mercoledì 25 maggio 2016

AMMUTAZIONE GENETICA

Per capire ancora meglio per patire ancora peggio un paese a cui ne mancano parecchi, bisogna andare indietro di qualche venerdì. Prima serata, ultima frontiera. E non ci riferiamo a quella di adesso, con un toscano che su Rai 1 continua a dire che sono i Migliori Anni anche se non è presidente del Consiglio. E si vede: perché Conti colle sue cazzate nostalgiche continua a sbancare gli ascolti, mentre Renzi colle sue stronzate lisergiche i conti li continua a sballare…

No. Il pazzo venerdì sera che diciamo noi è successo e ha successo da un po’. Facciamo un passo o un pazzo indietro, che rispetto all’Italia sono sempre due avanti e molti di troppo... Su Rai1 c’è Fazio con Rischiatutto, cioè lui che rischia niente; su Canale5 Bonolis, cioè il Raschiatutto il barile di Ciao Darwin: doppi sensi, triple tette, froci contro mignotte, cornuti contro impotenti, negri contro naziskin. Di qua una televisione da dinosauri appena appena ripittata stile Fabietto, di là un vero dinosauro molesta-femmina nella solita trasmissione impunita alla Paolino. Prendi 2 vedi 1: ‘na botta di culo, di vita, di audience. Tutto un programma, anche se in realtà sono due. Faziolis, Bonolazio. Che già loro , da soli ma messi assieme, potrebbero essere una puntata di Ciao Darwin Rischianiente: una sfida molto trash, e molto cash. Fabio Facezio con e contro Paolo Burinis. In pratica, il massimo. Degli ascolti, quindi degli emolumenti. Che successo, ‘sti gran figli d’introito per la Rete Unica e lo Sponsorame Plurimo. Un evento, un portento, un portato del nostro evo al fallimento. Perché i boss delle torte di share da dividersi quasi mai s’incontrano: ma neppure mai si scontrano; insieme fanno il picco, ma soprattutto fanno una Cupola, un tetto sfondato d’ascolti. Mammasantissima, che share! Oltre il 60%, e tutto tinteggiando a colori una cosa di cinquant’anni fa: o palpeggiando coi calori quella cosa che pure fra cinquanta secoli piacerà. La nostalgia e la grettofilia, la gnocca della nipote cogli gnocchi di zia, i culi e i paraculismo, le ricette della nonna e le attricette da caserma. Due facce da natica della stessa medaglia al disvalore, in pratica. Perché gira e rigira canale, i due boss spacciano la stessa roba. Ovverosia Il vecchio smaltato di nuovo, l’ennesimo avanzo d’avanspettacolo raccontato di nuovo: ma che sa di vecchio. E per questo piace e ci piace, ci rassicura e gli assicura fior d’ingaggi. Mica per niente il Superggiovane Direttore GeneRenziale della Rai Campo Dall’Orto ha appena detto che lui Bonolis lo riprenderebbe subito. Alla faccia della rifondazione-rottamazione. Ma in fondo un Bonolis che porta verdoni è sempre meglio di un Denis Verdini che porta pregiudicati e casini. Eppoi non è manco indagato...

Oggi ci è presa in questa maniera, indistinti e poco egregi Papalutisti. Con ‘sto discorso tipo Rocco Siffredi: lungo, risaputo, che fa sballonzolare due palle così. Sappiamo le conseguenze, e anche le reazioni. ‘Inchia, ancora il pippone Baudo sulla televisione?!
Quando attacchi in questo modo, poi inevitabilmente finisce che t’attacchi al tram, alle solite considerazioni da autobus, a un tram chiamato desiderio di considerazioni a cazzo. E mica vuoi attaccare/discutere/snobbare la cultura di massa, no?! No. Non siamo così scemi.
Alla gente devi dare quello che la gente vuole! Ecco, ma neppure così coglioni da non sapere che oramai la gente vuole quello che la gente di televisione vuole dargli. E la gente di televisione vuole solo un certo tipo di gente, davanti alla televisione. Un progetto anche abbastanza chiaro, anzi, in chiaro: nel senso che tranne qualche eccezione   oramai se vuoi qualcosa di decente o c’hai Sky (o Netflix, o voglia di smazzarti download…) o scampo non ne hai. Da tempo la televisione generalista e conformista ha escluso pubblico in quantità, espellendo dall’audience il pubblico di qualità. Un pubblico che magari cerca Guzzanti in Rai e non lo trova più, ma che in compenso si ritrova un servizio pubblico di cui non ne può più.  Che non volendo un Virus che ne diffonde scagliando il Professor Red Ronnie contro l’immunologia mondiale si vaccina contro un’immunodeficienza che nemmeno l’Aids facendo l’abbonamento a Sky. Quello che hanno tutti i dirigenti Mediaset e Rai, lasciando la sbobba che producono a voi. Per questi la televisione è davvero come la cacca: si fa, mica si guarda.

Quindi, quel poco di non merda venduta carissima, in Italia la dobbiamo anche a Murdoch. Cioè, a uno dei massimi produttori di merda nel mondo. Ma pure dei Simpson. Quello dei tabloidacci che non sono certo vangelo, ma pure del Wall Street Journal che per certi è ancora una Bibbia. E qui siamo al punto. Alla media, dei media: alla merdizzazione media e di massa, dei mass-media. In tutto il mondo. Ma, se tutto il mondo è paese, non tutto il mondo è il Belpaese. Italia, land of quattro: in pagella, per libertà e qualità di tv e stampa. E siamo arrivati. Perché perse le speranze nel servizio pubblico o nel servizietto privato delle tv commerciali non pay, che se sei normale non puoi: vedere… il problema è che da noi anche quando paghi caro, la paghi carissima. La solita vecchia storia degli editori puri non di cuore, ma di core business che da noi non ci sono. Ma un conto è essere spurio o anche impuro, un altro è essere un editore zozzone, infettato, incistato da mille interessi tranne quello per il lettore teoricamente da informare trattato, quando va bene, come elettore da infinocchiare: da infornare in cambio della sfornata di favori e contributi caldi caldi di Doppio Forno Andreottiano sempre aperto. Schierarsi è una cosa, non schifarsi di niente è un’altra.

Non siamo certo così provinciali da dire che all’estero sono tutte rose e fiori. Ma da certa merda di Murdoch e simili, o anche della Bbc che non è più nemmeno simile alla spocchiosa/meravigliosa Bbc di una volta nascono i fiori: all’occhiello. Colle schifezze, altrove si finanziano bellezze, eccellenze, prodezze d’intelligenza e bravura. Che rendono, oltretutto. Sherlock è della Bbc ed è   oltreché una figata assoluta un successo mondiale che in Cina hanno visto quasi un miliardo di persone. Al cinema, perché non volevano aspettare il passaggio in tv. Ecco, la Cina a don Matteo e Gabriel Garko con tutto l’Onore e il Rispetto manco s’avvicina. Altroché cinema o televisione: manco in fotografia, vogliono vederla la merda che a noi ci delizia. Né il solito Montalbano colle sue spanzate di pesce, le bellissime inquadrature, le sceneggiature stentate pure per lo spettatore più baccalà   può reggere il paragone o la solita foglia di fico.

Ma l’abbiamo detto: il problema non è la massa, ovunque si fa cassetta per poter fare qualità. Differenziandole, però. Il problema è che da noi si fa un solo cassonetto con dentro la defunta, presunta e indifferenziata qualità. Specie per i giornali. Che nel resto del mondo civile sono più letti, forse perché sono più leggibili. E di sicuro perché sono più onesti. Fatti e opinioni separate: dalle tettone sparate. Mercato profilato diversamente, ecco. Sai cosa compri. Su uno trovi un documentato editoriale, e su un altro il filmatino porno soft amatoriale. Qui il commento politico affidabile, là l’erotico incommentabile. In Italia no: non ci sono più grandi giornali, solo giornali grandi. Pagine e pagine messe lì, ammucchiate; paginate come ammucchiate. Ogni grosso giornale, una gang bang colossale. Tutto di tutti, tutto con dentro di tutto, tutti dentro tutti…  Ogni pezzo, un pettegolezzo; ogni paginata, una paraculata; ogni attacco o etichetta, una marchetta coll’etichetta attaccata. Poi c’è anche del bello e del buono, annidato là in mezzo; ma annegato in un bello schifo, in un buono per la spazzatura. Uno sfoglio che è uno slalom alla Foglio: una via in mezzo allo slurp di sponsor commerciale o politico e al pezzo passabile, una passeggiata sul lungomare al buio: a ogni passo d’articolo, occhio a non pestare una merda di cane, a non prestare attenzione alla merda di redattore cane. I principali e più venduti (in tutti i sensi…) quotidiani da noi sono abnormi, deformi, tutti conformi. Alla Riforma Mentis del momento, cioè del Renzi. Senza esitazioni, senza troppi scrupoli rossori o distinzioni. Editoria che adesso è tutta Etrureria: editori che sono l’ultima rotativa di carro del vincitore. Meglio tutelati nei loro interessi da un sistema imperfetto e zozzetto che nessun sistema a difenderli da qualche debituccio o impiccetto. Una farsa che poi è un dramma. Perché fare i giornali non è fare palazzine, e a disfarli non bastano quattro moine. Ma quattro, cinque, seicentomila copie adulterate al giorno scassano quel poco d’opinione pubblica che si è scassata di leggere/pensare/contestare. Una rassegnazione stampa molto pericolosa, per chi i giornali li fa: disfandoli, facendoli stare a servizio anziché facendogli svolgere il loro. Va bene i padroni, ma che cerchino solo nuovi padrini…

