dirimente. Pertini diceva A Brigante, brigante e mezzo. Questi Verdini, questi sbertini, questi che hanno pure il coraggio di tirare per la bara i partigiani e Pertini, dicono: siamo una brigata intrigante, in tutto e su tutto brigante, pur di non levarci di mezzo. Anche ad appaltare l’Italia ai più bassi figuri, ai meglio sfacciati, ai più acuti appetiti. E la famosa camera delle autonomie piena di amministratori inquisiti ma immuni, eletti solo dalle camere penali che cos’è, se non l’esemplificazione del concetto, la pianificazione della Qualunque nelle Istituzioni, la puttanificazione dell’Italia appaltata ai Cetto?! La Riforma in sostanza è questa. Non più l’uomo forte, ma l’elettorato più debole, in balia e in fila dall’ometto più forte a chiacchiere. Ma pure a fatti, misfatti, cene e banchetti. A offrire in cambio di un Sì fritture di paranza, per un bacino alla francese o all’agropolese grosso così di voti forniture e appalti alle paranze degli uomini di panza e sparanza. Cazzu cazzu…

Solo che Albanese sul set fa finta, De Luca e Alfieri in voti percentuali fanno sul settanta-ottanta. E facendo ridere fanno sul serio: fanno anni di governo, fanno danni sul serio che manco la grandine d’inverno. Come dappertutto, come il terremoto nel centro Italia, l’ennesima prova del centro incosciente e immoto di potere in Italia. Scuole appena ristrutturate che crollano, palazzi che di antisismico certificato hanno solo le mazzette, fondi destinati alla prevenzione stornati per feste sagre stornelli e canzonette. Dal Belice all’Irpinia alla scuole di San Giuliano di Puglia, al prossimo lucroso sisma su cui far scattare le mandibole e la quadriglia delle malversazioni: a tutte le prossime date di questo fantastico tour nazionale dell’incoscienza, della delinquenza, delle spartizioni. Amministratori — ammazzatori? — locali sparsi, plurieletti, mai scarsi di voti in tutta Italia. Nell’Italia tutta in mano a Vice-Re minori ma in do ut des maggiore del consenso clientelare, affarista, votoscambista. Non tutti sono così, chiaro; ma ci basta pensare a certi Napoleone napoletani calabresi o anche valtellinesi del consenso, da farci dire tutti tutti no, ma Bonaparte…
La peggior classe dirigente locale di tutti i tempi che deve diventare digerente nazionale, di tutti noi. Con tanto d’indennità, immunità, indegnità parlamentare. Ecco per dire, noi Sergio Pirozzi — il sindaco di Amatrice che denuncia Charlie Hebdo per le vignette anziché denunciare le complicità e le atrocità in cambio di mazzette — abbiamo il sentore che senatore anti o a-democraticamente eletto non lo vogliamo. Roba da matti, da mattoni, pensata da massoni e promossa da chi è facile s’imBoschi milioni. Niente Foratini all’Amatriciana o Fritturoni Mesti alla Salernitana per noi: che colla nostra penna all’Arrabbiata non contiamo né cantiamo, ma portiamo la croce. Sul No. Sul Nostro avvenire, convinti e fiduciosi che il peggio debba ancora venire. In ogni caso, con ogni genere di casino, che il futuro sia renzista salviniano o grillino. Comunque — sebbene non ovunque, né per chiunque — oscuro, nebuloso, massofasciomafioso. Verrà, ma non senza Resistenza. Verrà, ma senza la nostra acquiescienza. Verrà: magari per qualche Cosa Nostra eventuale e varia, ma mai per qualche colpa nostra consapevole e volontaria. E non ci faremo sviare, distrarre, svilire, disgustare da chi oggi le fa da scudo anche se non da oggi la Costituzione gli fa schifo. Da chi la difende per calcolo senza nemmeno saper fare di conto, solo qualche orecchiato e interessato racconto, da chi l’incensa ma poi l’ignora. Meglio votare giusto con Forza Nuova, che votare giusto per interesse o rassegnazione la nuova forza di (sotto)governo. Ben sapendo chi siamo, sapendo bene dove siamo. Italia, Land of Quattro: Cantoni. Gente che gioca a nascondino, a buttarla in vacca, a non restare con in mano il cerino. Chi oggi si sputa addosso veleno, domani firmerà un nuovo Nazareno. E se il sol dell’avvenire grillino è quello che fa vedere i suoi primi Raggi a Roma, nella notte pentastellata di vittoria e della Repubblica le stelle saranno molte meno di 5: e anche più false delle firme di Palermo. Ma non importa, se noi avremo ancora la Carta (anziché la Casta) costituzionale. A maggior ragione: avremo fatto bene a non accettare il minimo torto, alla Costituzione. Quello che hanno scritto i padri andrà benissimo per i figli — specie in confronto a quello che hanno scritto certi nostri figli o nonni di… Matteo, Silvione, Re Giorgio da Borbone. Spendetevi, scannatevi, sbattetevi su fronti diversi — eppoi, oppure, eppure alleatevi, ché siete gli stessi. Ma noi pure siamo sempre gli stessi — diversi da voi, Berlusconi o berluschini sempre pronti all’attacco dei Berluscloni. Tipo questa riforma, gemella diversa, versione light bio lefty da mercato delle vacche iniquo e speculare a di quella di Silvio del 2005. A cui noi infatti abbiamo già detto no una volta — a cui noi diremmo e diremo no mille volte. Preparate altri colpi di mano o addirittura seminuovi colpi di Nano, per domani. Ma per oggi e per sempre, a un tentativo come il vostro, noi avremo da rispondere coll’esclamativo che sentiamo forte chiaro  e nostro — No! Eccola, la nostra dichiarazione di vuoto. Dopo cui forse non verrà niente di buono, ma questo no è già qualcosa — di buono, e comunque meglio di niente. Del vostro, niente: da dire, da offrire, da non potersi soffrire.




lunedì 27 giugno 2016

GRAN BRETAGNA, GRAN MICRAGNA

Così tenero che si taglia con un Torino, con Fassino non abbiamo più una banca Intesa al Comune, #Ciaone, #StaiTerreno… Insomma, amici Papalutisti, noi il pezzo su Renzi che deve tornare coi piedi per terra perché i suoi consensi ci stanno abbondantemente sotto, ce l’avevamo già pronto. Una politica miope personalista e clientelare, tutta ragionieri affaccendati e faccendieri che non vogliono ragionare, una Deforma Prostituzionale con un referendum personalizzato e imbarbarito, una visione istituzionale della Repubblica che consiste nell’amministrare un condominio e nell’assicurarsene il controllo o il dominio anche grazie a Stampubblica. Questo volevamo scrivere, ma invece… lo scriviamo uguale. Stesso post allibito, diverso il posto. Allargato.

Gran Bretagna, grandissima micragna. D’idee, di passione, di generosità, di visione. Colossale tirchieria, povertà di slancio su temi come la povertà, la giustizia sociale, l’integrazione, il progresso ma anche lo sviluppo della nostra arrogante e morente civiltà. Una classe politica che non si assume nessuna responsabilità, nessuna impopolarità: irresponsabilità massima e popolarità ai massimi, ecco la ricetta o il ricettacolo di questa politicanza propagandista e infetta. Meglio indire un referendum, che dire al proprio elettorato che colle balle non si può andare avanti ad libitum. Se non tutto si può fare, almeno tutto si può dire, raccontare, narrare. Meglio un nuovo populismo oggi, che una gallina o un’intesa più vicina domani. Non si negozia, si ozia: ci si adagia sulla rabbia e sulle rendite. Su tutt’e due i lati della Manica, eh, dove dentro non ci sono più assi. Né politici, né istituzionali, né tantomeno e tanto peggio culturali. Dove prima c’erano gli Spinelli ora c’è gente che sembra se li sia fatti, gli spinelli. Tranquilli e pacifici nel loror rock&rolla, mentre la costruzione europea crolla. Briganti, ignoranti, gigadementi dove prima sedevano giganti. Tutti presi da calcoli affaristici e personalistici, che alla fine danno mal di panza come fossero colicistici.