Che poi perché agitarsi così? I giornali da noi sono un mercato non grande, di nicchia. Ma noi del Papaluto che siamo grandi teste di nicchia ancora li leggiamo, ci pensiamo, li contestiamo. La notizia è che, per la notizia, non ne abbiamo di buone. Un dissenso che pare dissenteria, da quanto ci fa male la panza per ‘sta cacata in corso. Noi del Papaluto la carta stampa la leggiamo, anche se forse andrebbe stampata a fiori: per quando cachiamo… Ma teniamo duro, andiamo morbidi quasi sciolti, ma leggiamo.
Soprattutto la Repubblica: da vent’anni; nonostante tutta la Renzubblica, anche se già si vedono i danni. L’arrivo di Calabresi è stato come mangiare una cassa di prugne sai che ti farà male, devi solo aspettare. E infatti. Prima scorreggia, la fantastica intervista-scoop ad Al-Sisi: tutta sulle ginocchia, mentre il Generalissimo che in Egitto fa benissimo t’infinocchia. Nessuna verità per Regeni, pochissima dignità per la fu Repubblica, Scalfariana o Italiana che sia. Il meglio però doveva ancora venire. Colla Stampubblica, una fusione da fantascienza che è un’infusione di scienza. Da lì Calabresi l’ex della Stampa e attuale di Repubblica è diventato Unico Direttore e direttore più unico che raro: del giornale in allegato al marketing di Renzi. Una cosa graduale, ma che la graduatoria del Renzismo a mezzo stampa l’ha risalita subito. Cose che sotto il vecchio Cavaliere non sarebbero passate mai, sotto i piedi del nuovo alfiere del centrocentrocentro(sinistra) passano in cavalleria. Qualche esempio, qualche scempio, quante idee da Marione Calabresi alias Di Scempiaggini Ti Riempio.  
Il partito della Nazione più corrotta d’Europa si riempie di pregiudicati? E il giornale si riempie di pregiudizi positivi, a prescindere. Quando il sindaco Uggetti da Lodi viene arrestato e confessa d’aver pilotato appalti, l’apposito vicedirettore Di Feo ammette che ci sono gli estremi: ma che forse c’è stato pure estremismo. E Davigo, e i magistrati? Indagare ma non parlare; o al massimo parlare: ma guai a dire che i politici specie renziani agli arresti e confessi non si vergognano di rubare. Un florilegio che sembra una floricoltura di garofani. Da una cultura editoriale che il gaglioffo del garofano l’aveva sempre combattuto, però. Ma se Craxi aveva l’Avanti, Renxi è più avanti ancora: c’ha Stampubblica. Soprattutto in appoggio al sì al Renzerendum. Una cosa oltreché sciagurata anche discretamente sfacciata. Al punto che Scalfari, pur amico di Napolitano in verità, vuol essere più amico della verità: e diventa EugeNO a Italicum e Riforma Mentis dell’Italia, del giornale. Ma lui ha i suoi anni, mentre De Benedetti ha i suoi anni e anni di debiti, davanti. Che senza un aiutino di Renzi in cambio di un bell’aiutino a Renzi…
Stessa storia solo molto più vecchia, asfittica, piduistica al Corriere della Sera. Che perde soldi e lettori, ma stranamente non prestigio. O comunque, non il gioco di finto prestigio per cui tutti lo vogliono. Per comandare, e possibilmente senza pagare. Ora lo voleva Urbano Cairo, un ex berluschino, un editore non proprio immacolato, ma comunque puro. Se non di spirito, d’attività. Il giornale più antico a un editore all’antica: che fa solo giornali e telegiornali. Brutto, tanto peggio della P2? Evidentemente sì. Perché ritenendo l’offerta offensiva è subito scattata la controfferta come controffensiva. Di Mediobanca e dei soliti Poteri Morti. Ma quale Cairo e Cairo d’Egitto! Dai di cordata all’impiccato, per farlo restare nell’area Renziana del Sì padroni! Una svolta storica, persino nel campo della storiaccia solitamente settica della porno stampa di destra con relativo stuolo: e scolo…. Qui Angelucci il senatore ex portantino diventato l’indebitatissimo Mazzarino dell’editoria de destra da Libero al Tempo nella lotta del fango e della macchina spala medesimo, ha appena guadagnato una vangata su tutti. Cacciando Belpietro da Libero perché era per il No e contro Renzi: per rimetterci, senza rimettere, Vomitorio Feltri. Che essendo sempre per il Sì per il referendum e a qualunque nuovo padrone ha accettato: senza rimetterci, né rimettere. Al voto voto, al vomito al vomito: e siamo solo a maggio, fino a ottobre ce ne serve coraggio!

Conclusione del pippone sconfinato, ma forse non del tutto sconclusionato. Se siamo riusciti a farci capire, a non farvi assopire. Dicendovi che la cultura di massa cioè per tutti non dev’essere per forza l’incultura di una mazza di niente,  cioè di un cazzo di livello televisivo politico e intellettivo così scadente. Non accettate il vecchio travestito da nuovo, tempestato di promesse, tramortente e incupito da chissà quale minaccia di tempeste e sventure connesse. Renzi non è il solo che può salvarci ma è uno che, da solo, può rovinarci peggio. C’è sempre un’alternativa. Soprattutto a questo programma televisivo, politico-elettorale, editorial-padronale. Rifiutiamo ‘sti riufiuti della società dei magnaccioni. Basta coi Faziolis, colle Stampubblica, coi talk-sciocchi che si palleggiano i Giannini-Floris. Don Matteo e la Regimetta di Bellezza Maria Elena sono un palinsesto bello tosto da digerire, bello lesto a farsi inserire: e proprio dove non vorreste. Lui il profanatore di cadaveri che fa rivoltare nella tomba Berlinguer e Ingrao, pur di farci votare una riforma talmente democratica che piacerebbe a Mao. Lei che per la serie Piccole Donne attacca i partigiani che votano, in stereo colla Meloni che dice sì a una via per chi i partigiani li avrebbe attaccati a una forca…    
Il tutto senza sdegnare più di tanto un’opinione pubblica impegnata a non farsi sderenare troppo. E troppo giusto. Niente coscienza critica, senza convenienza pratica o economica. Ecco, noi italiani per costituzione saremmo così: ma la Costituzione non possiamo lasciarla rifare a italiani così. Diamo un senso e un dissenso, alla nostra vita perché sia utile e democratica, non solo biologica. Se alla bisogna la presunta e bisunta classe intellettual-editoriale ‘sta coscienza critica se la vende senza classe né vergogna, acquistiamone noi: per una volta senza calcolo o paura della gogna. Le idee non sono un’onta sono la cosa che più conta. Senza idee non si fanno nemmeno i fatti; senza buone idee, si fanno solo cattivi affari. L’economia l’hanno inventata i filosofi, e la democrazia non la possiamo certo far sfasciare dagli economisti, dagli opportunisti, dagl’imprenditori che se la vendono in cambio di favori. Per questi signori la cultura è in perdita, quindi è in svendita: ma proprio contro questi signori e signorini deve restare imperterrita, non per terra a chiedere l’elemosina presso chi l’accredita...
La Repubblica Italiana è nata dalla Resistenza, ma può essere abortita dalla mancata resistenza a tutto questo. Cominciamo a prepararci colla pazienza dei santi, a quello che si sta per pararci davanti. Non siamo un popolo d’intellettuali, ma abbiamo avuto grandi intellettuali di popolo. Che mai avrebbero accettato l’antimafia per fiction e l’anti-antimafia nella realtà, la stampa che derubrica la corruzione omertosa e assassina a problema di moralità. Siamo troppo pigri, troppo allegri, per incazzarci davanti a cose così. Magari non ci stiamo bene, ma ci stanno bene. E invece no. Per cambiare davvero, bisogna smettere di cambiare per finta e per convenienza. Davanti a questo spettacolo che lascia senza parole, riprendiamocela. Anche per chi l’ha persa pur di guadagnare o non per perderci. Cambiare idea contro chi ha cambiato bandiera. Non ricambiare più chi ne ha cambiate troppe. Non è nel nostro stile, ma dobbiamo. Tutti in piedi e dritti, contro il tutti zitti. Occorre una mutazione stilistica: per contrastare quest’ammutamento/ammutinamento generale, quest’ammutazione genetica. Alzare la voce per accendere una luce sul nostro futuro; per spegnere le luci e le voci sullo spettacolone a Rete Unificata, sul Rischianiente Ciao Darwin, sul MiRischioTuttoAlReferendum che fa #Ciaone a Renzi che vuole andare all-in. Perché saremo anche in mutande ma seguire ‘sto bluffone che non fa ridere nel suo strip poker non è obbligatorio. Non ancora.





        

domenica 10 aprile 2016

TEPPA ROSSA

Si può essere morti, ma non bisogna essere mummificati. Per questo Umberto Eco nelle sue ultime volontà ha vietato convegni su di lui e sulla sua opera per dieci anni: e per questo noi del Papaluto abbiamo aspettato quasi due mesi per scrivere quanto gli dobbiamo. In Italia morire da famoso è peggio che essere dimenticato — è essere santificato, dolcificato, banalizzato. Roba che finanche un Eco diventa un’eco: stanca, vacua, innocua. Grandissimo ma ignoratissimo in vita,  e comunque ignorabilissimo dopo il solito profluvio d’elogi in morte. Un tipo che scriveva saggi con Kant e l’Ornitorinco nel titolo, che scriveva romanzi con Sean Connery in copertina, il riferimento-tipo per quando volevi fare una battuta su qualcosa di lungo, incomprensibile, difficoltoso e probabilmente palloso. Dopo la Corazzata Potemkin c’era Eco. Il Professore c’aveva molti fan, ma anche parecchi Fantozzi al seguito. Bravissimo fondamentale e tutto, ma lascialo lì sullo scaffale del salotto a fare fugura ma pure polvere... Il Nome della Rosa in casa ce l’hanno tutti, lo leggono in molti, lo finiscono in pochi, lo capiscono in meno. Come la Bibbia. E per noi del Papaluto Eco era, come la Bibbia: solo che a lui credevamo. In particolare il nostro vangelo era la Bustina di Minerva: una bustina? Ma un bustone ai Lincei, altroché. La sua opera accademica e giornalistica più misconosciuta, eppure forse la più meritoria e valida. Un forma d’insegnamento a tradimento: la beccavi sull’autobus o dal barbiere e zac, eri servito di barba e capelli con sotto un pensiero, la fermata e la soffermata della tua riflessione era quella giusta. Docente, ma anche fulminante. La vera prova della sua bravura, far stare tutta la propria erudizione, ironia, arguzia e capacità d’analisi in quella paginetta. Lì Umbertone diventava come Schwarzenegger — il Terminator faceva culturismo? E il Professor faceva Culturalismo. Fare i pesi alla testa senza fare quelli pesi alla festa; fare per la cultura italica come per la cultura fisica: esercizio settimanale (poi purtroppo quindicinale…) per mantenersi un minimo in forma — mentis. Filosofia medievale e Playstation, Heidegger e Twitter. La cultura impegnata che si disimpegnava benissimo dal microchip al megastore, da Micromega a Flash Gordon. Di tutto un po’, da tutto un popò d’osservazione spiazzante che manco il saggio più rilevante: fior d’osservazioni dalla popò del nostro mondo sbadato, scervellato, scarnificato dall’utilitarismo ignorantista all’osso. Sono i tempi in cui non serve sapere: serve saper vendere; ma il sapere di Eco vendeva e vende, persino di questi tempi. Per capire quanto fosse preziosa, quella pagina in fondo all’Espresso guardatela adesso che se la dividono i dottorissimi e sdottoreggianti Valli&Scalfari, ovverosia i primari del reparto Geriatria e Memorialistica. Eco no. Eco è più vivo di loro anche da morto. Disturba, anche da morto. Non a caso si sono scritte tesi sulla rubrica: non a caso i suoi avversari sono ancora a nervi tesi, su quella rubrica. In particolare i simpatici avvoltoi che tubano in calore solo per i Marò accoppa-indiani e i Kapò lecca-Salvini.  

Ma per una volta la stampa stercoraria della destra è servita a qualcosa, anziché essere asservita a Qualcuno di turno e di merda come al solito; questi spalatori di balle e rotolatori-incensatori di stronzi, per una volta sono stati utili al Paese. E persino un po’ a Eco, che onestamente non ne aveva bisogno. Libero e il Giornale gli hanno fatto un processo: evitando gli fosse fatto il processo di beatificazione/mummificazione; ripescando una vecchia Bustina, che all’immagine paciosa e pacificata di Eco dà una svegliata che manco l’Ovomaltina… In quest’Italia che non butta nessuna occasione d’infamità, oramai butta così: l’onoranza funebre migliore te la fanno i nemici. Che, convinti di gettare fango, gettano onori come fiori sulla tua bara. Se meriti il rancore di questi elogiatori impediti e involontari anche da morto, allora la tua vita contro la stupidità, la pessima istruzione e la cattiva fede non è stata vana. Sarà stercoraria, sarà involontaria, però vediamo il frutto di questa esilarante arte varia e funeraria. 
Eco: il Professore che giudicava stupido chi votava Berlusconi.

La “denuncia” all’incirca suona così. Noi — che di Bustine ce ne siamo perse poche, e che ce ne siamo scordate anche meno — dobbiamo clamorosamente constatare lo scoop: che, per una volta, uno scoop dei giornaletti porno di destra non è un falso, un tarocco, un falso col fine di taroccare un’elezione o un’indagine. Anche se — tecnicamente — manco lo sarebbe, uno scoop. Ma per una volta che i ragazzi dello zoo di Meloni&Salvini sono andati a leggere, vogliamo criticarli perché non ne hanno poi saputo scrivere?!
Noi, Eco, per quella Bustina ancora oggi non ci sentiamo di difenderlo: perché, ancora oggi, siamo qui ad applaudirlo.

Immaginate. Primi del Duemila, secondo governo Berlusconi a tremila. Per Silvione un consenso alle stelle, e pure un consesso da stalle: tutti vip-pecoroni e vitelloni di vita a belargli o a bearsi del suo successo. Imprenditori, giornalisti, giornalisti pagati da imprenditori e imprenditori appagati dai loro giornalisti. Insomma. Il plenum del pensatoio-mangiatoia nazionale a dire che — sì — alla fine ha ragione lui su tutto. Anzi, Lui ha sempre ragione. Come il duce a furor di popolo, come nuovo duce: ma a furor di popolo, quindi tutto democraticamente e ipocritamente bene... La littoria, derisoria combriccola di chi si fa fottere la mamma pur di vincere, pur di poter sfottere chi perde; di chi sul carro del vincitore proprio deve starci o guai, di chi sul cazzo al vincitore non vuole starci mai eppoi mai. Gente che deve stare con chi comanda in Aeternum, e se solo dici opposizione o dignità poi gli serve una comanda di Valium. Quello che fa Silvione è tutto giusto, e noi ce lo slurpiamo con gran gusto. Se la maggioranza degl’italiani lo vota, lui la minoranza (come la magistratura, la costituzione etc) la pota: e quella deve pure starsi zitta. Anzi, adeguarsi, modernizzarsi, capirlo e copiarlo: magari per batterlo alle prossime elezioni. E’ la democrazia dell’alternanza, signori; è la nuova democrazia della svergognanza, baby. Adeguarsi e svestirsi, prego. La sola vergogna nelle leggi del governo è non approvarle più in fretta, la massima vergogna è nelle opposizioni che delegittimano la volontà popolare che ha premiato Berlusconi. Tutto scritto, eh, tutti i giorni. Dai soliti intellettuali italiani modello Tabriz: persiani di lusso dei potenti, gatti da guardia che i topi tipo Silvio nel formaggio li lasciano ballare quanto vogliono. Basta che poi gliene tocchi un pezzo, che ci sia un tocco di pezzo di giornale, di sovvenzione o di figa anche per loro. E’ formazione, è deformazione, è proprio tradizione: storicamente l’intellettuale italiano non dà ragioni alla dissidenza, dà ragione alla maggioranza. Qualunque sia, qualunque cosa faccia, di qualunque simpatia. Si fa prima, si fa carriera, e si fa anche una bella vita: quasi più bella della carriera. E invece Eco — apocalittico bonario, integrato mica tanto tranquillo ancorché riverito e milionario — in piena sbornia sborona e plebiscitaria di piazza Berlusconista, ti piazza lì questa. Gli elettori di Berlusconi sono di due tipi, gl’ingenui e i complici. C’è la signora che guarda Rete4 e che lo vota perché gli crede, e il signore che non guarda rete 4 e non gli crede: e proprio per questo lo vota. La signora/il signore che ama farsi ingannare, il signore/la signora che ama ingannare e votare se c’è da guadagnare. Votare secondo i propri migliori interessi, anche se sono i peggiori della collettività; votare direttamente contro i propri interessi, ma perché convinti da un imbonitore che vi tratta da fessi.