Brexit, insomma: con una somma che dà un totale — sconforto. Il Regno Unito è il Regno Uscito: dall’Europa, e che ne uscirà malissimo e comunque diviso. La Gran Bretagna è uscita dalla Ue, ma i suoi sondaggisti entreranno nella storia. Per far capire come sono combinati anche lì, oramai, i loro Exitpolli da rubagalline c’hanno mandato a letto col Remain avanti di 4 punti: ed è finita esattamente col Remain con 4 punti di scarto, ma sotto. E se coi numeri iniziano a fare cilecca, dopo ‘sto numero finisce che devono chiudere baracca. Il famoso fiuto inglese per gli affari ha il cimurro, nei loro conti c’è un grosso sgarro: i loro bottegai hanno fatto la botta anziché il botto, e non solo per la sterlina e i bot. La rabbia e il portafoglio sono valori fallaci, accecanti cazzate vendono che vendono bene alla Fallaci. Ma che rendono benissimo solo a Farage e soci. Un bel passo e una brutta botta in avanti, nel processo di disintegrazione europeo. Soprattutto perché rappresenta un darla vinta a chi ha costretto la deputata laburista Jo Cox a dar la vita.

E su questo però bisogna dirsi tutta la verità. La Gran Bretagna esce dopo trent’anni: ma dopo non essere mai stata veramente dentro per un solo giorno. Una cosa talmente ovvia e innegabile, che l’ha capita e detta persino quel bugiardo e ipocrita incurabile di Juncker. Un matrimonio di forte passione: per l’interesse. Londra aveva tenuto la sterlina e tutti i vantaggi: la possibilità di fare una cesina sui mercati , tenendo l’Ue come un taxi cui scroccare i passaggi. Per l’Inghilterra, l’Europa non è una moglie né una partner: è una trombamica, una zoccola con cui tenere contenti trader e manager. Specie per gli assatanati ciucciasoldi come fossero solidi cazzi di ciuccio della Sex and the City londinese, la più grande piazza di pirateria finanziaria legalizzata al mondo. Non a caso, tutta per il Remain. E un motivo ci sarà, ci sarà stato: proprio come c’è un motivo se a momenti la Gran Bretagna non è più uno Stato. Spaccata in due, di qua i ricchi e di là il popolo bue. Cioè la parte di popolazione che vive ai margini delle città e della ricchezza ha votato per il Leave. Gente semplice, incazzata, semplicemente aizzata e abbondantemente abbindolata dai vari Farage e soci senza vergogna, nonché sorci di fogna. La gente che ha votato contro l’Europa è quella che sta peggio: ed è la stessa che, senza Europa ma senza dubbio, starà ancora peggio. In Inghilterra la politica dei conservatori tutta tagli delle tasse ai ricchi e delle vene dei più poveri proseguirà — anzi — incrudelirà: e proprio questi, s’inculerà. Con ‘sta bella scelta democratico-demagogica la frangia Faragista euroscettica dei miliardari conservatori alla Boris Johnson gli farà un bel servizio — ma non sociale. L’elegantone xenofobo e cazzaro più unico che raro, nel frattempo, si è già rimangiato che i 350 milioni di sterline risparmiati colla Brexit possano essere reinvestiti nel Sistema Sanitario che i conservatori stanno deliberatamente smantellando. E senza ospedali pubblici, non ne curi mal di pancia: nemmanco politici. Tanto la finanza in qualche modo coll’Europa — se non si risposa — ci si fidanza: e ai britannici sfruttati e sfrattati da xenofobi populisti e fascisti tocca tenersi la panza. Ducetto o scherzetto?

Verità per verità, bisogna anche dire che l’Europa così com’è esiste solo per dare i nervi agli europei e ragione agli antieuropeisti. Un’organizzazione pletorica, retorica, logorroica: paroloni buttati là e milioni buttati e basta; una disorganizzazione emorroidale e gonorroica: che ti brucia il culo per come ti brucia miliardi a cazzo. Due sedi, due parlamenti, nessuna produttività e un fottio di lobbisti che comandano, che cercano ottimi appartamenti e pessimi appattamenti tra Bruxelles e Strasburgo. Pochi che lavorano, molti che s’ammazzano pur di non fare un cazzo. Razzi, la Zanicchi, l’igienista dentale e inguinale Ronzulli… Eroi dell’antieuropeismo europeista ed italiano. Se l’Europa è questa chi di noi, a meno che non ci mangi, non chiederebbe ospitalità all’Asia? Ma i nostri eurodeputati non sono i soli eurodebosciati. Provare per credere, se non credeteci provate. Vederli lavorare non è l’espressione, è la sincera depressione della democrazia. Lenti, indolenti e sonnolenti. Un lavoro sensato e appassionato, il loro: quanto quello di un vampiro vegano. Se i parlamentari Ue — com’è capitato anche con noi — ospitassero più gente nelle visite guidate a Bruxelles, nel continente ci sarebbero meno europeisti che zoroastriani: e in Italia meno filo-Ue dei renzisti che dopo la mazzata alle amministrative si sentono un filo più renziani… 

Sebbene Papalutisti mai contenti, noi ci diciamo Europeisti convinti. Da italiani, però, dobbiamo dire che in Europa ci sentiamo meno a casa che a casino; da calabresi, dobbiamo ammettere che ‘st’Europa è una grande regione Calabria. Sprechi, portaborse, sputtanamento di talenti idee e risorse. L’organizzazione è una costosissima baracca, ma l’Istituzione in compenso è una grandissima baldracca. Manneggiata e magnacciata da invasori fiscali politicanti e affaristi, venduta a capitalisti dittatori e fondamentalisti. Che dà importanza a lavoro e lavoratori, che si dà con iattanza al lavorio degli speculatori. Che non ha valori, in mente: solo in borsa. Che svende la sacrosanta laicità, la libertà di parola soprattutto se non di dio, che chiama santa quindi intoccabile ogni tipo di società chiusa o comandata da una chiesa. Che fa piegare e lascia piagare la Grecia, ma che accetta di pagare la Turchia in cambio del carnaio gestito ai confini colla Siria; che fa chinare il capo ad Atene, ma vuole inchinarsi davanti al capo islamista Erdogan. Che non decide mai, che non recide colle mafie. Che perde l’Inghilterra, ma guadagna le dittature clericofasciste e nazislamiste di Ungheria, Polonia e Turchia. Che non ha una politica unitaria e riconoscibile, un identikit passabile — solo realpolitik immobile e ignobile. Che onora ricchi assassini stranieri e si disamora — se poveri — dei suoi cittadini come degli stranieri. Debole coi forti, debolissima coi deboli forte. Che non vedono una mano d’aiuto: solo l’ennesima mano d’intonaco sull’ennesimo sepolcro bancario imbiancato. A botta di finanza e bail in, l’Europa è arrivata all’all in. Si gioca tutto: e forse ‘sta sberla, ‘sta Sbrexit può essere salutare, salvifica, persino magnifica, come occasione per salvarsi da Salvini e cazzari populisti a raffica. 

La soluzione è senz’altro più Europa: ma un’altra Europa, non questa che non è più una soluzione. Un nuovo patto, non il solito pacco. Fondato su una Carta Costituzionale e politica, non sulla cartamoneta come sola politica. Se l’euro è l’unica bussola sotto il cielo, ‘sta stella moneta diventa ‘na stalla cometa: cadente, puzzolente di pedaggio per alcuni e di vantaggio solo per altri. Club Med e Merde di qua, club Merkel di là. Tutti sulla stessa barca, ma chi in cabina e chi alla sentina. Non è questo il senso, la direzione di marcia così diventa di marcio. Su esteri, fisco, mercati, immigrazione, difesa dei confini ma anche dei diritti e della cultura laica, serve una vera politica comune: non la politica del luogo comune. Tutti buoni, tutti d’accordo, tutti amici e fratelli: tutti mano nella mano, ma poi tutti mani in mano e dito in culo a chi ha il tenore di vita più gramo. L’Europa è un’opportunità storica, non opportunismo retorico. E i veri europeisti devono avere il coraggio di parlare contro l’Europa, anche e soprattutto per scandalizzare i falsi europeisti che sono i veri antieuropei. Dicendo che ad ascoltarli — magari a stomaco vuoto, per evitare incidenti…  — Le Pen Salvini e Grillini sull’Europa sbagliano la diagnosi, ma non l’analisi. False soluzioni semplici e sbagliate: ma a problemi veri complessi e giusti, mica  a cazzate. Il populismo megalomane, edilizio, piromane non serve. Costruire muri o bruciare i Mori non risolverà mai — ma neanche sedare i cattivi umori spargendo falsi amori. Per istituzioni che oramai sono svuotate del tutto, votate da pochi e votate ai pochissimi: come i mesi che forse rimangono per rimediare cambiando, per cambiare tutto senza mediare troppo. Davanti a una situazione che mette alle strette, inutile farla lunga. Occorrono opzioni concrete e credibili, non consolazioni oggettivamente risibili. Se è vero — com’è vero — che a favore del Remain ha votato oltre il 60% di ventenni, è altrettanto vero che è solo questione di tempo. Di pochi anni, di molti danni. Un ventenne idealista e sbarbato diventa un trentenne fascista e disoccupato, se gli dai solo idealità ma nessuna possibilità. Dai fiducia all’Europa fin quando non ne ricevi la prima delusione. Cioè presto ma di sicuro, con queste assurde politiche di Ausyerity e Iniquity. Per come funziona adesso, gli euroentusiasti di oggi sono euronazisti di domani. Invertire la tendenza, o morire di conseguenza.

Sempreché la nidiata di Taleurobani capisca che, se l’Ue è odiata, di bei perché ce n’è una vagonata. Da Bruxelles a Lisbona bisogna cambiare le carte costituzionali in tavola: cambiare la strada errata a costo di prenderne una sterrata, non ostinarsi a difenderla a spada tratta o Trattato. Servono fatti, non segnali di fumo che presto diventeranno di fummo. Altrimenti l’Europa unita, che era il nostro futuro radioso, diventerà il nostro passato sanguinoso. Le divisioni pretestuose miopi e materiali in politica, portano le divisioni militari in casa. Le guerre commerciali alle guerre europee eppoi mondiali. L’Europa è nata per la pace, ma rischia di morire in guerra. Se gli europeisti non si sveglieranno dai loro sogni, presto gli europei si scanneranno per i loro bisogni. O si cambia colle buone (politiche) o si cambia coi cattivi (politicanti). Per incredibile o impossibile che sia, l’Europa disunita e sinistrata la salvi davvero solo con una Sinistra rifondata, unita ed europeizzata.  
      
E dal post generale, siamo tornati al nostro posticino nazionale. Come diceva Tolstoj — romanziere di sfondamento della Russia, a proposito di squadracce fuori dall’Europa con livore e pure dall’Europeo con disonore — ogni famiglia è infelice a modo suo. Quella della politica europea non fa eccezione. Noi ci spariamo ‘sto pistolotto, ma non c’è granché da sperare fra gli articoli del lotto. A guardare il campionario, bisognerebbe chiamarlo Pippario. E quale Tolstoj, per questi nani che abbiamo per la mani ci sta meglio Hugo. I Miserabili. Eppure anche nelle disgrazie, ci sono differenze e ingiustizie; persino nelle sofferenze, alla sorte c’è da dire fanculo o grazie.
All’indomani della Brexit non sono volati confetti, sulla sterlina: ma è nelle borse di Madrid e Milano che c’è stata la vera carneficina. In Spagna per il governo che ancora non hanno e non avranno, da noi per quello che abbiamo e che purtroppo avremo ancora. Cameron con svista ha fatto la cazzata, ma l’Italia che c’ha Renzi il social poco socialista prende la mazzata: che bellezza, la politica globalizzata! Ognuno ha il ceto politico che si merita, e se noi italiani c’abbiamo un criceto impolitico nel cervello, peggio (e i peggio) per noi. Ci sono semplici disgrazie e autentici disastri, figli e figliastri: anche nelle peggiori famiglie ci possono essere famigliastre persino peggiori, tipo quella di fatto e fattaccio Renzi-Boschi-Verdini. Il Brexit è stato una scelleratezza, ma il referendum sul Renzi Dixit è una schifezza. Cameron facendo male i conti lo ha indetto, ma ha già detto che farà i bagagli a momenti. Renzi non si sa, tanto per cambiare. Ha detto sì, ha detto e gli hanno detto di no, nel frattempo tutta l’Italia fino a ottobre è appesa a un sì o a un no velleitario, inutile, inutilmente plebiscitario. Il paese avrebbe bisogno di tutt’altro, ma lui è tutto preso a ridisegnare legge elettorale e parlamento: che magari si vince quell’altro. Il Grillo che nessun tranquillo elettore di sinistra aveva per la testa, prima che Renzi prendesse a cazzo la testa del Pd. Un partito peggio che finito: finito a fare il piede di porco di una faccia di culatello. L’ingranaggio di un sistema istituzionale e disfunzionale, ma istituzionalmente funzionale alla vittoria di uno. Lui, oppure Luigi: Di Maio. E’ successo con Roma Campidoglio, può succedere per Roma Palazzo Chigi. Altra fermata, altra mazzata. Torino, anche lì. Tranquilla gente di sinistra che, Chiamparino per Fassino, ha preferito metterci Appendino. Ragazze che magari non hanno le soluzioni ma, come in Europa, almeno conoscono i problemi. Mentre Renzi, niente soluzione: solo mance, tweet, faccette, narrazione. Una politica e un atteggiamento che sono la vera antipolitica, che favorisce e incrementa la politica dell’Anti. I grillini sono Anti quasi tutto, ma le scelte renziane sono l’antitesi di una tradizione progressista che lui ha deriso eppoi distrutto. Per metterci, che?
A parte le faide fra vecchi e nuovi inciuciatori berlusconiani con D’Alema, nulla. Non avendo mai vinto le politiche con relativa investitura, cerca di vincere un referendum politicizzato da paura. Sotto il non investito, niente. Nel frattempo se ne esce a pranzo con Hollande (l’unico più inguaiato e impedito di lui, nella Ue…) uscendosene che hanno sei mesi per salvare l’Europa. Loro due, a pranzo, coi sondaggi e i conti ballerini che fanno quattro zombie? Chiamateli The Dining Dead e allargatevi il culo dal ridere…