Voi non credeteci, ma per noi è ancora adesso la più valida analisi mai fatta dei flussi elettorali e mestruali del ciclicamente irritabile e imprevedibile cittadino italiano... Inappuntabile, appena appena modificabile per essere universale. Lì a destra, nel Club Meno Male Che Silvio C’è Stato, s’incazzano perché non hanno capito, tanto per cambiare. Eco non era razzista coi berlusconiani: Eco era fin troppo avvezzo alla razza degl’italiani. Il problema non era e non è Berlusconi. Il problema siamo noi. Tant’è vero che lo schema funziona benissimo oggi come ieri; e oggi funziona più di ieri, ma meno di domani. Come l’amore, solo che di amore — soprattutto amor proprio — non ce n’è…

Mussolinismo senza Mussolini, Craxismo senza Craxi, Berlusconismo senza più Berlusconi, Renzismo ancora con Renzi (ma avanti così, per poco…). E siamo al punto. Questi signori si sono creduti — e nei casi più gravi ancora si credono — causa e dante causa della storia d’Italia. Capoccia a capocchia che invece sono solo l’effetto (al tempo stesso collaterale e principale) di come siamo fatti. Male. E di come ci facciamo, del male. Credendoci i più furbi che ci siano, credendo ai furbi più scemi che ci siano. Un errore che ripetuto non resta uguale, che può diventare orrore senza eguali. Andiamo per spezzare le reni e torniamo che ci devono rappezzare gli ani; ci beviamo il socialismo champagne di Bettino tipo Fernet, e la nostra dignità ce la raccogliamo ad Hammamet; crediamo al Miracolo Italiano eppoi cediamo al Ricettacolo d’inculate berlusconiano. Grandi Classici dell’Inculatura coi cazzi, della Letteratura per ragazzi: mica tanto svegli da accorgersi in tempo. Sempre quando è troppo tardi — noi — a capire quanto siamo troppo tardi per la democrazia consapevole e compiuta. Il politico che da spregiudicato diventa pregiudicato, noi che per voler stare sempre in pace finiamo in tutte le guerre. Come la vecchia barzelletta, un’altra passione del Professore: non è Eco che è razzista, siamo noi che siamo italiani…

I fatti e i misfatti di questi giorni — del resto — sono lì a darci ragione, ma soprattutto a chiedercene. Scandali, inchieste, ingiustizie, disastri ambientali e politici? Ancora, di nuovo, sempre, sempre di più? Ovvio, perché rimuoviamo sempre l’effetto e non la causa. E stranamente, nell’operazione di scacciare il marcio vecchio col marcio nuovo, cambiando l’ordine dei fetori il puzzo non cambia. Al posto di Rete 4 mettete Canale 5; al posto del partito di Silvione mettete quello della Nazione; al posto di Fede buonanima la D’Urso che vuole fare la bona di corpo e d’anima: e la bombetta tirata fuori dal cilindro di Eco è un Panama (Papers, vero Barbarona amicona di Silvione ma simpaticona pure a Matteissimo?) sempre buono, come cappello introduttivo delle nostre disgrazie. E siamo all’ometto forte di oggi, all’omino bianco che si è messo nella centrifuga delle sue furbate e rischia di uscirne come l’uomo nero — di petrolio.
L’ex ragazzo tanto ganzo è una candela che brucia da due lati, un ex raganzo col fuoco amico e lobbista al culo: che glielo fa rosso e verdino, glielo strina a una velocità per cui gliene servirebbero due, di culi, per scamparla con almeno uno intatto… Eletto da nessuno, ma prediletto da molti, la nostra (Federica) Guidi suprema è un (Gianluca) Gemelli Diversi di Silvio. Uno che come il Gianlucone Nazionale cinguetta di moralità e corruzione contro la vecchia politica sui social, ma poi becchetta e razzola in mano alla politica più vecchia e corrotta alle cene sociali. No, perché credere di risanare l’Italia coll’amico Denis condannato in primo grado che dopo averla costruita magari la caserma dei carabinieri a Firenze la collauda pure, non solo è poco logico: è proprio patologico… Ma Matteo fa finta di niente, fa finta di fare di tutto. E tutto nuovo, diverso, epocale. Quando poi è il solito lavoro mandibolare, patibolare, un mettersi in tasca senza farsi sgamare. E a noi sta bene così. Renzi è il nostro Gemelli: un figlio di puttana, con cui c’abbiamo fatto un figlio anche se ci tratta da puttana… Diciamolo, Matteo come Gianluca è il fidanzato ideale per la nostra cattiva coscienza, la nostra doppia morale, il nostro triplo molare: la corruzione non ci piace solo se per noi non c’è da addentare. E in questo Matteo non è Silvio — è meglio, cioè peggio. Perché lui promette e non mantiene: ma tiene sempre 80 euro in tasca sotto elezione; perché ai magistrati che indagano e intercettano ha già promesso (e su questo manterrà) una lezione; perché la stellina sull’Arno non è mica la stella della Senna, e il suo Giglio Magico non è il Tulipano Nero. Questi sono fior d’affari e milioni privati, mica fiori da cartoni animati dei suoi amati anni 80 (euro)… Il Renzismo non è la copia del Berlusconismo: e non solo perché Matteo alla carta carbone preferisce la cartamoneta a petrolio. E’ diverso perché perfezionato, quindi peggiore. Grazie al prestigioso Istituto parificato e plurindagato D.Verdini Renzi ha preparato l’esame da piduista e da privatista, ha fatto vent’anni di Berlusconismo in due. Dandosi parecchie arie ha fatto il salto, ma adesso — dato l’esame — rischia parecchio di saltare in aria. Un Icaro colle ali cera? Più un picaro con una bruttissima cera: perché non vola più, perché inizia a precipitare dopo aver promesso troppo a troppi. E anche troppo più potenti, più sgamati, più intelligenti di lui. Pezzi grossi che al primo mal di pancia potente (o anche solo potentino…) possono scaricarlo come un grosso pezzo di merda. Dall’elite alla toilette in un lampo, in un tuono intestinale da indigestione di potere. ll bullo di periferia potrebbe non essere più il bello dei banchieri e della petroleria: giù nei loro sondaggi e foraggi, lui con tutta la sua Teppa Rossa di ex dalemiani ed ex rottamandi (chi è causa del suo D’Alemal, pianga se stesso…). Da Padoan ad Alfano, siamo una squadra fottutissimi. Riciclati, inciucisti, pugnalatori di Berlusconi o ex propugnatori delle cazzate di D’Alema. La Rottamazione si rivelerà per quello che è: la Restaurazione di vecchi sistemi falliti, di politici vecchi più falliti dei loro sistemi. Hai voglia a mettere la Boschi a fare la fredda cronaca davanti ai magistrati, a cantargli Trivella Senz’Anima per respingere le accuse: prima o poi ogni nuovo cantautore del solito ritornello italiano diventa un Riccardo Scocciante. Comunque vada, sarà un insuccesso. Finirà come Craxi, finirà come Silvio, finirà con una via di mezzo o proprio in mezzo a una via? Solo come un cane in Tunisia, solo con un cane che lo porta a pisciare mentre persino Bondi il Neo-Renziano (!) se ne va via? Dovessimo scegliere noi, meglio con Dudù che con un Bondi folgorato e innamorato alla dududù dadadà: ma Minghi signor Presidente, che tristezza in ogni caso vario ed eventuale. Fortuna o sfortuna che noi abbiamo il nostro, di casino nazionale e personale. Dobbiamo deciderci, risolverci, e possibilmente svegliarci come cittadini: questo è il paese, e questo è palese: così non si va da nessuna parte, a parte a puttane. Dalla crisi economica e materiale si esce solo con una crasi fra coscienza individuale e questione collettiva e morale. Più etica, più legalità, più coesione e partecipazione. Diversamente — e si è visto anche in Basilicata — anche quando piove petrolio ti piove addosso una disgrazia. Un paese corrotto, alla fine, è un secchio rotto. In cui è inutile versare risorse finanziarie e umane: alla fine raccogli solo lacrime apulo-lucane. E quindi? Torniamo a bomba, a Eco, alla bombetta di Eco che non viene certo da un vecchio cilindro. E’ roba attuale, fondamentale.

Si può essere morti, ma non bisogna essere mummificati; e purtroppo non bisogna essere necessariamente morti, per essere mummificati. Cioè quello che siamo noi: imbalsamati vivi sotto le bende, indifferenti a tutto, sensibili solo ai nostri vantaggi e a possibili prebende. Ingenui ma cinici, cinici colla lacrima facile davanti al soldo più facile ancora. Per il resto, tutto il peggio può succedere. E infatti succede, ci succede, ma che ce ne fotte… Lo Stato fa da agente letterario al figlio mafioso di chi gli ha fatto strage d’agenti e d’innocenti? La Rai fa la Raffa del ricongiungimento familiare fra il figlio di Riina (Salvo) e il figlioccio d’Andreotti (Vespa)? E che fa? E che ci fa?  Niente ci fa, se non si fa niente fino alla prossima strage...