Con sprezzo del pericolo, del ridicolo, del trabiccolo di coalizione di asserviti e inquisiti che c’ha, Renzi va avanti. Al massimo, se poi perde, è colpa dei populisti: anzi, direttamente del popolo. Che siccome vuole cambiare come non dice lui, allora si fa prima a cambiare il popolo: come diceva Brecht, altroché Brexit. Fatto il danno, trovata la legge. Tanto un Napolitano o un Mattarella che ti firma un Brechtianicum come legge elettorale marziana o marziale, si trova sempre. Avanti così, allora. Mai cambiare rotta, meglio cambiare la gente che si è rotta. Se la Brexit è la nostra uscita di sicurezza, allora mai come questa volta: Good night, Europe, and good luck.  


mercoledì 25 maggio 2016

AMMUTAZIONE GENETICA

Per capire ancora meglio — per patire ancora peggio — un paese a cui ne mancano parecchi, bisogna andare indietro di qualche venerdì. Prima serata, ultima frontiera. E non ci riferiamo a quella di adesso, con un toscano che su Rai 1 continua a dire che sono i Migliori Anni anche se non è presidente del Consiglio. E si vede: perché Conti colle sue cazzate nostalgiche continua a sbancare gli ascolti, mentre Renzi colle sue stronzate lisergiche i conti li continua a sballare…

No. Il pazzo venerdì sera che diciamo noi è successo — e ha successo — da un po’. Facciamo un passo o un pazzo indietro, che rispetto all’Italia sono sempre due avanti e molti di troppo... Su Rai1 c’è Fazio con Rischiatutto, cioè lui che rischia niente; su Canale5 Bonolis, cioè il Raschiatutto il barile di Ciao Darwin: doppi sensi, triple tette, froci contro mignotte, cornuti contro impotenti, negri contro naziskin. Di qua una televisione da dinosauri appena appena ripittata stile Fabietto, di là un vero dinosauro molesta-femmina nella solita trasmissione impunita alla Paolino. Prendi 2 vedi 1: ‘na botta di culo, di vita, di audience. Tutto un programma, anche se in realtà sono due. Faziolis, Bonolazio. Che già loro , da soli ma messi assieme, potrebbero essere una puntata di Ciao Darwin Rischianiente: una sfida molto trash, e molto cash. Fabio Facezio con e contro Paolo Burinis. In pratica, il massimo. Degli ascolti, quindi degli emolumenti. Che successo, ‘sti gran figli d’introito per la Rete Unica e lo Sponsorame Plurimo. Un evento, un portento, un portato del nostro evo al fallimento. Perché i boss delle torte di share da dividersi quasi mai s’incontrano: ma neppure mai si scontrano; insieme fanno il picco, ma soprattutto fanno una Cupola, un tetto sfondato d’ascolti. Mammasantissima, che share! Oltre il 60%, e tutto tinteggiando a colori una cosa di cinquant’anni fa: o palpeggiando coi calori quella cosa che pure fra cinquanta secoli piacerà. La nostalgia e la grettofilia, la gnocca della nipote cogli gnocchi di zia, i culi e i paraculismo, le ricette della nonna e le attricette da caserma. Due facce da natica della stessa medaglia al disvalore, in pratica. Perché gira e rigira canale, i due boss spacciano la stessa roba. Ovverosia Il vecchio smaltato di nuovo, l’ennesimo avanzo d’avanspettacolo raccontato di nuovo: ma che sa di vecchio. E per questo piace e ci piace, ci rassicura e gli assicura — fior d’ingaggi. Mica per niente il Superggiovane Direttore GeneRenziale della Rai Campo Dall’Orto ha appena detto che lui — Bonolis — lo riprenderebbe subito. Alla faccia della rifondazione-rottamazione. Ma in fondo un Bonolis che porta verdoni è sempre meglio di un Denis Verdini che porta pregiudicati e casini. Eppoi non è manco indagato...

Oggi ci è presa in questa maniera, indistinti e poco egregi Papalutisti. Con ‘sto discorso tipo Rocco Siffredi: lungo, risaputo, che fa sballonzolare due palle così. Sappiamo le conseguenze, e anche le reazioni. ‘Inchia, ancora il pippone Baudo sulla televisione?!
Quando attacchi in questo modo, poi inevitabilmente finisce che t’attacchi — al tram, alle solite considerazioni da autobus, a un tram chiamato desiderio di considerazioni a cazzo. E mica vuoi attaccare/discutere/snobbare la cultura di massa, no?! No. Non siamo così scemi.
Alla gente devi dare quello che la gente vuole! Ecco, ma neppure così coglioni da non sapere che oramai la gente vuole quello che la gente di televisione vuole dargli. E la gente di televisione vuole solo un certo tipo di gente, davanti alla televisione. Un progetto anche abbastanza chiaro, anzi, in chiaro: nel senso che — tranne qualche eccezione —  oramai se vuoi qualcosa di decente o c’hai Sky (o Netflix, o voglia di smazzarti download…) o scampo non ne hai. Da tempo la televisione generalista e conformista ha escluso pubblico in quantità, espellendo dall’audience il pubblico di qualità. Un pubblico che magari cerca Guzzanti in Rai e non lo trova più, ma che in compenso si ritrova un servizio pubblico di cui non ne può più.  Che — non volendo un Virus che ne diffonde scagliando il Professor Red Ronnie contro l’immunologia mondiale — si vaccina contro un’immunodeficienza che nemmeno l’Aids facendo l’abbonamento a Sky. Quello che hanno tutti i dirigenti Mediaset e Rai, lasciando la sbobba che producono a voi. Per questi la televisione è davvero come la cacca: si fa, mica si guarda.

Quindi, quel poco di non merda venduta carissima, in Italia la dobbiamo anche a Murdoch. Cioè, a uno dei massimi produttori di merda nel mondo. Ma pure dei Simpson. Quello dei tabloidacci che non sono certo vangelo, ma pure del Wall Street Journal che per certi è ancora una Bibbia. E qui siamo al punto. Alla media, dei media: alla merdizzazione media e di massa, dei mass-media. In tutto il mondo. Ma, se tutto il mondo è paese, non tutto il mondo è il Belpaese. Italia, land of quattro: in pagella, per libertà e qualità di tv e stampa. E siamo arrivati. Perché — perse le speranze nel servizio pubblico o nel servizietto privato delle tv commerciali non pay, che se sei normale non puoi: vedere… — il problema è che da noi anche quando paghi caro, la paghi carissima. La solita vecchia storia degli editori puri — non di cuore, ma di core business — che da noi non ci sono. Ma un conto è essere spurio o anche impuro, un altro è essere un editore zozzone, infettato, incistato da mille interessi tranne quello per il lettore teoricamente da informare — trattato, quando va bene, come elettore da infinocchiare: da infornare in cambio della sfornata di favori e contributi caldi caldi di Doppio Forno Andreottiano sempre aperto. Schierarsi è una cosa, non schifarsi di niente è un’altra.

Non siamo certo così provinciali da dire che all’estero sono tutte rose e fiori. Ma da certa merda — di Murdoch e simili, o anche della Bbc che non è più nemmeno simile alla spocchiosa/meravigliosa Bbc di una volta — nascono i fiori: all’occhiello. Colle schifezze, altrove si finanziano bellezze, eccellenze, prodezze d’intelligenza e bravura. Che rendono, oltretutto. Sherlock è della Bbc ed è  — oltreché una figata assoluta — un successo mondiale che in Cina hanno visto quasi un miliardo di persone. Al cinema, perché non volevano aspettare il passaggio in tv. Ecco, la Cina a don Matteo e Gabriel Garko — con tutto l’Onore e il Rispetto — manco s’avvicina. Altroché cinema o televisione: manco in fotografia, vogliono vederla la merda che a noi ci delizia. Né il solito Montalbano — colle sue spanzate di pesce, le bellissime inquadrature, le sceneggiature stentate pure per lo spettatore più baccalà —  può reggere il paragone o la solita foglia di fico.