Se non volete essere questi, se non volete esserlo più, o esserlo un po’ meno, c’è una soluzione che non sia essere Umberto Eco. Per cui non serve saper scrivere, ma saper fare una croce. Il 17 aprile non credete a chi fa il bullo o il bello dell’astensione, a chi vi compra colla promessa della minima nella pensione, andate a votare: e votate sì. Per essere vivi e non mummie, per essere cittadini e non scimmie, per cominciare a far assaggiare la banana a chi crede che siamo scesi dal pero. Svegliatevi, perché ci sara da vegliare e vagliare; studiate, perché ci sarà da studiare e capire; votate, perché ci sarà da votare e partecipare. Adesso eppoi in autunno, per evitare che la primavera renziana diventi il solito inverno di scontento italico e Italicum. Soprattutto voi, ragazzi. Quelli del Sud, che di battersi e sbattersi tutta ‘sta voglia… E invece dovete, dobbiamo. Tradite emozioni e interesse, non tradite voi stessi e il vostro futuro. Siate quello che siete già: disponibili alla lotta e non al compromesso; attivisti e ambientalisti, mai inciucisti; protettori della vostra terra, non rimangiatori della vostra stessa parola. Gente che vuole avere dei figli in salute e in Italia, non un babbo inquisito in banca Etruria. Se davvero lo siete, fate vedere che i giovani di questo paese sono meglio dei giovinastri di questo governo. Diteglielo con un voto, che vi hanno abbandonato e tradito e che se ne pentiranno. Diteglielo con un sì grosso e bello, diteglielo con un ritornello: tu ci rimpiangerai, Trivella Senz’Anima...










lunedì 15 febbraio 2016

LOCRIDE DI COCCODRILLO


(Poco) Distinti e (anche meno) egregi amici Papalutisti, c’è voluto più di un mese per le doverose verifiche giornalistiche ma oggi – 15 febbraio – possiamo comunicarvi il nostro scoop: il 10 gennaio è passato da più di un mese. No, no. Niente grazie sentiti: ricordarvi le cose per noi è un dovere. Ma nemmeno grazie al cazzo risentiti: qui da noi scordarsi le cose è praticamente un piacere. Però – fra  i nostri doveri – c’è solo quello del dov’eri. E per l’esattezza: dov’eri, tu, quando andavano in onda Oggi Le Tragicomiche? Ma probabilmente qui, al Cinema Italia. Dove puoi scegliere fra pop corn o patatine alla Nino D’Angelo, ma dove fra vizio e ozio della memoria non c’è scelta alla McDonald’s. Menu fisso, menu fesso, happy meal degli happpy minchia smemorati e contenti. O forse solo contenti dell’essere variamente smemorati, per non essere veramente disgustati da certi tipetti avariati...

E allora rinfreschiamola, ‘sta memoria guizzante e fosforosa come un pesce – marcio, di tre giorni, che puzza ed è pazzo dalla testa del suo ministro dell’Internamento. Considerateci i vostri Neuronal Trainer, il bastoncino Findus della vostra vecchiaia mentale, quelli che vi rimettono in moto il cervello: per non farvi finire come un Gasparri sempre ai moti che alle coppie gay con figli chiede quanto hanno pagato il loro bambino, forse perchè ha paura che i suoi gli chiedano il risarcimento... Chiaro che se nasci tipo scemo e più osceno così, si può fare poco. Che però è sempre meglio che non fare niente. Non servirà a un cazzo, ma noi non ci diamo per vinti: andiamo per vintage, e ripeschiamo la storia che la dice lunga almeno quanto la lingua dei lucidachiappe da rimozione, da emozione e da sempre in azione. Partendo dalla fine, che come al solito è solo l’inizio della rimozione forzata di una farsa da neuroni in divieto di sosta. Roba ovvia, insana da malaria, ma meno appariscente della rrobba verghiana e bancaria. Che si capisce bene non dalla pessime azioni e obbligazioni sui quotidiani, ma dalle piccole inazioni obbligate quotidiane. Provare (a capire) per credere.

10 gennaio u.s.: come ultimo scorso, e anche come unione sportiva di ragazze, o sportivo-magheggiativa di marpioni e carognazze. Lo Sporting Locri – squadra di calcio a 5 femminile minacciata dall’alacre mafia locale – gioca in casa contro la Lazio. In tribuna e sugli spalti, il pubblico pagante è minore del pubblico autoritariame ciarlante. Senti nell’aria c’è già... Come un pensiero che sa di Solidarietà. Tanti Al Bano e Romina esibiti e a esibirsi per il presidente Armeni, ragazzo di Calabria da gente di fiumara (d’intimidazioni) che manco Minone Reitano. Già gli hanno bucato le gomme: guai a bucare anche l’appuntamento con lui e colla partita. Solidarietà, la mafia non vincerà! Dalla Federcalcio all’Arcicaccia alla Federcasalinghe vogliose: autorità non solo in fila, addirittura in rima. Una solidarietà più popolare, che popolata. Poca gente, ma vip: e vieppiù bendisposta verso la nobile Causa. Meglio di così, anche per un’affluenza così così... Cordoni Digos più che striscioni Ultras, tiracordoni della borsa castale scortati da tirapiedi in atteggiamento sacrale. Anzi, lombo-sacrale. Giornalisti e giornatanti opportunisti, tutti lì riuniti: tutti scatenati. Lecchiamo il culo e il francobollo per mandare un messaggio d’affrancamento chiaro – No Alla Mafia. O anche Sì Alla Mamma, Forse Alla Maremma. Tanto è uguale, per questa specie di antimafia antinomiale. Ignara, ignorante, contraddittoria, per cui l’importante è fare cagnara: dire contro questa ‘ndrangheta fetente in maniera stentata ma stentorea. Un cazzata qualunque va bene, per questo charter della ciarla cazzabubbolara che prende e parte – ma non arriva mai a nulla. Presidenti di tutto, rappresentativi di niente, sovrintendenti sottopanza e sottomedia nell’intendere la lingua italiana o la realtà calabrese. Tutti lì, tutti unti dal Signore e tutti uniti: per ore a ripetere le stesse cose a signore e signori, a disponibili rincoglioniti. Tipo quelli della Rai, che dà la partita in diretta: e che a un certo punto restano stupiti. Quando – in un sussulto di decenza – qualcuno della procura di Locri dirama un comunicato che i signori cronisti vanno a leggere, a costo di andare in iperventilazione e di non poter più tornare in redazione per la figura di merda.

Fra le molte possibili, nell’indagine in corso questo Ufficio segue la pista del gesto di uno squilibrato ed esclude l’eventualità della minaccia mafiosa. Boom. La bomba scoppia, ma non quella che (si) aspettavano tutti. Niente botto negli ascolti: ‘na bella botta quando l’ascolti, una notizia così. Fine della festa, caduto il fine della protesta. Niente mafia, quindi niente antimafia. Ragazzi, qua l’unico esponente di una cosca avida e infida è il noto boss Tavecchio, del clan dei Lotitesi... Un buco nell’acqua e uno nel braccio, ‘sta fleboclisi di legalità trasfusa dal calcio più illegale e in crisi. Non c’è trippa per gatti, non c’è trip mentale per quelli che volevano farsi i film. Magari di propaganda del genere Una bella giornata di Sport e Legalità. Nada, invece. Nada di Ma che freddo fa a zero gradi di credibilità: perché in questo periodo Sanremo è Sanremo, ma Tavecchio è Tavecchio tutto l’anno. Purtroppo per lui e per noi. Niente sport antimafia locale, niente spot pro-mafia federale. La protesta come pretesto per farsi cool col culo degli altri doveva sbancare, e invece deve sbaraccare. I sensazionalisti lasciano scortati e scornati il palazzetto di Locri – lasciando palazzine e palazzacci del potere agli ‘ndranghetisti. Che, dal Comune all’ordinario, comandano: che c’hanno in mano un’intera attività politico-economico-predatoria, ma mica la penna per quella letterina minatoria. Crimini e criminali veri, che non tocca nessuno; che toccano a giornalisti veri, cacati da nessuno. E minacciati – ma davvero – da tutti i Qualcuno che contano: che gli basta ordinare, e i mitra cantano. Taratatattatà, cartuccia canta: perché – specie a pallettoni – un gran memo è sempre un gran memo, per questi presentatori di Conti ma non di festival.