Ma l’abbiamo detto: il problema non è la massa, ovunque si fa cassetta per poter fare qualità. Differenziandole, però. Il problema è che da noi si fa un solo cassonetto — con dentro la defunta, presunta e indifferenziata qualità. Specie per i giornali. Che nel resto del mondo civile sono più letti, forse perché sono più leggibili. E di sicuro perché sono più onesti. Fatti e opinioni separate: dalle tettone sparate. Mercato profilato diversamente, ecco. Sai cosa compri. Su uno trovi un documentato editoriale, e su un altro il filmatino porno soft amatoriale. Qui il commento politico affidabile, là l’erotico incommentabile. In Italia no: non ci sono più grandi giornali, solo giornali grandi. Pagine e pagine messe lì, ammucchiate; paginate come ammucchiate. Ogni grosso giornale, una gang bang colossale. Tutto di tutti, tutto con dentro di tutto, tutti dentro tutti…  Ogni pezzo, un pettegolezzo; ogni paginata, una paraculata; ogni attacco o etichetta, una marchetta coll’etichetta attaccata. Poi c’è anche del bello e del buono, annidato là in mezzo; ma annegato in un bello schifo, in un buono per la spazzatura. Uno sfoglio che è uno slalom alla Foglio: una via in mezzo allo slurp di sponsor commerciale o politico e al pezzo passabile, una passeggiata sul lungomare al buio: a ogni passo d’articolo, occhio a non pestare una merda di cane, a non prestare attenzione alla merda di redattore cane. I principali e più venduti (in tutti i sensi…) quotidiani da noi sono abnormi, deformi, tutti conformi. Alla Riforma Mentis del momento, cioè del Renzi. Senza esitazioni, senza troppi scrupoli rossori o distinzioni. Editoria che adesso è tutta Etrureria: editori che sono l’ultima rotativa di carro del vincitore. Meglio tutelati nei loro interessi da un sistema imperfetto — e zozzetto — che nessun sistema a difenderli da qualche debituccio o impiccetto. Una farsa che poi è un dramma. Perché fare i giornali non è fare palazzine, e a disfarli non bastano quattro moine. Ma quattro, cinque, seicentomila copie adulterate al giorno scassano quel poco d’opinione pubblica che si è scassata di leggere/pensare/contestare. Una rassegnazione stampa molto pericolosa, per chi i giornali li fa: disfandoli, facendoli stare a servizio anziché facendogli svolgere il loro. Va bene i padroni, ma che cerchino solo nuovi padrini…

Che poi perché agitarsi così? I giornali da noi sono un mercato non grande, di nicchia. Ma noi del Papaluto — che siamo grandi teste di nicchia — ancora li leggiamo, ci pensiamo, li contestiamo. La notizia è che, per la notizia, non ne abbiamo di buone. Un dissenso che pare dissenteria, da quanto ci fa male la panza per ‘sta cacata in corso. Noi del Papaluto la carta stampa la leggiamo, anche se forse andrebbe stampata a fiori: per quando cachiamo… Ma teniamo duro, andiamo morbidi quasi sciolti, ma leggiamo.
Soprattutto la Repubblica: da vent’anni; nonostante tutta la Renzubblica, anche se già si vedono i danni. L’arrivo di Calabresi è stato come mangiare una cassa di prugne — sai che ti farà male, devi solo aspettare. E infatti. Prima scorreggia, la fantastica intervista-scoop ad Al-Sisi: tutta sulle ginocchia, mentre il Generalissimo che in Egitto fa benissimo t’infinocchia. Nessuna verità per Regeni, pochissima dignità per la fu Repubblica, Scalfariana o Italiana che sia. Il meglio però doveva ancora venire. Colla Stampubblica, una fusione da fantascienza che è un’infusione di scienza. Da lì Calabresi — l’ex della Stampa e attuale di Repubblica — è diventato Unico Direttore e direttore più unico che raro: del giornale in allegato al marketing di Renzi. Una cosa graduale, ma che la graduatoria del Renzismo a mezzo stampa l’ha risalita subito. Cose che sotto il vecchio Cavaliere non sarebbero passate mai, sotto i piedi del nuovo alfiere del centrocentrocentro(sinistra) passano in cavalleria. Qualche esempio, qualche scempio, quante idee da Marione Calabresi alias Di Scempiaggini Ti Riempio.  
Il partito della Nazione più corrotta d’Europa si riempie di pregiudicati? E il giornale si riempie di pregiudizi — positivi, a prescindere. Quando il sindaco Uggetti da Lodi viene arrestato e confessa d’aver pilotato appalti, l’apposito vicedirettore Di Feo ammette che ci sono gli estremi: ma che forse c’è stato pure estremismo. E Davigo, e i magistrati? Indagare ma non parlare; o al massimo parlare: ma guai a dire che i politici — specie renziani agli arresti e confessi — non si vergognano di rubare. Un florilegio che sembra una floricoltura di garofani. Da una cultura editoriale che il gaglioffo del garofano l’aveva sempre combattuto, però. Ma se Craxi aveva l’Avanti, Renxi è più avanti ancora: c’ha Stampubblica. Soprattutto in appoggio al sì al Renzerendum. Una cosa — oltreché sciagurata — anche discretamente sfacciata. Al punto che Scalfari, pur amico di Napolitano in verità, vuol essere più amico della verità: e diventa EugeNO a Italicum e Riforma Mentis dell’Italia, del giornale. Ma lui ha i suoi anni, mentre De Benedetti ha i suoi anni e anni di debiti, davanti. Che senza un aiutino di Renzi in cambio di un bell’aiutino a Renzi…
Stessa storia — solo molto più vecchia, asfittica, piduistica — al Corriere della Sera. Che perde soldi e lettori, ma stranamente non prestigio. O comunque, non il gioco di finto prestigio per cui tutti lo vogliono. Per comandare, e possibilmente senza pagare. Ora lo voleva Urbano Cairo, un ex berluschino, un editore non proprio immacolato, ma comunque puro. Se non di spirito, d’attività. Il giornale più antico a un editore all’antica: che fa solo giornali e telegiornali. Brutto, tanto peggio della P2? Evidentemente sì. Perché — ritenendo l’offerta offensiva — è subito scattata la controfferta come controffensiva. Di Mediobanca e dei soliti Poteri Morti. Ma quale Cairo e Cairo d’Egitto! Dai di cordata all’impiccato, per farlo restare nell’area Renziana del Sì — padroni! Una svolta storica, persino nel campo della storiaccia solitamente settica della porno stampa di destra con relativo stuolo: e scolo…. Qui Angelucci — il senatore ex portantino diventato l’indebitatissimo Mazzarino dell’editoria de destra da Libero al Tempo — nella lotta del fango e della macchina spala medesimo, ha appena guadagnato una vangata su tutti. Cacciando Belpietro da Libero perché era per il No e contro Renzi: per rimetterci, senza rimettere, Vomitorio Feltri. Che — essendo sempre per il Sì per il referendum e a qualunque nuovo padrone — ha accettato: senza rimetterci, né rimettere. Al voto voto, al vomito al vomito: e siamo solo a maggio, fino a ottobre ce ne serve coraggio!