Fatto sta, e misfatto pure, che la festa è finita e gli amici se ne vanno. E magari a te la festa vera la fanno dopo. Risultato della partita: 3-2 per gli ospiti, in realtà 3-0 per i padroni di casa e di cosa – nostra. La mafia là sta e là resta, le mafiette del potere mediatico squagliano da lì e mai che quaglino in qualche modo. Tutto bene quello che finisce mica tanto. Il caso si sgonfia, la squadra si vende, le false verità di comodo sul caso della squadra non se le compra più nessuno. Armeni – forse parecchio indebitato, forse parecchio implicato, forse solo parecchio ingegnato a trovare un acquirente – da eroe dei nostri tempi diventa venditore dai tempi stretti: a un certo Zadotti. Nuovo presidente, e presente che in un mese è già vecchio, più che passato, ininfluente e inquietante più di Tavecchio. Abbiamo scherzato, ma almeno abbiamo venduto. Cazzata libera in libero mercato. Inventarsi un falso racketing per escogitare un nuovo marketing. Tecnica aggressiva, appena appena umiliante e omissiva, ma certamente efficace quanto persuasiva. In guerra e in (poco) amore per se stessi, tutto è permesso. Anche usare la mafia come pretesto per passare da una protesta finta a una proposta d’acquisto. Che non è Salvo, perchè in questa storia ci sono sì molti carabinieri, ma troppi eroi finti. E troppi errori tinti. Erroracci di valutazione. Di supervalutazione dell’usato trucco mediatico, di sottovalutazione del rischio immediato. Campagne pubblicitarie che sono campagne di Russia, a danno e dannazione non solo della campagna calabrese che russa. Di sonno della ragione, di una regione che è sulla via del riscatto solo in sogno; al massimo in qualche pezzo farlocco da aria nuova in cucina, dove al posto della cipolla si mette lo scalogno. Cricche di Cracco cucinatori dei soliti accrocchi d’immagine e zozzaggine, che impazzano e impiattano: pattume, piattume, piacevolezze sul fatto che non tutto al sud è mafia o sudiciume. E che impattano, anche. Riscuotono successo, non volendo scuotere troppo ‘sto meridione ridotto un cesso. Se non tutto è sporco, allora lo sporco che c’è è niente. Sillogismo cosmetico-aristotelico. Del zozzume perchè parlarne per intemerate, quando abbiamo tanti tappeti di tweet sotto cui spalarne tonnellate? Perché – se proprio proprio – non parlarne colla sordina, il mutismo, la risatina? Fare drammi è come credere agli ufo, è cedere al pensiero gufo. Anche se Locri non è quasi più Italia, l’Italia è come Locri: ‘sto male poteva andare peggio, non prendetevi troppo male e andate al seggio. Votate per l’ottimismo rivoluzionario, non votatevi al pessimismo moralista e legalitario. Peccato che più la mafia diventa una barzelletta perchè tanto alla fine non è morto nessuno, più diventa una cosa seria in cui muoriamo tutti. E non dal ridere, ma nel vivere civile. Più che un lieto, un lutto fine. Un degno finale per un indegno totale. Un calcio da prendere così, in un paese così: da prendere a calci. Sport da stato pietoso, in uno stato fondamentalmente omertoso per sport. Ma non finisce mica il cielo, in questa favola sanremese in cui i somari e i ritornelli sommari volano.

L’ignoranza e l’omertà come saggezza popolare, anzi popolarissima; ignorare i fatti o i misfatti come valuta corrente. Accorrente, a difendere quello sbagliato: a corrente continua, e mica alternata. La conferma più clamorosa – più schifosa – qualche giorno dopo la recita di Locri. Contro Mancini, a Sarri – ex simpatico toscano da osteria numero mille i Landini fan scintille che in fatto di salame confonde facile finocchio e finocchiona, che infinocchia il mondo passandosela da progressista con un sacco di carissimi amici gay, alcuni pure morti – scappa un frocio finocchio: ma tutta la muta  scappa a difenderlo, a dire muta alla parte di pubblica opinione che s’indigna, si scandalizza, intigna a incazzarsi. Sbagliato. Fra uomini (uomini-uomini, eh, quelli che amano, trombano e pestano le donne come nostro signore comanda...) ci si regola diversamente. Sarri gli ha dato del frocio, ma Mancini ha parlato perché forse lo è. Di sicuro è spia, fighetto, non figlio di Maria ma della Perfida Albione, dell’Inghilterra che da Macho omofobo lo ha trasformato in un Mancio fregnofobo e frignone. Sarri ha chiesto scusa, Mancini non ha scuse. Doveva stare zitto, queste cose devono limitarsi al campo – dell’omertà. Denunciare la mafia finta a Locri, e per il resto propalare la mafiosità vera a botta di linciaggi alacri. Nello sport, come nel paese, conviene sorridere e tacere. Ottimismo e rassegnazione. Questo ci dice, questa nostra pera di fosforo che dispera: che, da noi, guai a chi dice. Amnesia e allegria, amnesia è allegria: peccato il Papaluto, che per l’amnesia c’ha l’allergia...

La verità è che l’Italia non sta tutta collo Sporting Locri: è l’Italia, sporting e no, che sta diventando tutta una Locri. Afflitta da problemi drammatici, sconfitta da meccanismi di rimozione comici. Fino alla tragedia, che porta a isterismi di reazione meccanici. E inutili, falsi, coglionissimi. Oh disgrazia, oh solidarietà, oh viva commozione di un paese che si stringe tutto intorno alle vittime! Ma nulla stringe, chi troppo vuole: fingere, reagire sempre dopo e agire mai per tempo. Tutta Italia una Locride di coccodrillo, che piange sul sangue versato come latte – materno, sprizzato da una politica sottoterra, mai sprezzato da una cultura che proprio non riesce a non prendersi sottogamba. Non contiamo più un cazzo, inutile che raccontiamo tutti i cazzi che non vanno. Cultura del disimpegno che diventa impegno nell’incultura: che però minchia come fattura. Coltivare il dubbio diventa seminare ubbie. Repressione paramilitare della paranoia intellettuale. Basta farsi seghe mentali che diventa diuturno processo di martellamento genitali. Basta non pensarci diventa non pensare – e basta. La facoltà intellettiva diventa obbligo ricreativo, cumulativo, remunerativo. Più uno s’arrende, e più gli rende. Più uno si vende di lavoro, più si vende uno dei suoi lavori. Niente è più contesto alla Sciascia, tutto è pretesto che lascia: il tempo pessimo che trova. Ma che raccatta portatori di voti, lettori e follower devoti. Niente più di questo. La convenienza in ogni evenienza, una convenienza di tutta evidenza. Una coscienza sociale o morale che – se in latitanza paraculica – garantisce rilevanza politica e spettanza economica.  

Nei giorni della pagliacciata di Locri, per dire, il presidente del Consiglio non guarda alla Calabria perché è a vedere Zalone: che la Calabria la vede in chiave comica, senza avvedersi di dire la verità su una chiavica atomica. Di cui nessuno si occupa, e con buona ragione: una regione cattiva, irrecuperabile, utilizzabile solo per qualche foto di circostanza. Oramai guadagnata a una mafiosità di fotonica potenza, persa in una cronica distanza dal paese (pure sottosviluppato) come pure dai paesi più sviluppati. Ragazze dello Sporting, se volete convincere il Renzie amico di zio Sam dovete vincere almeno un grande Slam. A lui interessa la Pennetta che vince in America, mica la Beretta che trionfa in Calafrica. Che depressione, in tutto questo; e che opposizione a tutto questo: più deprimente ancora. Pelosa come la barba del Grillo in fuga, penosa come l’autodifesa dei grillini in foga. A Quarto non c’entriamo! Di posti come Locri – vittoria alle elezioni locali e clocacali a parte – non ci occupiamo! Specie adesso che Beppe (lui sì) è tornato a fare dei Palasport gremiti di giornalisti dei Palaspot per rincoglioniti e complottisti. Prediche facili in tutta Italia, razzolate difficili da Parma a Livorno a Gela: e noi prefiche fin troppo facili sull’Italia. Manco tanto originali, nel nostro pianto antico. Col partito della Nazione forse non c’è ancora, ma la nazione è già a malpartito di sicuro. A mal partiti, per l’esattezza. Un governo marcescente, un’opposizione o matta o marcia o inconsistente. Con partiti che sono pessimi soggetti e attori, ma necessari alla confortevolezza degli elettori. Questo il copione che tradizionalmente non c’è, nella commedia dell’arte d’arrangiarsi che da noi c’è da sempre e mai abbastanza. Le mafie di ogni tipo ci servono, per le nostre esigenze tipo: tagliare una coda o una testa, che differenza fa? Servono i guappi, i furbi, i dritti come dovere per raddrizzare le storture e gl’inghippi. L’Italia funziona così, perché noi funzioniamo così. La collettività è roba da ossessi, e qua tra noi individualisti mica ci sonon fessi. Fare di corsa, fare di cosca. Sono i tempi che corrono, e finanche i contrattempi occorrono. Basta che non ci tocchino, che tutti tarocchino tutto, in questa democrazia partecipativa passata. Uno dieci cento mille Sporting Locri, per la Depressing Terra dei Cachi. Il paese che vive, che esige il calcio come la politica e la politica come il calcio, ha i Calciattori che si merita. Che recitano a (cattivo) soggetto; che in questo teatro-macello si ritagliano o tagliano una parte, possibilmente la migliore. Perché anche noi facciamo così, in questa bell’opera di distruzione: Cosi disfan tutti, e piano piano disfiamo tutto.

Un’aria malsana che puzza e fa a pezzi, mozartiana che mozza il fiato alle trombe di chi – dal presunto governo o dalla presuntuosa opposizione – decanta il contrario. L’Italia moderna e pazzesca che sta cambiando del tutto marcia? Semmai classica e gattopardesca: che sta cambiando tutto, pur di restare marcia. Si fa ma non si dice – nessuna novità, nell’Italia machiavellica e millenaria. Anzi no. L’Italia del debito e del Pil da downgrading, qualche upgrade a discredito ce l’ha ancora. Oggi si fa ma non si dice, anche e addirittura quando si fa qualcosa di buono. Massimo orgoglio sulle riforme finte o a fosche tinte, tipo l’abolizione falsa delle province e quella vera della democrazia parlamentare; quasi cordoglio quando si procede di pura decenza – anche se non proprio d’urgenza – come sulle Unioni Civili. Fosse stata qualche cazzata propagandista delle sue, Renzie avrebbe alzato il pollice a tutto pollice di televisore da Vespa&C. Qui invece, niente. Su una norma che porta avanti l’Italia, lui si fa indietro. Si fa i viaggi all’estero, i sondaggi su quanto s’incazzano gli alleati democristiani etero e vetero... Su una legge comunque buona e necessaria per un paese civile, la civiltà di serie C della classe dirigente italiana è civiltà senza C: viltà pura, paura di allinearsi alla società. Fortuna che la solita e teocratica Cei – che se non è zuppa è Pan Bangnasco, hai voglia di quanti Bergoglio ci metti... – ha costretto il governo a reagire. Renzi ha fatto la voce grossa, ma forse facendosela ancora più grossa nelle mutandine fanfaniane. O, peggio ancora, alfaniane. Ohhh sì, perché metafora finale e perfetta di questo Papaluto è questa metà di niente, questa cacchetta. Il ministro da internamento, che imbarca inquisiti e trasformisti da camicia di forza, che pure ha una bella forza in camicia e cravatta mentre l’Italia Giletta e populista licenzia solo gli assenteisti in  mutande del festival del qualunquismo di Sanremo. Agli opportunisti in gita a Locri, niente. E l’assenteista cerebrale del signor ministro, uguale. Che compassato, procede come un guaio passato: da noi tutti. Meridionale solo per i natali, ché per il resto lui a Roma ci passa pure pasqua e ferragosto, a Locri non ci va nemmeno per scherzo; a Napoli schiattata dalle faide ci manda i militari col solito Esercito di Stile tarocco e sudamericano. Tutto qua, tutto un quaqquaraqquà. Non avendo modo e capacità di fare il suo lavoro di ministro, ha un sacco di tempo per fare quello di ministro della fede bigotto e sinistro. E – in perfetta sintonia cogli uomini che vendono il culo alla mafia – vuole mettere in galera le donne che affittano l’utero. Perché questa è l’Italia del Family Day: tutta una grande famiglia allargata. Agli uomini di panza colla bocca stretta, mica ai mezz’uomini col culo largo. Meglio i padrini politico-mafiosi e fuorilegge, che i padri froci per legge. Questione morale a zero, questione moralista e bigotta a mille. Eccola, la prospettiva. Step by step, eccola la stepchild adoption del governo Renzangelino: adotta un picciotto, nel caso ci sta bene anche se ti piace il salsicciotto. Buonanotte, e buonafortuna.                  