Conclusione del pippone sconfinato, ma forse non del tutto sconclusionato. Se siamo riusciti a farci capire, a non farvi assopire. Dicendovi che la cultura di massa — cioè per tutti — non dev’essere per forza l’incultura di una mazza di niente,  cioè di un cazzo di livello televisivo politico e intellettivo così scadente. Non accettate il vecchio travestito da nuovo, tempestato di promesse, tramortente e incupito da chissà quale minaccia di tempeste e sventure connesse. Renzi non è il solo che può salvarci — ma è uno che, da solo, può rovinarci peggio. C’è sempre un’alternativa. Soprattutto a questo programma televisivo, politico-elettorale, editorial-padronale. Rifiutiamo ‘sti riufiuti della società dei magnaccioni. Basta coi Faziolis, colle Stampubblica, coi talk-sciocchi che si palleggiano i Giannini-Floris. Don Matteo e la Regimetta di Bellezza Maria Elena sono un palinsesto bello tosto da digerire, bello lesto a farsi inserire: e proprio dove non vorreste. Lui — il profanatore di cadaveri — che fa rivoltare nella tomba Berlinguer e Ingrao, pur di farci votare una riforma talmente democratica che piacerebbe a Mao. Lei che — per la serie Piccole Donne — attacca i partigiani che votano, in stereo colla Meloni che dice sì a una via per chi i partigiani li avrebbe attaccati a una forca…    
Il tutto senza sdegnare più di tanto un’opinione pubblica impegnata a non farsi sderenare troppo. E troppo giusto. Niente coscienza critica, senza convenienza pratica o economica. Ecco, noi italiani per costituzione saremmo così: ma la Costituzione non possiamo lasciarla rifare a italiani così. Diamo un senso e un dissenso, alla nostra vita — perché sia utile e democratica, non solo biologica. Se alla bisogna la presunta e bisunta classe intellettual-editoriale ‘sta coscienza critica se la vende senza classe né vergogna, acquistiamone noi: per una volta senza calcolo o paura della gogna. Le idee non sono un’onta — sono la cosa che più conta. Senza idee non si fanno nemmeno i fatti; senza buone idee, si fanno solo cattivi affari. L’economia l’hanno inventata i filosofi, e la democrazia non la possiamo certo far sfasciare dagli economisti, dagli opportunisti, dagl’imprenditori che se la vendono in cambio di favori. Per questi signori la cultura è in perdita, quindi è in svendita: ma proprio contro questi signori e signorini deve restare imperterrita, non per terra a chiedere l’elemosina presso chi l’accredita...
La Repubblica Italiana è nata dalla Resistenza, ma può essere abortita dalla mancata resistenza a tutto questo. Cominciamo a prepararci colla pazienza dei santi, a quello che si sta per pararci davanti. Non siamo un popolo d’intellettuali, ma abbiamo avuto grandi intellettuali di popolo. Che mai avrebbero accettato l’antimafia per fiction e l’anti-antimafia nella realtà, la stampa che derubrica la corruzione omertosa e assassina a problema di moralità. Siamo troppo pigri, troppo allegri, per incazzarci davanti a cose così. Magari non ci stiamo bene, ma ci stanno bene. E invece no. Per cambiare davvero, bisogna smettere di cambiare per finta e per convenienza. Davanti a questo spettacolo che lascia senza parole, riprendiamocela. Anche per chi l’ha persa pur di guadagnare o non per perderci. Cambiare idea contro chi ha cambiato bandiera. Non ricambiare più chi ne ha cambiate troppe. Non è nel nostro stile, ma dobbiamo. Tutti in piedi e dritti, contro il tutti zitti. Occorre una mutazione stilistica: per contrastare quest’ammutamento/ammutinamento generale, quest’ammutazione genetica. Alzare la voce per accendere una luce sul nostro futuro; per spegnere le luci e le voci sullo spettacolone a Rete Unificata, sul Rischianiente Ciao Darwin, sul MiRischioTuttoAlReferendum che fa #Ciaone a Renzi che vuole andare all-in. Perché — saremo anche in mutande — ma seguire ‘sto bluffone che non fa ridere nel suo strip poker non è obbligatorio. Non ancora.





        

domenica 10 aprile 2016

TEPPA ROSSA

Si può essere morti, ma non bisogna essere mummificati. Per questo Umberto Eco nelle sue ultime volontà ha vietato convegni su di lui e sulla sua opera per dieci anni: e per questo noi del Papaluto abbiamo aspettato quasi due mesi per scrivere quanto gli dobbiamo. In Italia morire da famoso è peggio che essere dimenticato — è essere santificato, dolcificato, banalizzato. Roba che finanche un Eco diventa un’eco: stanca, vacua, innocua. Grandissimo ma ignoratissimo in vita,  e comunque ignorabilissimo dopo il solito profluvio d’elogi in morte. Un tipo che scriveva saggi con Kant e l’Ornitorinco nel titolo, che scriveva romanzi con Sean Connery in copertina, il riferimento-tipo per quando volevi fare una battuta su qualcosa di lungo, incomprensibile, difficoltoso e probabilmente palloso. Dopo la Corazzata Potemkin c’era Eco. Il Professore c’aveva molti fan, ma anche parecchi Fantozzi al seguito. Bravissimo fondamentale e tutto, ma lascialo lì sullo scaffale del salotto a fare fugura ma pure polvere... Il Nome della Rosa in casa ce l’hanno tutti, lo leggono in molti, lo finiscono in pochi, lo capiscono in meno. Come la Bibbia. E per noi del Papaluto Eco era, come la Bibbia: solo che a lui credevamo. In particolare il nostro vangelo era la Bustina di Minerva: una bustina? Ma un bustone ai Lincei, altroché. La sua opera accademica e giornalistica più misconosciuta, eppure forse la più meritoria e valida. Un forma d’insegnamento a tradimento: la beccavi sull’autobus o dal barbiere e zac, eri servito di barba e capelli con sotto un pensiero, la fermata e la soffermata della tua riflessione era quella giusta. Docente, ma anche fulminante. La vera prova della sua bravura, far stare tutta la propria erudizione, ironia, arguzia e capacità d’analisi in quella paginetta. Lì Umbertone diventava come Schwarzenegger — il Terminator faceva culturismo? E il Professor faceva Culturalismo. Fare i pesi alla testa senza fare quelli pesi alla festa; fare per la cultura italica come per la cultura fisica: esercizio settimanale (poi purtroppo quindicinale…) per mantenersi un minimo in forma — mentis. Filosofia medievale e Playstation, Heidegger e Twitter. La cultura impegnata che si disimpegnava benissimo dal microchip al megastore, da Micromega a Flash Gordon. Di tutto un po’, da tutto un popò d’osservazione spiazzante che manco il saggio più rilevante: fior d’osservazioni dalla popò del nostro mondo sbadato, scervellato, scarnificato dall’utilitarismo ignorantista all’osso. Sono i tempi in cui non serve sapere: serve saper vendere; ma il sapere di Eco vendeva e vende, persino di questi tempi. Per capire quanto fosse preziosa, quella pagina in fondo all’Espresso guardatela adesso che se la dividono i dottorissimi e sdottoreggianti Valli&Scalfari, ovverosia i primari del reparto Geriatria e Memorialistica. Eco no. Eco è più vivo di loro anche da morto. Disturba, anche da morto. Non a caso si sono scritte tesi sulla rubrica: non a caso i suoi avversari sono ancora a nervi tesi, su quella rubrica. In particolare i simpatici avvoltoi che tubano in calore solo per i Marò accoppa-indiani e i Kapò lecca-Salvini.  

Ma per una volta la stampa stercoraria della destra è servita a qualcosa, anziché essere asservita a Qualcuno di turno e di merda come al solito; questi spalatori di balle e rotolatori-incensatori di stronzi, per una volta sono stati utili al Paese. E persino un po’ a Eco, che onestamente non ne aveva bisogno. Libero e il Giornale gli hanno fatto un processo: evitando gli fosse fatto il processo di beatificazione/mummificazione; ripescando una vecchia Bustina, che all’immagine paciosa e pacificata di Eco dà una svegliata che manco l’Ovomaltina… In quest’Italia che non butta nessuna occasione d’infamità, oramai butta così: l’onoranza funebre migliore te la fanno i nemici. Che, convinti di gettare fango, gettano onori come fiori sulla tua bara. Se meriti il rancore di questi elogiatori impediti e involontari anche da morto, allora la tua vita contro la stupidità, la pessima istruzione e la cattiva fede non è stata vana. Sarà stercoraria, sarà involontaria, però vediamo il frutto di questa esilarante arte varia e funeraria. 
Eco: il Professore che giudicava stupido chi votava Berlusconi.

La “denuncia” all’incirca suona così. Noi — che di Bustine ce ne siamo perse poche, e che ce ne siamo scordate anche meno — dobbiamo clamorosamente constatare lo scoop: che, per una volta, uno scoop dei giornaletti porno di destra non è un falso, un tarocco, un falso col fine di taroccare un’elezione o un’indagine. Anche se — tecnicamente — manco lo sarebbe, uno scoop. Ma per una volta che i ragazzi dello zoo di Meloni&Salvini sono andati a leggere, vogliamo criticarli perché non ne hanno poi saputo scrivere?!
Noi, Eco, per quella Bustina ancora oggi non ci sentiamo di difenderlo: perché, ancora oggi, siamo qui ad applaudirlo.

Immaginate. Primi del Duemila, secondo governo Berlusconi a tremila. Per Silvione un consenso alle stelle, e pure un consesso da stalle: tutti vip-pecoroni e vitelloni di vita a belargli o a bearsi del suo successo. Imprenditori, giornalisti, giornalisti pagati da imprenditori e imprenditori appagati dai loro giornalisti. Insomma. Il plenum del pensatoio-mangiatoia nazionale a dire che — sì — alla fine ha ragione lui su tutto. Anzi, Lui ha sempre ragione. Come il duce a furor di popolo, come nuovo duce: ma a furor di popolo, quindi tutto democraticamente e ipocritamente bene... La littoria, derisoria combriccola di chi si fa fottere la mamma pur di vincere, pur di poter sfottere chi perde; di chi sul carro del vincitore proprio deve starci o guai, di chi sul cazzo al vincitore non vuole starci mai eppoi mai. Gente che deve stare con chi comanda in Aeternum, e se solo dici opposizione o dignità poi gli serve una comanda di Valium. Quello che fa Silvione è tutto giusto, e noi ce lo slurpiamo con gran gusto. Se la maggioranza degl’italiani lo vota, lui la minoranza (come la magistratura, la costituzione etc) la pota: e quella deve pure starsi zitta. Anzi, adeguarsi, modernizzarsi, capirlo e copiarlo: magari per batterlo alle prossime elezioni. E’ la democrazia dell’alternanza, signori; è la nuova democrazia della svergognanza, baby. Adeguarsi e svestirsi, prego. La sola vergogna nelle leggi del governo è non approvarle più in fretta, la massima vergogna è nelle opposizioni che delegittimano la volontà popolare che ha premiato Berlusconi. Tutto scritto, eh, tutti i giorni. Dai soliti intellettuali italiani modello Tabriz: persiani di lusso dei potenti, gatti da guardia che i topi tipo Silvio nel formaggio li lasciano ballare quanto vogliono. Basta che poi gliene tocchi un pezzo, che ci sia un tocco di pezzo di giornale, di sovvenzione o di figa anche per loro. E’ formazione, è deformazione, è proprio tradizione: storicamente l’intellettuale italiano non dà ragioni alla dissidenza, dà ragione alla maggioranza. Qualunque sia, qualunque cosa faccia, di qualunque simpatia. Si fa prima, si fa carriera, e si fa anche una bella vita: quasi più bella della carriera. E invece Eco — apocalittico bonario, integrato mica tanto tranquillo ancorché riverito e milionario — in piena sbornia sborona e plebiscitaria di piazza Berlusconista, ti piazza lì questa. Gli elettori di Berlusconi sono di due tipi, gl’ingenui e i complici. C’è la signora che guarda Rete4 e che lo vota perché gli crede, e il signore che non guarda rete 4 e non gli crede: e proprio per questo lo vota. La signora/il signore che ama farsi ingannare, il signore/la signora che ama ingannare e votare se c’è da guadagnare. Votare secondo i propri migliori interessi, anche se sono i peggiori della collettività; votare direttamente contro i propri interessi, ma perché convinti da un imbonitore che vi tratta da fessi.

Voi non credeteci, ma per noi è ancora adesso la più valida analisi mai fatta dei flussi elettorali e mestruali del ciclicamente irritabile e imprevedibile cittadino italiano... Inappuntabile, appena appena modificabile per essere universale. Lì a destra, nel Club Meno Male Che Silvio C’è Stato, s’incazzano perché non hanno capito, tanto per cambiare. Eco non era razzista coi berlusconiani: Eco era fin troppo avvezzo alla razza degl’italiani. Il problema non era e non è Berlusconi. Il problema siamo noi. Tant’è vero che lo schema funziona benissimo oggi come ieri; e oggi funziona più di ieri, ma meno di domani. Come l’amore, solo che di amore — soprattutto amor proprio — non ce n’è…

Mussolinismo senza Mussolini, Craxismo senza Craxi, Berlusconismo senza più Berlusconi, Renzismo ancora con Renzi (ma avanti così, per poco…). E siamo al punto. Questi signori si sono creduti — e nei casi più gravi ancora si credono — causa e dante causa della storia d’Italia. Capoccia a capocchia che invece sono solo l’effetto (al tempo stesso collaterale e principale) di come siamo fatti. Male. E di come ci facciamo, del male. Credendoci i più furbi che ci siano, credendo ai furbi più scemi che ci siano. Un errore che ripetuto non resta uguale, che può diventare orrore senza eguali. Andiamo per spezzare le reni e torniamo che ci devono rappezzare gli ani; ci beviamo il socialismo champagne di Bettino tipo Fernet, e la nostra dignità ce la raccogliamo ad Hammamet; crediamo al Miracolo Italiano eppoi cediamo al Ricettacolo d’inculate berlusconiano. Grandi Classici dell’Inculatura coi cazzi, della Letteratura per ragazzi: mica tanto svegli da accorgersi in tempo. Sempre quando è troppo tardi — noi — a capire quanto siamo troppo tardi per la democrazia consapevole e compiuta. Il politico che da spregiudicato diventa pregiudicato, noi che per voler stare sempre in pace finiamo in tutte le guerre. Come la vecchia barzelletta, un’altra passione del Professore: non è Eco che è razzista, siamo noi che siamo italiani…