giovedì 24 dicembre 2015

BANCO NATALE

E’ arrivato pure quest’anno, mai come quest’anno con purè di osanna. Contorno di spirito santo di patate, per questo piatto rituale e questo rituale quantomai piatto. Oltretutto con un che di papale e pesantuccio. Come il fiato dello zio infartuato eppure costipato dopo tutti i cenoni alla barcollo ma non mollo, come non potrebbe non essere coll’afflato ecumenico e paraculico di tutte le religioni sul colon e sul collo. Religioni, al plurale: perché da noi nasce il frutto del suo seno gesù, però nel resto del mondo monoteista nascono altri pretesti come frutti di stagione che fuori di senno lo sono anche di più. Tutte religioni della bontà, con tutte le loro buone ragioni di marketing, antecedenti anche se adesso meno efficienti di quelle della Coca Cola che col suo Natale trionfa qua come là… Religioni, oppio dei popoli e scoppio degli oboli a negozianti e mendicanti. Religioni: che sono le solite sette, che alla solita mezzanotte della stagione e della ragione fanno scattare il rimedio anti-magone: il timer di qualche festa per controllare il cucù nella nostra testa. Pioggia, freddo, giornate corte e musi lunghi no, così non va. Periodo troppo cupo. Urge festa da scavarsi nel cuore dell’inverno, per non sentirsi nel buco del culo dell’inferno. Come in effetti siamo, ma pare brutto se lo ammettiamo. Verità fa rima con felicità solo a parole, mica fra le galline festaiole... E che è ‘st’atmofera mesta alla Arthur Schopenahuer? Vai colla mega festa da Fedez il rapper! Luci, suoni, colori e calore e regali a coloro che ami. La tua religione che incoraggia e benedice la libagione, tutte le religioni che riconoscono la sola vera religione con una ragion d’essere, anzi d’avere: il consumo, lo shopping, la Santissima Scontrinità. Prego dio, ma prego accomodarsi alla cassa meglio di così. Dal cattolicelismo all’islam all’ebraismo: festoni che sono suggestioni anche per l’ateismo, superstizioni per il solstizio d’inverno col clima ostico: che infatti stanno bene anche all’agnostico. La neve scende giù coll’umore, tiriamoci su colla saga mentale dell’amore. Fintamente fraterno, ché gli altri per noi sono sempre l’inferno. Ma volete mettere Sartre, colla bellezza di ‘sto cimitero panoramico di sepolcri imbiancati da neve finta che nemmeno a Montmartre? Questo si pensa e ci sta bene, ma non sta bene dircelo. Quindi ipocrisia come se piovesse, anzi, nevicasse. Quindi avanti colle feste, avanzi di cena e di pena fino all’Epifania.
Ennesimo Natale di crisi, ma primo Natale di CrisIs. Un Natale come lo scemo: di guerra; un Natale più o meno di guerra, ma scemo e farlocco come tutti quelli che il padre del neonato se esistesse, come se anche esistesse non avesse di meglio da fare… ha mandato in Terra. Scemitudine e guerra come libidine, due concetti che ricorreranno spesso in questo Papaluto da Papà Natale. La scemitudine chiama la guerra, ma chi ama la guerra non ama la scemitudine: e la guerra per conto suo la fa fare agli scemi, mentre persegue i suoi schemi finanziari.
Tipo il geniale Hassanal Bolkian. Come, chi cazz’è? Lo scemo del giorno, che infatti fa la guerra; lo scemo del giorno di Natale, che infatti fa la guerra al giorno medesimo. A parte questi fondamentali titoli onorifici, il signore è anche sultano del Brunei. Cioè della solita petrocrazia islamica a minchia retta dalle nostre democrazie strabiche a benzina, in cui festeggiare il Natale sarà proibito per legge e vaneggiamento del suo cervello scorreggiante a nafta bigotta. Fino a 5 anni di carcere per chi nel Brunei festeggia il Natale: se fai l’albero, ti facciamo un culo come la capanna del presepe. Intendiamoci. L’idea non è male, in fondo anche equa: che sono cinque anni di carcere per il Natale in Brunei, rispetto alla galera cinepanettona di trenta e passa che ci tocca col Natale in Italia ma sempre da qualche parte con De Sica?! Fino a quando lo fanno comandare, Bolkian a casa sua fa come gli pare. Il problema è che lui fa come gli pare all’estero, mentre a casa sua devono obbedire. Perché il sultanato è nel Brunei, ma il sultano non ci conterei. Hassanal colla Total incassa, ma col Total Burqa delle sue femmine si scassa: infatti lui le feste se la fa a Londra. Cioè in una città talmente natalizia che Babbo Natale al confronto sembra il Grinch che presiede una riunione del Cicap. Champagne per Bolkian, sharia per i suoi sudditi. Fare contento l’imam islamista ossesso sì, essere scontento e fesso lui, no. Gli piace fingere facile, ecco. Più comoda di così, la guerra santa non può essere. Soldi a manetta dall’occidente che importa, solide manette se l’occidente si importa: e lì m’incazzo, lì m’importa… Perfetto spirito natalizio, diciamo. Ipocrisia canaglia, uguale e contraria a chi da noi raglia all’incirca allo stesso modo.
Tipo Matteo Salvini, che in questi giorni ha trasformato la classica tritatura di palle delle recite di Natale in una bellica e trita pantomima di balle sulla terza guerra mondiale. Più bello e più bellico, il presepe coll’elmetto e il filo spinato alla fin fine siamo sempre in medioriente, e lì ci si va armati: ma mica solo di buone intenzioni. Salvini il leghista presepista che manco un napoletano, Salvini apripista di nuova tendenza anche in casa Cupiello. Il presepe bellicista, animalista, feticista delle perversioni zoofile. Del presepio facciamo un carnaio, un canaio, un porcile e uno scempio. Tutto grazie a lui, l’asino che si dà alla politica internazionale, il bue che dà del cornuto all’asino internazionale Renzi, il dromedario quasi più gobbo del colpo che gli è riuscito nel far sembrare la Lega il partito di chi si fotte la Corna e i diamanti nel partito che si batte per la pulizia morale e per i credenti. L’uomo-bestialità che facendo il Re Mago della Fuffa propagandista e della Truffa razzista nel presepe della scuola del figlio ha dato un messaggio chiaro: se posso essere tutte ‘ste bestie insieme, noi della Lega non dobbiamo porci (e cani) limiti. Da partito dell’incidente giudiziario a partito dell’Occidente reazionario e avanti colle belle statuine del presepio, colle brutte pose suine che fanno pieni voti da Brescia a Manerbio.    
E noi del Papaluto che siamo, da meno? Meno porci e cani e minorati del cazzaro maggiorato Salvini? Se il presepe dev’essere un simbolo, uno status di stato confusionale da embolo noi mica ci tiriamo indietro. Al massimo ci tiriamo dietro un po’ di ricordi. E quindi più che vivente e di propaganda, noi il presepe lo facciamo meno demente: e con qualche appunto in agenda. Magari in una di quelle che regalano le banche in questo periodo, mentre ti relegano allo spizio della Caritas. Mica per niente il nostro presepe ha per titolo (scontato e spazzatura, anche, ma mai quanto quello obbligazionario di certe banche ladre di natura…)  Banco Natale. In onore di Banca Etruria, ma anche per lo scandalo bancario-leghista Credieuronord alla (cattiva) memoria…
E chi ci mettiamo, dentro la scena della natività? Tutti quelli che vorrebbero starne fuori, perché questa è una scena se non del crimine certo della complicità. Della passività, della connivenza, quantomeno dell’indifferenza: verso chi derubato dalla sua banca s’ammazza mentre tuo padre locupletato dalla medesima nella crisi ci sguazza. Tutti quelli che non vorrebbero essere messi in mezzo, che del presepe più che altro gl’interessa la mangiatoia, che con ogni mezzo vorrebbero passare per verginelle quando sono figli di troia. E allora, prego e preghiamo si accomodi Maria (Elena) vergine mica tanto dal servo encomio, protettrice degli uccelli paduli di Boschi e di Riviera nonché della Maremma Bancaria. Che nel reparto santa maternità (e cotanta paternità…) del presepe ci sta benissimo perché l’ha fatto da piccola, che modestamente è ancora illibata come allora perché lei dà solo inculate della madonna che interpreta e della malora, che oltretutto ha umili origini contadine: anche se da come ha messo a quattro zampe i risparmiatori truffati, si pensava pecorine. Accanto a lei suo marito putativo e sputtanativo del Paese, che di banche non sa e con lei ci fa una sega: il falegname Giuseppe Renzie, col chiodo di pelle fisso di farti la pelle eppoi fesso dicendoti che lui il decreto salvabanche mica l’ha fatto per proteggere papà Boschi o se stesso. Anche se il decreto che convertiva e spolpava le popolari in Spa l’ha fatto undici mesi fa, lui di ‘sto casino se n’è accorto adesso. All’improvviso. Un’illuminazione, una rivelazione, anzi un’epifania: epifania? Avanti allora e all’oro (sparito dalla cassa) e incenso (sparato dalla grancassa dei giornali) a tutta birra, arriva il Re Mangio Denis Verdini. Il terzo toscano, il freddo che completa la banda della Maiala. L’uomo dell’aiutino al governo Renzi, dello zampino nel crac Mps, del Credito Cooperativo Fiorentino sotto terra con lui sotto processo. Fallito pure quello, guardate un po’. E guardante anche un po’ il nostro presepre che prende forma, fra risparmi e risparmiatori che prendono il volo dalla finestra. Ancora fermi a Gesù, Giuseppe e Maria? Aggiornatevi: Denis er più, Giuseppe Fonzie e Maria. Li chiamavano Trinità, voi chiamateli calamità: prima di loro in Toscana non era mai fallita una banca…
Solo coincidenze, eh. Al massimo un po’ di connivenze, ma roba piccola: gozzovigliare gozzanesco, intimo, famigliare… E comunque non hanno fatto o imparato tutto da soli. Hanno avuto un venerabile Maestro, che proprio in questi giorni è morto non invano: lasciando questo adorabile contesto. Licio Gelli è morto e sepolto, solidarietà ai vermi che dovranno mangiarsi una merda così. Gelli è morto, ma non sepolto. Solo coperto, male, dalla cattiva coscienza delle sue ex cameriere che gli devono fantastiche carriere. Gellì è morto:  fra tanti, stranamente, non ne danno il triste annuncio Silvio B, Maurizio Costanzo, e Fabrizio Cicchì. Tutti personaggi che ci starebbero bene, nel presepe. E che infatti Nazareno più o Domenica In meno ancora ci stanno. E’ morto Gelli, ma mica i suoi anni belli: la P2 va avanti, dei successi si fanno sempre i sequel. Con Verdini e simili siamo già a P3 e P4, e senza manco la P38. A che ti serve la pistola, quando sei al già al comando di tutto quanto fa gola? Le banche, la Rai, anche la magistratura che senza Berlusconi non fa più tanto la dura capirai, dopo la clava di di Napolitano per quel popò di cura… Il Piano di Rinascita Democratica di Mastro Licio questo prevedeva: tenere tutti a libro mastro, tutto il Palazzo nel suo capestro. Una dittaura sordida, ma morbida. Uno Stato Licio al dovere. Istituzioni, giornali, capitani d’industria e generali dell’esercito. Lo Stato d’allora aveva reagito e Gelli aveva fallito: lo stato pietoso e fallito d’oggi, Gelli lo avrebbe seguito. Mica per niente, mentre lui è marcio in una tomba, la sua idea marcia che è un bomba. Stesso Piano, stesso Palazzo: in una piazza Italia in cui però dormono tutti. Dal golpe borghese siamo passati al colpo di sonno palese di tutto il paese, che stanco e sfiduciato ha solo voglia di abboccare come un tonno grosso così, di abbioccare con un sonno lungo così. Solo voglia di darsi, per amo o per forza, a quella lenza di Renzi: il piccolo fanfaniano Fiorentino, che nel matrimonio politico colla Boschi porta in dote e in auge il masson-cattolicesimo aretino. Testimone, anzi, giudice di nozze ad Arezzo, il procuratore Roberto Rossi. Il pm che avrebbe dovuto indagare sui sotterfugi bancari fatto consulente casualmente, lungimirantemente di Palazzo Chigi coi pretesti più vari. Così si fa: sì la do, la solfa con cui la bella tipa Italia ti molla la topa senza menarla coi tempi da Minima Moralia… Adesso lo chiamano partito della Nazione, ma a Licio potrebbero almeno riconoscere che è partito per primo: concedere il brevetto dell’invenzione…
Un bel quadro e un bel quadriglione, certo. La danza del potere che t’arreda tutta la casa per le feste. Il bue e l’asinello Salvini, la pecorina deigli obbligazionisti derubati dei quattrini, la mucca e il suo vitello, maria e… cazzo, il bambinello! Momenti ce lo scordavamo. Fortuna che c’ha pensato Bertone. Al Bambin Gesù, e anche a tutti gli altri bambini che non ci sono più: morti di malattia, mentre lui coi soldi del loro ospedale ci si faceva un attico che manco un boss di Scampia. Del resto, o di campane o di Campania, alla fine sono sempre don che per dindi fanno dan… Quadri tappeti e dipinti per il soggiorno del cardinale, mentre mio figlio soffre in un corridoio d’ospedale. Il bambino al centro di una rappresentazione dell’infamità, più che della natività. Altroché paura dei pazzi dell’Isis: forse è per pura repulsione di questi pezzi di merda e di collezione De Pisis, se all’apertura della porta santa c’era meno gente che alla chiusura di un concerto di Valerio Scanu…
Altroché Natale di Crisis, natali di una crisi. Morale e materiale, senza fine: e col solo scopo di lucrare sulla paura; morale e umorale, senza senso pietà e decenza. Al punto che il ministro danese Inger Stojberg ha potuto impunemente proporre ai profughi di pagare anche con gioielli e averi di famiglia la loro accoglienza nel suo paese: per rilanciare l’ideona delle camere a gas, la simpatica signora aspetta l’invito nella stanza degli orrori e delle arie di Del Debbio… Nell’attesa di Retequattro, signora ministro, si becchi quattro svastiche piene sul nostro Nazi-advisor. E si accomodi pure nel presepe precomatoso e malvivente con Salvini. E con i nostri complimenti e auguri.

Auguri di buon Natale di scemi di guerra fra poveri. Poveri di soldi contro poveri di solidi principi e di qualche minimo scrupolo. Da progressisti, noi del Papaluto vorremmo che la storia fosse una linea retta: ma ci sembra sempre più un cerchio, un circolo vizioso che retta ne dà solo al peggio dentro di noi. Siamo senza pietà, ma in compenso ne facciamo tantissima agli altri, e mai a noi stessi. Non ci facciamo problemi, a non farci pietà: a disfarci della poca umanità che abbiamo. Ogni volta che è successo, siamo finiti preda di qualche ossesso coi baffetti o i baffoni osannato da sanguinari coglioni. Qui dal Papaluto noi speriamo bene, e spariamo cazzate mica tanto. L’Occidente laico e aperto e tollerante sta chiudendo di nuovo la testa e le frontiere: l’ultimo che fanno entrare spenga la luce. Anzi no, col buio da pestaggi che c’è meglio ne accenda una. Persino di Natale: purché di speranza, perché la disperanza non vinca. E l’arroganza oscurantista non trionfi, come ci sembra farà. Tanti auguri a voi, e a noi, di buone feste. E di cattivo pronostico.