I fatti e i misfatti di questi giorni — del resto — sono lì a darci ragione, ma soprattutto a chiedercene. Scandali, inchieste, ingiustizie, disastri ambientali e politici? Ancora, di nuovo, sempre, sempre di più? Ovvio, perché rimuoviamo sempre l’effetto e non la causa. E stranamente, nell’operazione di scacciare il marcio vecchio col marcio nuovo, cambiando l’ordine dei fetori il puzzo non cambia. Al posto di Rete 4 mettete Canale 5; al posto del partito di Silvione mettete quello della Nazione; al posto di Fede buonanima la D’Urso che vuole fare la bona di corpo e d’anima: e la bombetta tirata fuori dal cilindro di Eco è un Panama (Papers, vero Barbarona amicona di Silvione ma simpaticona pure a Matteissimo?) sempre buono, come cappello introduttivo delle nostre disgrazie. E siamo all’ometto forte di oggi, all’omino bianco che si è messo nella centrifuga delle sue furbate e rischia di uscirne come l’uomo nero — di petrolio.
L’ex ragazzo tanto ganzo è una candela che brucia da due lati, un ex raganzo col fuoco amico e lobbista al culo: che glielo fa rosso e verdino, glielo strina a una velocità per cui gliene servirebbero due, di culi, per scamparla con almeno uno intatto… Eletto da nessuno, ma prediletto da molti, la nostra (Federica) Guidi suprema è un (Gianluca) Gemelli Diversi di Silvio. Uno che come il Gianlucone Nazionale cinguetta di moralità e corruzione contro la vecchia politica sui social, ma poi becchetta e razzola in mano alla politica più vecchia e corrotta alle cene sociali. No, perché credere di risanare l’Italia coll’amico Denis condannato in primo grado che dopo averla costruita magari la caserma dei carabinieri a Firenze la collauda pure, non solo è poco logico: è proprio patologico… Ma Matteo fa finta di niente, fa finta di fare di tutto. E tutto nuovo, diverso, epocale. Quando poi è il solito lavoro mandibolare, patibolare, un mettersi in tasca senza farsi sgamare. E a noi sta bene così. Renzi è il nostro Gemelli: un figlio di puttana, con cui c’abbiamo fatto un figlio anche se ci tratta da puttana… Diciamolo, Matteo come Gianluca è il fidanzato ideale per la nostra cattiva coscienza, la nostra doppia morale, il nostro triplo molare: la corruzione non ci piace solo se per noi non c’è da addentare. E in questo Matteo non è Silvio — è meglio, cioè peggio. Perché lui promette e non mantiene: ma tiene sempre 80 euro in tasca sotto elezione; perché ai magistrati che indagano e intercettano ha già promesso (e su questo manterrà) una lezione; perché la stellina sull’Arno non è mica la stella della Senna, e il suo Giglio Magico non è il Tulipano Nero. Questi sono fior d’affari e milioni privati, mica fiori da cartoni animati dei suoi amati anni 80 (euro)… Il Renzismo non è la copia del Berlusconismo: e non solo perché Matteo alla carta carbone preferisce la cartamoneta a petrolio. E’ diverso perché perfezionato, quindi peggiore. Grazie al prestigioso Istituto parificato e plurindagato D.Verdini Renzi ha preparato l’esame da piduista e da privatista, ha fatto vent’anni di Berlusconismo in due. Dandosi parecchie arie ha fatto il salto, ma adesso — dato l’esame — rischia parecchio di saltare in aria. Un Icaro colle ali cera? Più un picaro con una bruttissima cera: perché non vola più, perché inizia a precipitare dopo aver promesso troppo a troppi. E anche troppo più potenti, più sgamati, più intelligenti di lui. Pezzi grossi che al primo mal di pancia potente (o anche solo potentino…) possono scaricarlo come un grosso pezzo di merda. Dall’elite alla toilette in un lampo, in un tuono intestinale da indigestione di potere. ll bullo di periferia potrebbe non essere più il bello dei banchieri e della petroleria: giù nei loro sondaggi e foraggi, lui con tutta la sua Teppa Rossa di ex dalemiani ed ex rottamandi (chi è causa del suo D’Alemal, pianga se stesso…). Da Padoan ad Alfano, siamo una squadra fottutissimi. Riciclati, inciucisti, pugnalatori di Berlusconi o ex propugnatori delle cazzate di D’Alema. La Rottamazione si rivelerà per quello che è: la Restaurazione di vecchi sistemi falliti, di politici vecchi più falliti dei loro sistemi. Hai voglia a mettere la Boschi a fare la fredda cronaca davanti ai magistrati, a cantargli Trivella Senz’Anima per respingere le accuse: prima o poi ogni nuovo cantautore del solito ritornello italiano diventa un Riccardo Scocciante. Comunque vada, sarà un insuccesso. Finirà come Craxi, finirà come Silvio, finirà con una via di mezzo o proprio in mezzo a una via? Solo come un cane in Tunisia, solo con un cane che lo porta a pisciare mentre persino Bondi il Neo-Renziano (!) se ne va via? Dovessimo scegliere noi, meglio con Dudù che con un Bondi folgorato e innamorato alla dududù dadadà: ma Minghi signor Presidente, che tristezza in ogni caso vario ed eventuale. Fortuna o sfortuna che noi abbiamo il nostro, di casino nazionale e personale. Dobbiamo deciderci, risolverci, e possibilmente svegliarci come cittadini: questo è il paese, e questo è palese: così non si va da nessuna parte, a parte a puttane. Dalla crisi economica e materiale si esce solo con una crasi fra coscienza individuale e questione collettiva e morale. Più etica, più legalità, più coesione e partecipazione. Diversamente — e si è visto anche in Basilicata — anche quando piove petrolio ti piove addosso una disgrazia. Un paese corrotto, alla fine, è un secchio rotto. In cui è inutile versare risorse finanziarie e umane: alla fine raccogli solo lacrime apulo-lucane. E quindi? Torniamo a bomba, a Eco, alla bombetta di Eco che non viene certo da un vecchio cilindro. E’ roba attuale, fondamentale.

Si può essere morti, ma non bisogna essere mummificati; e purtroppo non bisogna essere necessariamente morti, per essere mummificati. Cioè quello che siamo noi: imbalsamati vivi sotto le bende, indifferenti a tutto, sensibili solo ai nostri vantaggi e a possibili prebende. Ingenui ma cinici, cinici colla lacrima facile davanti al soldo più facile ancora. Per il resto, tutto il peggio può succedere. E infatti succede, ci succede, ma che ce ne fotte… Lo Stato fa da agente letterario al figlio mafioso di chi gli ha fatto strage d’agenti e d’innocenti? La Rai fa la Raffa del ricongiungimento familiare fra il figlio di Riina (Salvo) e il figlioccio d’Andreotti (Vespa)? E che fa? E che ci fa?  Niente ci fa, se non si fa niente fino alla prossima strage...

Se non volete essere questi, se non volete esserlo più, o esserlo un po’ meno, c’è una soluzione che non sia essere Umberto Eco. Per cui non serve saper scrivere, ma saper fare una croce. Il 17 aprile non credete a chi fa il bullo o il bello dell’astensione, a chi vi compra colla promessa della minima nella pensione, andate a votare: e votate sì. Per essere vivi e non mummie, per essere cittadini e non scimmie, per cominciare a far assaggiare la banana a chi crede che siamo scesi dal pero. Svegliatevi, perché ci sara da vegliare e vagliare; studiate, perché ci sarà da studiare e capire; votate, perché ci sarà da votare e partecipare. Adesso eppoi in autunno, per evitare che la primavera renziana diventi il solito inverno di scontento italico e Italicum. Soprattutto voi, ragazzi. Quelli del Sud, che di battersi e sbattersi tutta ‘sta voglia… E invece dovete, dobbiamo. Tradite emozioni e interesse, non tradite voi stessi e il vostro futuro. Siate quello che siete già: disponibili alla lotta e non al compromesso; attivisti e ambientalisti, mai inciucisti; protettori della vostra terra, non rimangiatori della vostra stessa parola. Gente che vuole avere dei figli in salute e in Italia, non un babbo inquisito in banca Etruria. Se davvero lo siete, fate vedere che i giovani di questo paese sono meglio dei giovinastri di questo governo. Diteglielo con un voto, che vi hanno abbandonato e tradito e che se ne pentiranno. Diteglielo con un sì grosso e bello, diteglielo con un ritornello: tu ci rimpiangerai, Trivella Senz’Anima...